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Panorama politico del “post-elezioni”

L’Italia sarà davvero consegnata nelle mani dei fascisti?

26 settembre 2022. L’Italia è giunta alla resa dei conti: dopo tanto tempo gli elettori sono tornati alle urne e hanno fatto valere il proprio pensiero. Non tutti. Alcuni hanno perso la fiducia nelle istituzioni e si sono astenuti dalle votazioni. Sono ben il 36,09% degli aventi diritto. Ma l’Italia al momento non ha tempo di “rimuginare” su quanto è accaduto. Bisogna guardare avanti e cercare di capire gli scenari politici che si prospettano in concomitanza con un autunno duro e incerto. La vittoria di Giorgia Meloni e, più in generale, del centrodestra era ormai prevedibile da diverse settimane: i sondaggi davano il suo partito in continua crescita a discapito degli altri (persino dei suoi alleati). Il vantaggio riportato dalla leader di FdI è stato netto e ha quindi distrutto le elucubrazioni ottimiste degli altri partiti: Salvini e Letta puntavano ad affermare i propri rispettivi partiti come primi d’Italia, ma hanno entrambi perso questa sfida; Berlusconi voleva portare Forza Italia addirittura al 20%, ma non ha raggiunto la soglia psicologica del 10%; Calenda era convinto di poter fare meglio di Salvini ma anche lui ha fallito nel suo intento; il Movimento 5 Stelle si trova a fare i conti con il fatto che il 15,3% attuale non si avvicina nemmeno all’oltre 32% del 2018.

Una possibile presidenza Meloni aveva già scatenato emozioni contrastanti sui media: in molti infatti si erano già sbilanciati con commenti entusiasti oppure di puro sconvolgimento. Adesso che, quelle che erano solo speculazioni si sono concretizzate, ognuno cerca di dare un senso al futuro: qualcuno sostiene che il futuro del Paese è finalmente in mani più sicure, altri che la Meloni e il suo partito potrebbero ledere la reputazione dell’Italia a livello internazionale e persino privare i cittadini dei propri diritti e libertà.

Resta da comprendere se queste emozioni siano giustificate: davvero un possibile governo Meloni potrebbe mettere a repentaglio le conquiste civili degli ultimi decenni oppure potrebbe dare la tanto agognata svolta positiva all’economia del Paese? In primis è importante precisare che nulla cambierà nell’arco di una notte, né in meglio né in peggio. Le prime consultazioni da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella cominceranno solo a partire dal 24 ottobre e il presidente del Consiglio verrebbe nominato almeno 2 o 3 giorni dopo questa data. In merito a questo, anche se sembra assurdo pensare che le cose possano andare diversamente, non è ancora certo se sarà proprio la leader di FdI a salire alla presidenza del Consiglio. Infatti toccherà formalmente a Mattarella l’onere di nominare il nuovo presidente. Fatta questa premessa, resta da analizzare l’affidabilità di Meloni e di un governo che la possa vedere come protagonista. Per farlo prenderemo in considerazione la possibilità che il potere in Italia vada nelle mani dei fascisti, il principale oggetto del contendere in questo periodo. Giorgia Meloni sta cercando di dare un’immagine “responsabile” (per citare le sue parole) di sé: non fa promesse irrealizzabili (“Cominciate col fare il necessario, poi ciò che è possibile e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”) e cerca di tenere gli italiani uniti. Non lascia spazio a dubbi nemmeno sulla collocazione italiana a livello internazionale: continua a ribadirsi atlantista e pro-Ucraina. Tuttavia alcuni, dentro e fuori l’Italia, non si lasciano persuadere da questo suo nuovo modo di porsi. Dall’Unione Europea arrivano delle dichiarazioni molto forti. Ursula von der Leyen ha affermato ancora prima di vedere i risultati delle elezioni che, qualora in Italia le cose non andassero per il verso giusto, l’Europa avrebbe i mezzi per rispondere (ossia qualora l’Italia si dovesse trasformare in una democrazia illiberale). CNN e Washington Post si sbilanciano definendo la Meloni la possibile prima ministra “più a destra dopo Mussolini” o “il fascismo”; Le Figaro alza ancora di più i toni affermando che “per la prima volta dopo il 1945, un partito post-fascista è alle porte del potere” e lo stesso fa il New York Times: “la prima (primo ministro donna) con radici post-fasciste”, si legge. Prende posizione anche il quotidiano spagnolo El Mundo, che definisce il partito di Meloni come di “estrema destra”. Sembra essere di un altro parere solo il Financial Times: “La probabile (al momento della stesura) vittoria della destra italiana fa presagire rischi, ma non sbandare nell’estremismo”.

Sicuramente il fatto che la destra internazionale abbia esultato davanti alla sua vittoria non è passato inosservato: tra tutti Orban (e il suo entourage), Abascal di Vox, Morawiecki premier alla guida degli ultraconservatori polacchi, Le Pen del Rassemblement Général ma soprattutto Zemmour (risaputo xenofobo francese) si sono espressi sui social con frasi di acclamazione nei confronti del successo della Meloni e del centrodestra. Il punto della questione è questo: affermare che qualcuno si appelli e faccia riferimenti al fascismo è un’accusa ben specifica. Va ben al di là del fatto di definire qualcuno di “estrema destra” (per quanto non sia un complimento, non è nemmeno una denuncia). Va oltre al sospetto che, anche a ragione, alcune alleanze possono e dovrebbero destare. Significa collocare qualcuno in un modello ben preciso e delineato. Per stanare ogni dubbio è opportuno fare riferimento a figure autorevoli, e in questo caso a Emilio Gentile, uno dei più rispettabili storici italiani in materia proprio di fascismo. Gentile è stato invitato per un’intervista a “Bersaglio Mobile” a La7 nel 2018 e nell’ambito di quell’occasione ha toccato il tema del fascismo nella politica moderna. Il primo strumento per valutare se un partito richiami quello fascista è vedere se ne abbia i suoi tratti. Se si prende ad esempio il partito della Lega, questo è tutto fuorché fascista perché non si richiama allo statalismo, principio chiave del fascismo. Il Movimento 5 Stelle aveva partecipato alla commemorazione delle vittime delle guerre dell’Unità Nazionale, anche di coloro che non parteggiavano per l’Unità…il partito fascista invece aveva proprio le sue basi nell’Unità d’Italia. Bisogna dunque chiedersi a partire da queste premesse: vale lo stesso per Fratelli d’Italia? In tanti (tra cui la senatrice a vita Liliana Segre) attaccano Meloni per la fiamma nel simbolo del partito. Potrebbe essere un richiamo al fascismo? Ignazio La Russa è chiaro su questo punto: questo simbolo non era presente nel ventennio e la base trapezoidale è già stata eliminata. E’ solo il simbolo della destra italiana. E il fatto che Fratelli d’Italia discenda direttamente dall’Alleanza Nazionale, ereditaria del Movimento Sociale Italiano? E’ importante ricordare da un punto di vista storico che, con la svolta di Fiuggi, la Destra Nazionale aveva deciso di eliminare i riferimenti ideologici al fascismo per poter governare, quindi, almeno nella teoria, si era privata degli elementi più estremisti per focalizzarsi su quelli più “moderati”.

Inoltre tutti i partiti in Italia si presentano alle elezioni cercando di venire eletti, quindi si è lontani dal totalitarismo. Insomma la chiave di lettura data da Gentile e appoggiata da Freedom House (istituto per lo studio della democrazia) è che la democrazia sta da anni arretrando nelle nostre società, e spesso si cercano degli alibi nello screditare (nel modo più sbagliato) gli avversari. In ogni caso appare chiaro che, all’interno di uno Stato serio, non dovrebbe certo spettare ai cittadini l’onere di stabilire se un partito si conformi o meno alle regole del Paese. Infatti in Italia l’apologia al fascismo è reato. Se ci fosse anche solo il dubbio che un partito politico non si stia agendo nei limiti della legge, la vicenda dovrebbe essere portata davanti ad un tribunale. Solo un’inchiesta potrebbe davvero far luce sulla verità e aiutare il panorama politico italiano ad archiviare definitivamente questa vicenda (come per esempio era avvenuto nel caso di Carlo Fidanza, capo delegazione al Parlamento Europeo di Fratelli d’Italia, accusato di aver fatto saluti nazisti). Se invece questo è solo un tentativo di semplificare il dibattito sul tema dei diritti civili usando la parola “fascista”, allora il discorso da fare è diametralmente opposto (ma non è questa la sede).  Quando Boldrini afferma: “Giorgia Meloni non è fascista ma si ancora ad un pensiero che trae origine da quella dottrina”, emerge il senso profondo di questo articolo: che accusare Giorgia Meloni di fascismo non ci salverà mai dal pericolo del fascismo. I suoi oppositori, infatti, potrebbero paragonarla indistintamente a qualsiasi dittatore dei tempi presenti o passati enfatizzando tratti fin troppo generali senza entrare nel merito della questione. A questo punto non resta altro che vedere se Meloni rispetterà gli accordi presi con il suo elettorato, tra cui una maggiore stabilità dei conti pubblici, un fisco più equo, il sostegno alle imprese, gli investimenti strutturali, il taglio del cuneo fiscale.

A cura di Benedetta Titta

Redazione

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