Rassegna politica  italiana – 46° Settimana

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Patrimoniale: il ritorno di un dibattito divisivo

Il tema della tassa patrimoniale è tornato al centro del dibattito politico italiano dopo la proposta del segretario della CGIL, Maurizio Landini, di introdurre un “contributo di solidarietà” dell’1,3% sui patrimoni netti superiori ai 2 milioni di euro. L’obiettivo del sindacato sarebbe reperire risorse per la spesa pubblica, stimando un gettito di 26 miliardi di euro annui da destinare a sanità, politiche abitative e assistenza.

La reazione della maggioranza non si è fatta attendere: la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito con fermezza che, con la destra al governo, non verrà mai introdotta una misura simile, confermando la tradizionale spaccatura tra centrodestra, storicamente contrario, e una parte del centrosinistra, più incline a valutarla.

Ma cos’è esattamente una patrimoniale? A differenza delle imposte sul reddito come l’IRPEF, che colpiscono i guadagni annuali, la patrimoniale tassa la ricchezza accumulata, ovvero il valore di beni come immobili, conti correnti, titoli e azioni. In Italia esistono già forme di tassazione sul patrimonio, come l’IMU sulle seconde case e l’imposta di bollo sui conti deposito. La proposta della CGIL si inserirebbe in questo quadro, ma con un carattere più strutturale e mirato ai patrimoni più ingenti.

Il dibattito non è privo di critiche. L’economista Carlo Cottarelli (PD) ha sollevato dubbi sull’equità di una tale imposta, sostenendo che andrebbe a colpire ricchezze spesso derivanti da risparmi già tassati alla fonte come reddito. A suo avviso, in assenza di una grave emergenza economica, sarebbe più sensato aumentare le aliquote sui redditi più alti piuttosto che tassare i patrimoni.

La discussione, peraltro, non è solo italiana. Mentre Paesi come Norvegia, Spagna e Svizzera applicano già forme di patrimoniale, in Francia si è recentemente discusso della “tassa Zucman”, una proposta di imposta del 2% sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro, diventata un simbolo della sinistra contro le politiche di austerità, sebbene sia stata bocciata in parlamento.

La scommessa di Giani su Mia Diop: una 23enne alla vicepresidenza della Toscana

La politica toscana scommette sul futuro con una nomina che fa notizia: Bintou Mia Diop. Consigliera comunale del PD a Livorno di soli 23 anni, è la nuova vicepresidente della Regione. La scelta, annunciata dal Presidente Eugenio Giani, rientra in una strategia esplicita di rinnovamento generazionale, affiancata dalla nomina del 27enne Bernard Dika a sottosegretario. “Non dite che non punto sui giovani”, ha commentato Giani, sottolineando come la nuova guida regionale voglia parlare direttamente alle nuove generazioni.

Nata a Livorno da una famiglia di origini senegalesi, Mia Diop è una figura già radicata nel tessuto politico della sua città, dove ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della commissione urbanistica. Studentessa universitaria con un passato al liceo classico, porta con sé un’esperienza amministrativa locale e una profonda connessione con la comunità.

Nelle sue prime parole sui social, Diop ha espresso emozione e un forte senso di responsabilità, promettendo di portare “la Generazione Z dentro ogni scelta”. Ha parlato con chiarezza delle sfide che i suoi coetanei affrontano quotidianamente – “affitti impossibili, lavori precari” – e ha rivendicato il diritto dei giovani a essere protagonisti del presente, non solo del futuro. La sua nomina è accompagnata da un messaggio potente e combattivo, che sfida le logiche tradizionali del potere: “Non è vero che i giovani devono aspettare il loro turno”, ha scritto, “la verità è che il turno non arriva mai, se non siamo noi a prendercelo”. Un segnale forte che mira a scuotere le istituzioni e a dare voce a chi, troppo spesso, si sente ai margini delle decisioni politiche.

Violenza sessuale: svolta storica sul consenso e intesa bipartisan

Con un raro accordo bipartisan tra maggioranza e opposizione, la commissione Giustizia della Camera ha approvato un emendamento che riscrive il reato di violenza sessuale in Italia, introducendo per la prima volta in modo esplicito il principio del consenso. L’intesa, frutto di un dialogo tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del PD Elly Schlein, segna un passo avanti decisivo nell’adeguamento della normativa italiana agli standard internazionali.

Il fulcro della modifica è il superamento del modello basato sulla costrizione, finora cardine dell’articolo 609-bis del Codice Penale. La vecchia impostazione richiedeva la prova di “violenza, minaccia o abuso di autorità” per configurare il reato, lasciando scoperte tutte quelle situazioni di aggressione in cui la vittima non oppone una resistenza fisica, ad esempio a causa del cosiddetto “freezing”, una reazione psicologica di paralisi.

Il nuovo testo, invece, stabilisce che commette reato chiunque compia atti sessuali “senza il consenso libero e attuale” dell’altra persona. Questa formulazione sposta il focus dalla resistenza della vittima alla manifestazione di una volontà chiara e presente al momento dell’atto, allineando finalmente l’Italia alla Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2013, che definisce lo stupro proprio come un rapporto sessuale senza consenso.

L’emendamento, presentato dalle deputate Carolina Varchi (FDI) e Michela Di Biase (PD), mantiene la pena da 6 a 12 anni di reclusione ma amplia il perimetro del reato, includendo anche chi approfitta della vulnerabilità della vittima. Questo momento di unità politica su un tema così delicato rappresenta una vittoria significativa nel contrasto alla violenza di genere, rispondendo a un’esigenza di tutela richiesta da anni da giuristi e attivisti.

A cura di Greta Sonnoli

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