20 gennaio 2018 - 4:11
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The Party

Scritto e diretto da Sally Potter

Cast : Christine Scott Thomas, Timoty Spall, Sally Potter, Bruno Ganz, Emily Mortimer

Janet ce l’ha fatta: è stata eletta Ministro della Salute nel Governo Ombra e ha deciso di organizzare una cena nel suo appartamento per festeggiare; insieme a lei il marito e un gruppo di storici amici fidati, buona musica e cibo cucinato in casa. Le premesse per un party perfetto ci sono, ma non tutto va come previsto e un’occasione felice si trasforma nel più infelice degli incubi, in perfetto stile british, ossia con battute al vetriolo e poco spargimento di sangue, in apparenza. Ogni invitato nasconde un segreto, ha qualcosa da confessare, qualcosa da annunciare, qualcosa da farsi perdonare: così otto persone che si credevano intime, affiatate e devote tra loro, si ri-scoprono sconosciute, distanti, pronte a pugnalarsi alle spalle, molto meno innocue o comuni di quanto ci appaiano a prima vista. C’è una moglie di gran successo, ma infedele (Kristin Scott Thomas, energica ed elegante); un marito morente che rivela però di avere una nuova fiamma; un altro marito in cerca di vendetta per un tradimento; un amante misteriosa che a sua volta ha due amanti; una coppia lesbica alle prese con un’ingombrante maternità (ritroviamo la brava Emily Mortimer); una migliore amica (la regista, qui anche interprete, Sally Potter) che affronta il mondo barricandosi dietro una feroce nevrosi cinica e suo marito (Bruno Ganz, meravigliosamente comico) sceso da un’altra dimensione che professa il benessere interiore e la libertà dello spirito. In poche parole un gruppo pericolosamente eterogeneo che rinchiuso in un’unità di tempo e di spazio, rivela ben presto la natura reale delle proprie energie. Esplodono i conflitti, veri, presunti, irrisolti, mai chiariti; rancori e segreti sono il sottotesto di ogni azione e il motore dello stravolgimento della situazione.

Acclamato al Festival di Berlino 2017, “The party” sembra una pièce teatrale su grande schermo: scritto oltrechè diretto dall’attenta Sally Potter, la trama è un grande classico delle strutture drammaturgiche da commedia a base di amori e non detti, ma il tono è assolutamente “inglese”, tutto fila liscio pur complicandosi sempre di più, mai una battuta fuori posto, mai una reazione eccessiva, e ciò anche grazie a dialoghi fulminanti, tragicomici che capovolgono il punto di partenza in pochi attimi spiazzando e lo fanno con ritmo, garbo e sottile crudeltà. E’ una resa dei conti in punta di fioretto sì, ma impietosa, sostanzialmente devastante e politically uncorrect: infatti il quadro che con sagacia la Potter fa emergere è quello di un’ alta borghesia inglese, abituata alla compostezza, al ridere tra i denti, al controllo superiore delle situazioni, alla giustizia radical chic perbenista, al rivendicare di non esser scesa mai a compromessi e che invece qui è messa a nudo in tutte le sue banali fragilità da prosaici mortali, uomini e donne incapaci, profani, volgari traditori e con la coscienza sporca; è una classe che non si riconosce più, cade, decade, perde di potere e significato, smarrisce la retta via e si rivela inadatta a governare se stessa e il paese, poiché le contraddizioni e i conflitti scaturiti da lei stessa, troppo oltre celati ora esplodono con ingovernabile protervia. Si allude ai cambiamenti socio-politici della collettività inglese che fu prima nella modernità ma da sempre più restia alle trasformazioni progressive e probabilmente ora necessita di fare un passo avanti e ricostruirsi le spalle provate.

Plausi particolari vanno al finale del film, del tutto geniale ed imprevedibile, alla regista per aver congegnato questo garbato graffiante gioiellino in settantuno minuti netti, ma anche all’indiscutibile bravura di tutto il cast artistico, affiatato e credibilissimo, colmo di differenze eppure perfettamente in parte. Su tutti lo stralunato tenero Bruno Ganz e la sua dolce acida metà sempre con bicchiere in mano, interpretata dalla stessa Sally Potter. E’ un lavoro godibilissimo, in cui ogni cosa è la meno prevedibile tra quelle che potrebbero accadere dato il contesto eppure accade, naturalmente, senza forzature o escamotage narrativi. Si gioca al teatro nel cinema e questo è sempre un valore aggiunto. Il film ricorda in parte “Carnage” di Roman Polanski ma più ironico e più tragico insieme, più parossistico quindi più comico, con fotografia in bianco e nero che rende ancor più raffinato il tutto. Ne risulta un lavoro essenziale, intelligente, cattivo e brillante, come il carisma della sua regista, dove un’ottima squadra di professionisti della recitazione fanno metà del lavoro, rendendolo prezioso e autentico. La lezione è sempre quella ossia che nella vita non si è mai arrivati, né al sicuro: niente è o resta mai ciò che descrivono gli occhi e nulla va preso troppo sul serio, soprattutto l’amore, la morte e la vita stessa in generale. E’ l’unico modo per sopravvivere senza perdere la leggerezza dello spirito. Perché il cinismo è un medicinale: bisogna prenderlo, ma nelle giuste dosi. Altrimenti non è più elisir di sopravvivenza, ma killer sornione.

Redazione

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