26 Maggio 2020 - 4:41
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“Sovranisti, Barbari, Fascisti”

In una burocrazia, la struttura gerarchica interna alimenta conflitti fra chi occupa determinate posizioni e chi si trova all’apice dell’organizzazione.

Spesso, la manovalanza nelle aziende organizza grandi proteste, costituendo movimenti sindacali per salvaguardare i propri diritti. In questi casi, un efficace metodo di risoluzione dei conflitti può essere la cooptazione, metodo attraverso il quale viene allargata la potestà decisionale ad alcune delle parti insoddisfatte. Al leader della protesta, ad esempio, può essere garantito un seggio all’interno del consiglio di amministrazione, in modo che egli possa rappresentare le istanze dei rivoltosi. Nella storia della politica, la cooptazione è un meccanismo che si presenta spesso: l’Impero Romano riuscì ad evitare la distruzione e la prematura dissoluzione grazie alla lungimiranza di alcuni imperatori. Attraverso la creazione di particolari sistemi burocratici di assegnazione, spartizione e suddivisione del territorio, riuscirono ad eludere la possibilità di un’eventuale invasione da parte dei barbari, assegnando loro terre da pagare e soprattutto da gestire, proprio sui confini.

Il risultato fu positivo sia per i cittadini romani, che riuscirono ad evitare un’invasione selvaggia e incontrollata, sia per i barbari, che vennero a contatto con una cultura più ricca ed evoluta. È anche vero, però, che la cooptazione spesso fallisce, e la conseguenza può essere il totale ribaltamento di equilibri e relazioni che intercorrono fra gruppo dominante e gruppo dominato. Celebre è il tentativo di Giovanni Giolitti di istituzionalizzare il fascismo, dopo aver adottato anni prima la stessa strategia e lo stesso approccio con il socialismo.

L’obiettivo dell’establishment liberale era sfruttare lo squadrismo ed impiegarlo come arma politica per piegare sindacati ed organizzazioni socialiste, ben radicate sul territorio. Mussolini e i suoi riuscirono a ribaltare completamente i rapporti di forza e realizzarono un progetto politico che durò 20 anni, anche a causa della passività del Re e di Presidenti del Consiglio come Facta. Con la stessa ottica è possibile analizzare anche il “compromesso storico” e il tentativo, da parte della corrente morotea della Democrazia Cristiana, di costituire un esecutivo sostenuto persino dal Partito Comunista. Moro fu capace di intravedere un problema strutturale della democrazia dell’epoca: un partito al 34% non poteva non essere rappresentato al governo e non poteva non partecipare al processo decisionale. Lo sguardo dello statista sembra attraversare mezzo secolo di storia, anche se la sua esistenza termina il 9 maggio 1978 in quella Renault 4 rosso fuoco parcheggiata in Via Caetani.

Questo periodo storico testimonia il fallimento delle politiche neoliberiste avallate dai partiti moderati, di centro-destra e centro-sinistra, che fino a questo momento hanno dominato il panorama politico europeo.

Negli anni i partiti populisti, più critici verso l’establishment europeo, sono cresciuti elettoralmente e si sono trasformati in potenti strumenti di propaganda e mobilitazione sociale. Hanno interpretato il malessere popolare e lo hanno manifestato nei palazzi del potere, innescando una piccola rivoluzione. In Italia, il M5S ha spostato l’attenzione del dibattito pubblico su questioni di fondamentale importanza: la riforma della giustizia, il salario minimo, la battaglia contro i grandi evasori.

Vittime del proprio elettorato fluido e instabile, ossessionati dal mantenimento del consenso, sono stati annientati dalle alleanze che hanno stretto e da una classe dirigente dalle tendenze autolesioniste. Il crollo del M5S dimostra che il populismo europeo funziona in campagna elettorale, ma non funziona al governo di un paese complesso come l’Italia.

La propaganda populista è pregna di demagogia e abbassa lo spessore del dibattito pubblico, ma in alcuni casi sposta l’attenzione dell’opinione pubblica su questioni che dovrebbero meritare maggiore attenzione. Lo sviluppo di nuove energie in seno alla società civile andrebbe sempre accolto con entusiasmo dall’establishment mediatico e culturale, che oggi snobba i movimenti populisti e inavvertitamente accresce il loro consenso. “La Storia è un cimitero di aristocrazie”, scriveva Pareto, e integrare il populismo nei quadri dell’amministrazione politica europea, attraverso l’eventuale costituzione di una commissione sostenuta da quasi tutte le forze che attualmente riempiono l’arco parlamentare a Bruxelles, potrebbe rafforzare l’integrazione europea e allo stesso tempo spostare l’attenzione dei neoliberisti sui temi fondamentali.

Se questi ultimi saranno abbastanza lungimiranti, e tenteranno un approccio invece di disdegnare questa nuova energia popolare, potrebbero realizzare una vera e propria terza via. E i sovranisti? Se mettessero da parte la propria intransigenza come si comporterebbero dopo il processo integrativo? Potrebbero essere assorbiti, oppure ribaltare completamente i rapporti di potere.

Articolo a cura di Michelangelo Mecchia

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