15 dicembre 2017 - 3:38
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Un raggio di sole per Ahmadreza

Amore per il sapere, per la conoscenza: quella vera e profonda, non il superficiale strato dello scibile umano. Amore per la ricerca, per le prove concrete da porre a fondamento di quelle che, altrimenti, resterebbero solo vuote teorie prive di credibilità.

È questo l’amore che ha mosso ogni passo fatto da Ahmadreza Djalali, il ricercatore e medico condannato a morte In Iran. Da settimane la cronaca internazionale segue la sconvolgente vicenda dell’uomo ritenuto “Spia al soldo d’Israele”. Il medico 45enne è rinchiuso nella prigione di Evin a Teheran, dove è stato arrestato nell’Aprile del 2016, quando si era recato nella sua patria su invito dell’Università di Teheran per tenere un convegno medico.

Convegno che per Djalali è stato la sua condanna: evidentemente ingannato, il ricercatore è stato ammanettato e accusato di spionaggio. Ora è condannato alla pena capitale in quanto ritenuto dallo stato islamico “una minaccia nazionale” e la sua detenzione, in condizioni di isolamento e privo di qualsiasi diritto (primo fra tutti quello di avere un avvocato), è giustificata da “questioni di sicurezza”.

Il mondo intero è inorridito dalle terribili misure detentive e dall’atroce pena a cui è stato condannato Djalali, il quale aveva iniziato uno sciopero della fame nel tentativo di dare voce al suo sconforto, voce che nessuno ha udito!

Lo sdegno è ulteriormente alimentato dalla consapevolezza che il perpetuarsi di queste ingiustizie, da parte di uno Stato che discutibilmente si ritiene giusto e laico, riecheggia regimi dittatoriali e oscurantistici antagonisti dei fondamentali diritti umani, per il cui riconoscimento abbiamo lottato tanto arditamente!

Proprio lui, un uomo che ha dedicato la sua vita a migliorare l’esistenza degli altri, a salvare vite umane attraverso la ricerca nel campo della medicina dei disastri, presto vedrà la sua vita spegnersi in modo ignobile.

Nel tentativo di tutelare il bene della vita, invitando a non rimanere indifferenti dinanzi a simili ingiustizie, Amnesty International ha lanciato la campagna Salviamo Ahmadreza (https://www.amnesty.it/appelli/iran-ricercatore-universitario-rischia-la-pena-morte/).

È possibile firmare l’appello sollecitando l’autorità iraniana, l’Ayatollah Sadegh Larijani, ad annullare la condanna e a liberarlo immediatamente. Volontà di Amnesty è quella di garantire al ricercatore il diritto ad avere un regolare processo e a nominare un difensore, evitando così che le prove acquisite sotto minacce e torture, a cui Ahmadreza è stato sottoposto in questo periodo detentivo, siano usate come prove in dibattimento, in violazione delle norme che regolano l’acquisizione probatoria.

Per quanto si cerchi di mantenere le distanze, è impossibile non farsi toccare da vicino da queste vicende perché, per quanto disparatamente vada vissuta da ognuno di noi, il diritto alla vita è forse l’unica cosa che ci accomuna davvero! Il diritto di poterla vivere appieno e liberamente, senza coartazioni di sorta, è quello che davvero ci rende fratelli di quell’unica madre terra su cui ogni giorno tutti noi dovremmo avere il diritto di camminare con le caviglie libere da ogni catena!

Mi rivolgo a te che stai leggendo queste parole, che forse hai seguito la vicenda in televisione, o che magari hai letto attentamente la notizia sul giornale, chiedendoti come mai un uomo che ha cercato di alleviare le sofferenze dell’umanità sia invece ritenuto una spia dalla sua patria, come puoi continuare a far finta che la vicenda non ti abbia scosso?

In Italia le campagne di solidarietà sono numerose, la più grande dimostrazione di gratitudine che puoi fare oggi è quella di riconoscere il valore della vita e l’importanza del suo rispetto!

Aiuta Ahmadreza firmando l’appello, ascolta la sua voce! Dona a quest’uomo la gioia di rivedere il sole sorgere, te ne sarà grato ogni giorno!

 

A cura di Chiara Sabella

 

 

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