Clemente Mastella: “Voto No, la riforma non incide sui problemi della giustizia”

Clemente Mastella: “Voto No, la riforma non incide sui problemi della giustizia”

“Io, ultimo baluardo della politica vecchio stile”

Clemente Mastella, 79 anni. Una lunghissima storia politica e parlamentare alle spalle, tra centrosinistra e centrodestra, «Io rimango al centro, sono gli altri che si spostano». Già ministro della Giustizia con Prodi e del Lavoro con Berlusconi, oggi è sindaco di Benevento. Durante la campagna elettorale per le politiche del 2022 mise a disposizione il suo numero di telefono personale: «Chiunque può chiamarmi. Provate a far chiamare a un cittadino italiano un leader politico, non trova nessuno che risponda». All’epoca ero al liceo, rimasi colpito da quella mossa, tanto da salvare il suo numero in rubrica. Quel numero lo compongo oggi, dopo il suo inaspettato endorsement per il “No” al referendum sulla giustizia.

Sindaco Mastella, perché ha deciso di schierarsi per il NO, in dissenso con molti dei suoi compagni di viaggio?
«Per due ragioni fondamentali. La prima, sulla scia della nostra Costituzione, dove ci fu una grande discussione preliminare sull’idea della separazione o meno delle carriere, e alla fine si decise – anche su pressione di Aldo Moro – di arrivare a questa soluzione tutt’ora vigente. Resto attaccato a questa cultura, che poi è quella del cattolicesimo democratico. Da ministro non ho mai avuto questo fervore ideologico per la separazione delle carriere, la ritenevo inutile e forse anche dannosa per l’equilibrio dei poteri.
La seconda ragione, avendo io atteso come imputato per ben 11 anni che venisse dimostrata la mia innocenza, è che questa riforma non riguarda la durata dei processi. È diventata una forma di conflitto tra il governo attuale e i magistrati. E la cosa non mi incuriosisce, non mi entusiasma. In Parlamento non c’è stata discussione: è diventato un parlamento di muti. I nostri padri costituenti discussero, realizzando in maniera mirabile la Costituzione. Poi quest’idea del sorteggio non mi pare una cosa buona».

Si dice che il sorteggio elimini le correnti.
«Ma no, se questa riforma portasse all’eliminazione delle correnti sarei pure favorevole, ma l’ANM rimane tale. Chi fa parte della corrente resterà nella corrente…perché il giudice dovrebbe lasciare la corrente? Non lo sa se verrà sorteggiato o meno».

Nel 2008 il governo Prodi, di cui lei era guardiasigilli, cadde anche a seguito di un’indagine che coinvolse lei e sua moglie, poi conclusasi con un’assoluzione piena. Nordio ha citato questo caso come emblematico della necessità di questa riforma. Non l’ha convinta?
«Infatti io ho risposto a Nordio che è vero… ma il problema è che con questa riforma i poteri dei PM aumenteranno a dismisura. Non posso certo dimenticare quello che mi è capitato a causa di un gruppo di PM facinorosi. Facevo il ministro della Giustizia, venni messo fuorigioco, eliminato dalla scena politica. Solo l’unità della famiglia ci salvò. Accadde anche a Gui, ministro della pubblica istruzione nel governo Moro».

La sorprende vedere il suo ex alleato/rivale Antonio Di Pietro tra i principali sostenitori del Sì?
«Sì, un po’ mi ha sorpreso. Tutti immaginavano che io fossi per il Sì e Di Pietro per il No.
Come vede ultimamente ci invitano ai programmi, peraltro con ottimi risultati, mi dicono».

Almeno son confronti pacati.
«C’è il senso della misura. Un po’ per la mia idea della mitezza della politica, un po’ perché la gente non vuole più sentire questa forma spasmodica di contrasto accelerato. Il Paese non deve vivere il contrasto tra poteri, è dovuto intervenire persino Mattarella. Quando divenni ministro della Giustizia, Andreotti mi disse: “Tu hai il dovere di fare il ministro, perché sei uno degli ultimi rimasti con il senso dello stato, del rispetto sugli altri”. Cossiga invece mi disse: “Vedrai che indagheranno su di te”. E così fu».

Quel governo (Prodi II, n.d.r) si basava sul sostegno dei senatori a vita.
«Esattamente. Andava avanti così. La mattina dovevo chiamare Andreotti e Cossiga per dirgli di venire a votare la mia riforma. Cossiga mi diceva “Vado e voto contro”, gli rispondevo “Francesco… ma tu che dici che mi vuoi bene, mi stimi, dammi una mano!”»

I sondaggi sembrano dare in risalita il No: quanto è concreto il rischio che il referendum non passi?
«È concreto se andrà a votare poca gente, e io credo che andrà a votare poca gente. In Campania ha votato il 43% alle ultime regionali: se non si va a votare per il proprio candidato preferito, figuriamoci se si andrà a votare su questo. Anche se è vero che tanta gente ce l’ha coi magistrati».

La sfiducia proviene anche da casi di cronaca recenti, come Garlasco.
«Esatto. Ma nel 50% dei casi il giudice esprime un giudizio diverso da quello del PM. Io fui accusato dai PM ma salvato dai giudici, per esempio. Secondo me andrebbe rivalutato il ruolo del GIP, dovrebbe avere meno poteri».

Giorgia Meloni potrebbe dimettersi se vincesse il no?
«Secondo me no, a differenza di Renzi, che ne fece una questione fondamentale. Ma credo che questa discesa in campo della Meloni sia una cosa sbagliata, sbagliatissima. Perché non si tocca il governo con questa riforma, si tocca il cittadino. Questo si dovrebbe capire: che alla fine, in tutta questa contrapposizione, chi ci rimette è il cittadino come tale. D’altronde l’ha detto anche Nordio, che se un giorno dovesse andare il centrosinistra al governo, poi la riforma gioverà anche a loro».

Nel 2006 il centrosinistra vinse per l’ultima volta le elezioni. In coalizione c’era anche la sua UDEUR. Lei divenne ministro della Giustizia.
«Vent’anni fa si vinse per 25mila voti, anche grazie alla mia UDEUR, che prese 534mila voti in tutta Italia. Fu grazie a me che Prodi tornò a Palazzo Chigi. Mercoledì (nella trasmissione “Otto e mezzo”, n.d.r) si è rivolto in maniera irrispettosa nei miei riguardi, dicendo che io avessi già trattato con gli altri. Ma io ero ministro della Giustizia, perché mai avrei dovuto farlo?»

Vent’anni dopo, cosa manca all’opposizione per diventare alternativa di governo?
«Il problema è che oggi non c’è una leadership unitaria. Prodi, con tutti i limiti, era il leader accettato da tutti. Si litiga troppo, soprattutto tra Schlein e Conte. E il PD non ha una linea unitaria: i riformisti come Barbera votano si, gli altri votano no. Che partito è? Invece la Meloni, una volta che ha preso atto che il referendum diventerà politico, scende in campo e va in giro. Se il referendum diventa politico, ci si comporta di conseguenza. E la scelta deve essere unitaria».

L’anno prossimo, dopo 10 anni, terminerà il suo mandato da sindaco. Dove si vede per il futuro?
«Questo dipenderà dal padreterno, mi affido a lui (ride, n.d.r)».

Qualche incarico a livello nazionale?
«Ma vediamo, perché no. Per il modo in cui son stato espulso, devo dire che tornare non mi dispiacerebbe. Mi son dovuto dimettere da ministro, non ho fatto più il parlamentare. Mi ha mortificato molto. Anche se oggi, dovendo scegliere tra fare il sindaco della mia città e il parlamentare, farei volentierissimo il sindaco».

di Matteo Giardina

Autore

  • Studente di Giurisprudenza al terzo anno. Appassionato di politica, musica e diritto. Vice-direttore del nostro giornale.

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