9 Aprile 2020 - 2:52
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STEALTHY FREEDOM: I SOCIAL COME STRUMENTO DI RIBELLIONE

Hijab: rendere invisibili. Questo è uno dei significati, forse il più inquietante, della parola che oramai rimanda all’idea di velo islamico. Ed è proprio per rendere ” visibili” le migliaia di donne che in Iran sono costrette a portare il velo,  che la giornalista iraniana, esule a Londra,  Masih Alinejad ha creato su Facebook una pagina chiamata “Stealthy Freedom of Iranian women” (attimi di libertà segreta delle donne iraniane), dove dal 3 maggio più di 150 donne hanno postato foto che le ritraggono senza velo. Il successo riscosso (infatti la pagina ha ottenuto più di 140mila like) ha dato vita anche a una campagna non politica su Twitter con l’hashtag        “#stealthfreedom”, un modo per dare voce a persone la cui bocca è stata coperta da un velo. Una piccola forma di ribellione se paragonata alla manifestazione pro- velo svoltasi quest’anno a Teheran il 16 maggio, in cui più di 500 persone hanno chiesto  al governo un’ attuazione più rigorosa delle norme che impongono il velo alle donne,  con lo slogan ” fermate il diffondersi del vizio”. Il movimento della Alinejad, nato e sviluppatosi sui social network, ha come scopo non ribellarsi all’hijab, ma consentire la convivenza tra chi non lo porta e chi invece lo preferisce. Infatti storicamente nella penisola araba preislamica le donne, tra le numerose libertà, potevano decidere di indossare o meno il velo e fu solo con l’ Islam che il velo , simbolo della rivalsa maschile, divenne obbligatorio secondo quanto prescritto dalle principali fonti di diritto islamico (Corano e Sunna). Ed è a questo punto che viene da chiedersi: perché una donna dovrebbe scegliere di coprirsi e nascondersi al mondo ? In realtà il velo indica le donne che devono essere oggetto di un particolare rispetto ,poiché ormai legate a un solo uomo,  e oggi costituisce anche una ostentazione del rifiuto di “ occidentalizzazione”. Soprattutto però esso obbliga gli uomini a focalizzarsi sulla vera personalità della donna e a mettere in secondo piano la sua bellezza fisica, concetto che non è di poca importanza anche in un ambiente cosiddetto “moderno” , dove, ad esempio, foto di donne nude sui cartelloni pubblicitari rimangono un simbolo di oppressione e maschilismo. Il senso del movimento ( che primo tra tutti ha riscosso un tale successo da quando fu introdotto l’obbligo dell’ hijab nel 1979) è proprio quello di consentire alle donne di decidere come vivere la loro femminilità, di scegliere se esprimere la loro personalità solo con le parole o anche con il corpo, se rimanere ancorate alle tradizioni e ai precetti religiosi oppure discostarsene. Una donna pubblicando una sua foto senza velo sulla pagina ha scritto: “Detesto l’hijab. Adoro la sensazione del sole e del vento sui miei capelli. É questo un grande peccato?”  ed è forse un peccato essere libere di decidere chi e come essere?

Redazione

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