15 dicembre 2017 - 3:30
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Tu quoque

Proprio tu, Gian Piero? Proprio tu mi fai questo?

Che tra l’ altro a proposito non ho mai capito che razza di nome è Gian Piero; un po’ Gianni, un po’ Piero, un po’ Giampiero, come se un nome solo non ti sarebbe bastato, ma due ti sembravano troppi. Proprio tu, l’uomo della classe operaia, con quella faccia da nonno buono. Tu, pellegrino di panchine scalcinate, vecchio savio del calcio, emblema del risultato ottenuto tramite il lavoro duro sul campo, simbolo della gavetta infinita. Tu, uomo del popolo che avevi dimostrato che si può arrivare sulla vetta della montagna anche partendo dal sottoscala. Tu, che fossi nato in America sta sicuro che Springsteen ti avrebbe dedicato una canzone. Tu, che in un mondo così multiculturale, così interraziale, così progressista, sei arrivato ad allenare la Nazionale senza nemmeno sapere l’inglese. Tu che poi infatti sei così tenero quando chiedi a Florenzi cosa vuole da te l’arbitro che ti sta invitando a stare zitto in un linguaggio che non capisci. Tu, l’uomo giusto per far dire a tutti “Ragazzi, ma che diamine e diamola una possibilità a Guidolin, a Maran, a Ballardini, a Iachini, ma anche a Marino che ne sai”. Tu, l’antitesi di questi giovani che pretendono di sapere allenare con le match analysis e gli expected goals e che non hanno idea di cosa voglia dire andare a giocarsi una promozione in C2 con l’Entella Bacezza in trasferta all’ultima giornata. Tu, che quando ho letto su Wikipedia che Jimmy Ghione ti ha fatto da testimone di nozze non ci volevo nemmeno credere e poi ho pensato a quanto straordinariamente uomo del popolo devi essere per avere uno come Jimmy Ghione come testimone di nozze. Tu, che a Bari ti presentavi con Barreto-Kutuzov coppia d’attacco e ti facevi chiamare “Mister Libidine”, dicendo che allenavi solo per il gusto di farlo, come un artista di strada a fine carriera con il cappello in mano. Proprio tu, l’eroe di quelli che a scuola non hanno mai preso più di 5.5 perchè dicevano di stare antipatici alla professoressa.

Ce l’avevi fatta Gian Piero. Al diavolo tutto, al diavolo questo calcio malato che non ti ha mai considerato ad alti livelli, al diavolo tutte le sfortune, al diavolo gli esoneri, al diavolo gli anni di inattività: al diavolo pure questo Cuore Toro, questo Vives, questo Gillet che ti porti sempre dietro che si, per carità, gran portiere, molto folkloristico, ma vuoi mettere? Al diavolo tutto Gian Piero, ce l’avevi fatta. La Nazionale. Ventura in Nazionale. La classe operaia è arrivata al governo, è tempo di rivincita signori miei. Le regole verranno riscritte. A 67 anni, mentre la maggior parte dei tuoi coetanei finisce a fare l’opinionista per le tv locali, a rilasciare qualche intervista per “Sfide” o al massimo ad allenare qualche squadra di B, tu ti sei seduto sulla poltrona più alta. E allora lo vedi che forse tutte quelle lampade servivano a qualcosa? E tutto quel linguaggio giovanile in conferenza, tutto quel parlare davanti a giornalisti di libidine, di orgasmi, di eccitazioni che io davvero non lo so Gian Piero che diamine di problemi hai con il sesso, ma va bene lo stesso, lo vedi che alla fine magari ha aiutato anche quello, lo vedi che ce l’avevi fatta? C’eri Gian Piè, eri arrivato. Tu, proprio tu che potevi dimostrare che non serve nascere con la camicia per prendersi certe cariche e che non serve mica chiamarsi Inzaghi o Conte o Montella o Donadoni per sapere allenare. Cosa importa del cognome se c’è l’esperienza, il sudore, la polvere, la saggezza. Basta crederci, la chance della vita prima o poi arriva per tutti. Proprio tu, che eri il simbolo di quel calcio pane e salame che tanto ci manca, schiavo ormai solo dei vil denaro e delle dirette su Instagram. Proprio tu, Gian Piero, hai fallito.

Hai fatto un disastro, il più grande disastro della storia del calcio italiano.

Hai fatto un casino Gian Piè, e no lascia stare Coez che tanto lo so che tu sicuramente preferisci Bruno Lauzi e Gino Paoli, quel cantautorato genovese un po’ francese, un po’ crepuscolare, un po’ come te, un po’ come la tua città.

Hai fatto un casino perché la Svezia era una squadra organizzata, ordinata, piena di giocatori fisici, quasi insuperabili di testa: ma era pur sempre la Svezia.

Hai fatto un casino perché hai fatto piangere Buffon e non è bello vedere Buffon che lascia la Nazionale piangendo, maledizione.

Hai fatto un casino perché volevi mettere De Rossi a 15 minuti dalla figuraccia più umiliante della storia del calcio italiano e ti sei fatto sgridare perfino da lui.

Hai fatto un casino, perché guarda io non voglio apparire presuntuoso, ma Bernardeschi mezzala? Cioè davvero hai messo Bernardeschi mezzala? Scusa, Gian Piero con tutto il rispetto, che vuol dire Bernardeschi mezzala?

Hai fatto un casino perché hai pensato prima alla tua idea di calcio e solo dopo al bene della Nazionale.

Hai fatto un casino perché porca miseria al prossimo Mondiale mancano 5 anni e poi si gioca in inverno, in Qatar, che razza di Mondiale è, che cosa me ne faccio.

Hai fatto un casino perché hai creato un nuovo termine di paragone negativo, insuperabile. Sei peggio di Ventura. Si. Diventerà gergo nazionale, finirà sullo Zanichelli, ti consegnerà alla gloria eterna, sarai una pietra miliare, un luogo comune.

Hai fatto un casino perché una generazione intera di italiani un giorno si fermerà a pensare e dirà “Oh ma ti ricordi quella estate senza Mondiali? Quel Ventura….”

Hai fatto un casino perché hai sciupato l’occasione per dimostrare che non è detto che i più belli, i più simpatici, i più bravi, i più giovani devono vincere sempre. Hai dimostrato che forse la colpa non è del sistema, delle istituzioni, dei migranti, dei poteri forti, dei raccomandati. Hai dimostrato che spesso le cose sono proprio come devono essere, che il percorso naturale della vita porta sempre tutti nella direzione e nel posto giusto. Hai dimostrato che nulla accade per caso e che a grandi linee, ognuno raccoglie quanto merita.

Ovviamente lo sanno tutti che non è colpa solo tua, Gian Piè, ci mancherebbe eh. Il fallimento è del movimento calcio, un’economia del Paese che tu non avevi la forza (e l’intenzione) di rifondare da solo. D’altronde tu che sei uomo di campo duro e puro, lontano dai palazzi e dalle riunioni di vertice, certe cose le sai meglio di tutti. Nel calcio contano i risultati. E chi se ne frega del palo di Darmian, del girone con la Spagna, del rigore su Parolo, delle gomitate di Toivonen. Chi se ne frega. Non ti sei nemmeno dimesso dopo la partita, hai fatto capire che bisogna prima parlare di una buonuscita economica. E va bene, Gian Piero, forse hai ragione anche tu, si vive di cose concrete, mica di emozioni, nessuno può biasimarti. Però almeno, una lezione l’hai lasciata, a tutto il Paese: se la chance della vita arriva a 67 anni, forse un motivo c’è.

 

A cura di Matteo Orlandi

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