L’imposizione lascia spazio ad un solo tipo di morale: quella del bambino, la cui scelta del bene deriva dall’alto: siete voi forse bambini?

Tornando in università non abbiamo potuto fare a meno di notare l’innovativo metodo con cui saranno rilevate le presenze degli studenti a lezione. Esse, da ora in poi, saranno infatti prese in base alla posizione del nostro telefono. Si tratta davvero di un metodo infallibile.
Tanto infallibile, a dirla tutta, quanto infantile.
Significa deresponsabilizzare lo studente, piuttosto che formarlo, questo non lasciarlo libero neppure di capire se è il caso o meno di frequentare le lezioni dell’università in cui è iscritto.
L’universitario, il quale dovrebbe già possedere quell’autonomia di autoregolarsi sin da prima di iscriversi in università, si ritrova invece ad avere sempre e comunque un’autorità (sia questa l’università o lo Stato) che sa meglio di lui cosa è giusto e sbagliato.
Quali leadersss, businessmen, statesmen, volete creare seguendo questa strada? Quali soft skillss? Entrepreneurship? Time management? Multitasking?
Le competenze si imparano esercitandole, non con gli attestati di presenza.
L’università, massimo luogo di indipendenza e libertà, di reazione e avanguardia, oggi regredisce al grado di scuola superiore.
La firma delle presenze con GPS è solamente un ulteriore passo in tale direzione. Lo studente universitario, un tempo considerato razionale ed autonomo, insomma un adulto, retrocede al grado di infante, di bamboccio da guidare e sorvegliare.
Non proponiamo, sia chiaro, di tornare a quando per rilevare le presenze c’erano i codici segreti (che cambiavano ogni 30 secondi per evitare che gli studenti presenti li condividessero con gli assenti. Che pena…). No, la nostra proposta non è questa; la nostra proposta è che vi arrendiate. Che vi arrendiate a trattare lo studente come più maturo di quanto lo considerate attualmente, che voi iniziate a reputarlo in grado di regolare autonomamente il suo studio; perché delle due l’una: o è in grado di farlo (e allora l’obbligo di frequenza non serve) oppure effettivamente non è in grado di gestirsi (e allora l’obbligo di frequenza è dannoso, perché lo lascia in quest’incapacità di autoregolarsi).
L’obbligo non dice nulla dell’etica e della maturità di una persona. L’etica necessita di una condizione di libera scelta, in cui si può scegliere il giusto ed il suo contrario. L’imposizione lascia spazio ad un solo tipo di morale: quella del bambino, la cui scelta del bene deriva dall’alto, dall’autorità della famiglia, a cui l’infante partecipa seppur rimanendo incosciente.
Siete voi forse bambini?
L’articolo riflette le opinioni degli autori:
Francesco Gangi e Pierfranco Di Zio
