
Charlie Kirk, noto attivista politico americano di destra, è stato assassinato lo scorso 10 settembre nel campus della Utah Valley University durante un dibattito pubblico con gli studenti. Il video dell’assassinio, filmato da diverse angolature (e raramente censurato), è diventato subito virale. Questa tragedia ha avuto un enorme impatto non solo tra il pubblico statunitense ma anche a livello internazionale.
Da un lato ha suscitato shock per la violenza inaspettata contro uno dei principali esponenti del movimento MAGA, resa pubblica e disponibile a tutti dai social come un’ esecuzione pubblica; dall’altro perché la tragedia è avvenuta sullo sfondo di una scena politica americana già caratterizzata da tensioni e violenza politica. L’assassinio di Kirk ha dato il via ad un dibattito politico manicheo che ha coinvolto tutte le sfere della società, dall’amministrazione Trump agli utenti social. Questa volta, a puntare il dito, è sia la destra che la sinistra.
Sebbene non si conosca con certezza l’identità dell’assassino, la polizia americana ha fermato un sospettato, Tyler Robinson, di cui sappiamo ancora poco. Il movente politico dell’assassinio è ormai indiscusso, ma le opinioni politiche di Robinson rimangono da definire. Cresciuto in una famiglia repubblicana e pro-gun dello Utah, avrebbe inciso sui proiettili slogan antifascisti, tra cui “Bella Ciao” e “Hey Fascist!”, presi da videogiochi come Helldivers 2 e Far Cry 6. Allo stesso tempo, sono emerse possibili affiliazioni con i Groypers, un gruppo di estrema destra legato a Nick Fuentes, anche lui noto influencer politico.
Mentre alcuni esponenti della sinistra sperano in un secondo Luigi Mangione, la destra sembra aver già trovato il suo colpevole: la sinistra radicale. Laura Loomer, alleata di Trump, e Elon Musk sono solo alcuni degli esponenti della destra americana che hanno invocato il Presidente affinché vendichi la morte di Kirk prendendo come capro espiatorio l’opposizione, in particolare influencer e attivisti politici “radicali”.
Di fronte al clima politico attuale, le affiliazioni politiche del colpevole, come un suo eventuale movente personale, risultano pressoché irrilevanti. Charlie Kirk è stato ucciso da colpi di arma da fuoco mentre difendeva il diritto alle armi, in uno stato conservatore e di fronte ai suoi stessi sostenitori. È stato ucciso dalla stessa retorica pro-gun che aveva difeso per anni nei suoi dibattiti, fino a pochi secondi prima di morire, opponendosi a ogni restrizione federale, compresi i registri e il divieto delle armi d’assalto. Un sistema che, a parole sue, valeva il costo di “alcune morti per arma da fuoco ogni singolo anno”.
In secondo luogo, l’episodio è stato preso da molti come esempio dell’ intolleranza e dell’ ipocrisia della sinistra verso chi la pensa diversamente, facendo riferimento ai numerosi post e meme online che ridicolizzano o celebrano l’accaduto. Gioire per la morte di una persona è crudele, a prescindere dalle sue idee politiche. Altrettanto crudele è però strumentalizzare una tragedia per fini politici, criticando la sinistra americana per la stessa intolleranza che Charlie Kirk diffondeva.
Non sentirsi particolarmente toccati dalla morte di un uomo che paragonava la pratica abortiva all’Olocausto e invocava le esecuzioni pubbliche televisive è, dopotutto, una reazione umanamente comprensibile. Ciò non nasce solo da divergenze ideologiche quanto da quell’ intolleranza verso gli intolleranti che il filosofo politico Karl Popper riteneva fondamentale per la creazione di una “società aperta” (e che è alla base della democrazia).
La stessa destra americana che proclama Kirk un martire del free speech e denuncia l’insensibilità dei democratici di fronte alla morte di un padre di famiglia, è da sempre riluttante ad esporsi con la stessa forza per denunciare la situazione a Gaza, né i 309 mass shooting e i 150 casi di violenza politica avvenuti negli Stati Uniti da gennaio 2025 a oggi (tra cui l’assassinio dell’esponente del Partito Democratico Melissa Hortman, avvenuto lo scorso 14 giugno).
Infatti, la reazione dei repubblicani alla morte di Kirk mina proprio quel free speech che dichiarano di difendere, demonizzando un lato dello spettro politico senza alcuna prova tangibile. In questo modo, l’amministrazione Trump capitalizza sul vittimismo di una parte consistente dei suoi sostenitori abbandonati dal “sogno americano”, alimentando risentimento e tensioni politiche invece di provare a placarle.
Che Tyler Robinson sia un MAGA diventato estremista di sinistra o un neonazista che ha cercato di depistare la polizia con slogan antifascisti, episodi come l’assassinio di Charlie Kirk dovrebbero costringerci non a puntare il dito a destra o a sinistra, ma a cercare di capire come spezzare il ciclo di radicalizzazione e violenza politica di cui la società americana è caduta vittima. Invece, la morte di Kirk rischia di diventare uno strumento per polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica americana e fomentare la violenza politica.
A cura di Giulia Galassi