
Quando Giansenio tossì, e nacque l’illuminismo
Giansenio si libera del dogmatismo nella filosofia nello stesso momento in cui si libera proprio di tutta la filosofia.
L’articolo avanza l’ipotesi di una (paradossale) influenza di Cornelio Giansenio sull’illuminismo.
La modernità ha un padre involontario, e che per di più la odia.
Raramente si troverà un pensiero più antimodernista del suo: egli è l’opposto, si può dire, degli illuministi; è lui, tuttavia, che li ha generati per sbaglio.
Questo padre involontario è Cornelio Giansenio, vescovo di Ypre nel 1600. Non è certo l’unico “padre” dell’illuminismo, neppure il più importante, sicuramente, però, sarebbe stato il suo più acerrimo nemico.
Egli possedeva infatti un così intenso disprezzo verso il mondo (inteso quest’ultimo come scienza, filosofia e vaneggiamenti simili) da volerlo semplicemente scartare, in favore dell’esercizio delle sole virtù religiose1.
Studioso impressionante, professore e rettore dell’università di Lovanio, secondo Giansenio lo studente di teologia fa bene a studiare la filosofia, ma come esercizio delle facoltà mentali che egli dovrà impiegare soltanto nella teologia; perché di per sé la filosofia è sterile.
Se queste premesse tutto sembrano fuorché illuministe, vediamone allora le conseguenze.
Divise dunque con nettezza filosofia e religione2, e curandosi solo della seconda, sulla filosofia cade disinteresse: ne discende che la filosofia (con la scienza) resti, paradossalmente, più libera di prima. Nella Francia in cui i gesuiti insegnavano che “il vuoto non esiste perché lo dice Aristotele”3, i giansenisti sono fra i primi a non schierarsi con loro.
Morto Giansenio nasce un movimento religioso, il giansenismo, che fra le altre cose crede che “filosofare davvero significa ridersela della filosofia”4; che Dio è il “Dio di Gesù Cristo, non dei filosofi e degli scienziati”5; un movimento che infine (eccettuato l’ambito religioso, sul quale i primi giansenisti sono rigorosissimi) non guarda ai filosofi antichi come autorità assoluta (ed ecco la modernità), ma come a una distrazione da Dio (questo la modernità non lo riesce ad accettare).
Giansenio si libera del dogmatismo nella filosofia nello stesso momento in cui si libera proprio di tutta la filosofia.
Secondo Giansenio (e i giansenisti delle origini, diffusi in Francia), poco conta quale sia la sostanza del ragionamento di un filosofo, se egli segua o meno Aristotele: egli vaneggia in ogni caso, dica pure, allora, quello che gli pare.
Ed ecco che proprio nella Francia giansenista, nel giro di cent’anni, nascono gli illuministi, che effettivamente dicono quello che gli pare. Essi seguono Giansenio, ma solo a metà, perché si liberano del dogmatismo senza liberarsi della filosofia; essi non sono altro che un suo incidente di percorso, un suo starnuto; essi sono l’effetto di un suo colpo di tosse.
- Rimandiamo alla lettura del suo Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, essendo il suo capolavoro, l’Augustinus, pressoché introvabile. ↩︎
- Tale nettezza si ritrova nell’affermazione di Giansenio secondo cui la dote propria della filosofo è propriamente il pensiero, laddove la dote del teologo è la memoria (tramite la quale egli non fa che ricordare ciò che hanno detto i Padri della Chiesa). Per questo la filosofia è mater hereticorum. ↩︎
- Stiamo attenuando: Padre Noel, gesuita francese, nel ‘600 sostiene posizioni assai più bigotte di queste. ↩︎
- Blaise Pascal, Pensieri ↩︎
- Blaise Pascal, Memoriale ↩︎
