22 ottobre 2018 - 5:20
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Tessuti in tensione

Il moderno Stato di Democrazia Pluralista vive di più stratificazioni.

Oggi sullo scenario politico italiano i tessuti sociali e costituzionali sono sottoposti a sfide ai limiti delle loro capacità:  dopo lunghe ed estenuanti consultazioni, che hanno visto il Capo dello Stato dialogare con le forze politiche nella loro variopinta totalità e con le figure istituzionali di primo piano nella dimensione parlamentare recente ed attuale (il precedente Capo dello Stato ed i presenti presidenti delle due Camere), a più di due mesi e mezzo dalle elezioni sembrerebbe essersi trovato il modo di sciogliere il nodo Gordiano del processo di formazione di un Governo rappresentativo della volontà popolare, come apparsa dalle urne.

Soddisfatto il veto apposto dal Movimento 5 Stelle, nella figura del suo capo politico Luigi di Maio, alla presenza del pregiudicato leader di Forza Italia Silvio Berlusconi e della sua compagine, con successiva auto-esclusione dell’altro partito di coalizione del centro-destra, Fratelli d’Italia, sembrava finalmente profilarsi la realtà di un esecutivo a tinte gialloverdi con la duplice presenza demiurgica del leader del primo partito per voti (M5S) Luigi Di Maio e del segretario del partito con più voti all’interno della coalizione del centro-destra (Lega) Matteo Salvini.

Come si ha potuto però sintetizzare un accordo di collaborazione tra due forze politiche che, per contenuti ma anche per provenienza geografica dei voti, sembravano in periodo di campagna elettorale così distanti? La soluzione ha risieduto in ciò che lo stesso Di Maio ha tenuto a definire come “il vero leader” del governo in fieri, e cioè un programma (o contratto, che dir si voglia) di governo sulla falsariga di quanto avvenuto in Germania per la recente formazione dell’esecutivo alemanno, stilato al termine di una settimana e mezza di lavori ad opera delle figure di primo piano delle due formazioni politiche coinvolte; il programma, della lunghezza di 57 pagine, vede nell’approvazione di una forma ibrida di reddito di cittadinanza, di una versione rimodificata della flat tax, nell’aspirazione ad una rinegoziazione dei trattati europei ,soprattutto in materia economica e fiscale, nella riforma della prescrizione e nell’inasprimento delle pene per reati di corruzione ed evasione fiscale solo alcuni dei capisaldi del documento.

Il tema che più però ha animato le discussioni nei giorni passati, e che maggiormente è stato causa di raffreddamento nei rapporti tra le parti politiche all’opera ed il Quirinale, consisteva nella figura sulla quale sarebbe ricaduto l’onere di ricevere l’incarico come Presidente del Consiglio e leader dell’esecutivo, demandato poi quindi a proporre la lista dei ministri per riceverne l’approvazione da parte del Capo dello Stato che, ex art. 92 Costituzione è colui che “nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i ministri”.

Quella che apparentemente sembrava essere la ragione di perplessità e titubanza dell’Alta Carica dello Stato (la figura del premier stesso) ha finito però per essere sopravanzata dall’ipotesi paventata all’orizzonte dai due leader politici che alla guida del dicastero dell’Economia e Finanze, cruciale anche e soprattutto nei rapporti con le istituzioni dell’UE, finisse col figurare il professor Paolo Savona.

Quest’ultimo, già ministro dell’Industria e al riordino delle partecipazioni statali nel governo Ciampi tra il 1993 ed il 1994, nonché precedentemente direttore della Banca d’Italia e di Confindustria, ha negli ultimi anni fatto mostra di posizioni (euro)scettiche nei confronti della ripartizione degli oneri fiscali così come comandata dalle politiche fiscali ed economiche espresse a livello comunitario, famose per la cosiddetta linea dell’austerity, e si è fatto promotore di una linea d’azione volta al risanamento delle finanze pubbliche italiane affette da debito pubblico improntata invece a politiche di investimento, aumento della produzione e dei consumi, deprezzamento della moneta e, teoricamente, conseguente innalzamento delle importazioni: è a tal fine che quando interpellato aveva delineato l’ipotesi di prevedere un piano A, che vedeva l’Italia in prima linea nel tentare di rinegoziare i termini dei trattati inerenti alle tematiche in questione, e un piano B che prospettava invece l’ipotesi di una divisione dell’UE in due settori, “a trazione economica diversa” se si vuole, volgarmente denominati come Europa Nord ed Europa Sud, che permettesse ai paesi del Sud Europa di avere un rilancio delle proprie economie grazie ad un deprezzamento della propria moneta, diversa da quella dell’Europa Nord (in cui figurerebbero Germania e paesi economicamente ad essa vicini).

Ciò detto, lo stesso professore si è più volte professato sicuro del fatto che in Banca d’Italia un piano eventuale di “uscita ordinata” dell’Italia dall’Unione Europea lo si avesse approntato per ogni evenienza, e che tale ipotesi non sia da escludere in termini assoluti, ma comunque da pianificare in termini dettagliati e sicuri per le conseguenze sul piano economico e da tenere in conto come ultima spiaggia.

È fondamentale sottolineare però come, di fronte alle “confuse polemiche” degli ultimi giorni, definite tali dallo stesso, il professor Savona abbia voluto far trapelare informalmente un messaggio al Quirinale nel quale rimarcava la sua volontà di costruire “un’Europa più forte, più giusta e più equa”(apparentemente in linea con le rassicurazioni in tema di permanenza dell’Italia nell’UE che il Presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte si era preoccupato di fornire durante il suo discorso di accettazione con riserva dell’incarico) rintracciando in alcuni punti sintetici quelle che sarebbero le istanze da lui sostenute in sede istituzionale:

“- Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica.

– Assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale.

– Attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale.

– Conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona.

– Nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi”.

 

Un ulteriore inasprimento dei rapporti tra Quirinale e parti politiche sembrava essersi manifestato in seguito all’emissione di un comunicato informale della Presidenza della Repubblica nel quale si affermava la volontà del Quirinale a non porre veti su alcun nome, così come la sua indisponibilità ad obbedire a “diktat” politici.

È così che quando, il 27 maggio, il premier incaricato Giuseppe Conte si è recato al Colle per sottoporre al Capo dello Stato la sua lista di ministri, redatta in accordo con i leader politici delle due formazioni in ballo, si è visto opporre un rifiuto basato sulla sola non accettazione della nomina dell’ormai pluri-citato professor Savona, e ha deciso di rinunciare all’incarico.

Nel discorso di spiegazione del suo rifiuto, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha addotto come motivazioni la necessità di salvaguardare i risparmi degli Italiani e la stabilità finanziaria del paese, rimarcando collateralmente una sua certa perplessità con riguardo alla nomina a Presidente del Consiglio di una figura non eletta in Parlamento, riferendosi quindi indirettamente alla diffidenza dei mercati che aveva causato un allargamento della forbice dello spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi e alla prospettiva di un downgrade del livello di affidabilità e capacità di solvenza dello stato Italiano ad opera di agenzie di rating (es. Moody’s).

Il netto rifiuto del Capo dello Stato alla formazione di un governo organizzato nei termini sopracitati ha scatenato le diatribe più aspre ed energiche tra costituzionalisti e nella società politica e civile: vi è chi grida all’alto tradimento ed esprime la volontà di chiedere la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, ipotesi contemplata dal testo costituzionale all’art. 90, primo comma, in combinato disposto con gli artt. 134 e 135, primo comma, che descrivono gli organi preposti al giudizio (Parlamento in seduta comune e poi corte costituzionale in composizione integrata da 16 membri estratti a sorte da una lista di 45 cittadini con  qualifiche giuridiche tali da renderli eleggibili a senatori, approntata dal Parlamento ogni 9 anni, con il filtro di un Comitato costituito dai membri delle Giunte per l’immunità del Senato e della Camera demandato ad un’indagine preliminare, con ampi poteri volti ad acquisire eventuale materiale probatorio relativo alla notitia criminis, e all’eventuale presentazione di una relazione sulla messa in stato d’accusa, o ordinanza di archiviazione della pratica per palese infondatezza dell’accusa), vi è chi invece si schiera a fianco della scelta del Capo dello Stato, come sta facendo il Partito Democratico, che sarebbe stato all’opposizione di un eventuale governo M5S-Lega.

Le ultime fonti poi, danno notizia della convocazione per la giornata del 28 maggio, di Carlo Cottarelli, economista precedentemente impegnato al servizio del Fondo Monetario Internazionale e come commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, nel Governo Letta, e direttore esecutivo nel Board del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia, nel governo Renzi, per valutare l’eventualità di affidargli il mandato alla formazione di un governo, a quel punto tacciabile di derivazione Presidenziale.

Nel pieno di una delle più gravi criticità della storia della Repubblica Italiana, i congegni normativi costituzionali sono sottoposti a tensioni ed urti potenzialmente dirompenti e laceranti, mentre larghe parti del tessuto sociale e politico italiano ribollono infuriate di fronte a quello che esse ritengono essere un furto di sovranità, che come recita il primo articolo della Costituzione, “appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

A chi di dovere determinare se questa appartenenza sia stata defraudata, da chi e con quali fini.

 

A cura di Luigi Simonelli

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