27 Gennaio 2022 - 9:01
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Referendum: la “tragica” fine della “stagione delle riforme” e l’alba della Terza Repubblica

Ieri il governo Gentiloni ha ricevuto la fiducia anche al Senato con 169 sì, in un’aula semivuota a causa della mancanza dei parlamentari 5 Stelle e della Lega, fuori dal palazzo per protesta.

È passata poco più di una settimana dal voto del referendum, un referendum che forse mai come ora nella storia d’Italia ha spaccato di più il Paese. La sua azione è andata ben oltre, perché quella notte ha segnato la fine del governo Renzi, ma ancor più ha rappresentato una svolta decisiva nel panorama politico, portando alcuni addirittura a parlare di fine della Seconda Repubblica. Perché questo referendum è stato un vero e proprio spartiacque tra una fase e una nuova. Esso ha sancito definitivamente la fine della stagione delle “riforme”, come l’aveva definita più volte l’ex-premier, tre anni dove l’esecutivo da lui guidato ha cercato, con un numero impressionante di disegni di riforma, di rimettere in moto un Paese che la spinta propulsiva l’ha persa da molto, forse troppo tempo.

Si è partiti con il famoso “sgambetto” a Enrico Letta nel 2014, che ha permesso a Renzi di salire a Palazzo Chigi il 22 febbraio di quell’anno. Da allora, subito il premier annunciò l’avvio dei lavori sulla Riforma Costituzionale, la Riforma della Pubblica Amministrazione, il Jobs Act. Sarebbero seguite poi le altre famose riforme della Buona Scuola, dello Sblocca Italia, fino ai vari progetti di detrazione fiscale e intervento sulle pensioni. È cominciata così l’avventura del nuovo governo, che inizialmente ha conseguito numerosi successi, cominciando a ridare davvero speranza a un elettorato più che mai sfiduciato, che poi infatti ha premiato il PD alle Europee con un eccezionale 40 %.  Ma poi qualcosa ha cominciato ad andare storto. Si è partiti con la fallimentare Buona Scuola, che non solo non è riuscita a sbloccare la problematica situazione del mondo scolastico italiano, ma ha cominciato a dare nuovi e sempre più crescenti nemici a Renzi, ovvero gli insegnanti e, di pari passo, i sindacati. Poi pian piano si è andati ai giovani, riempiti di voucher, ma con sempre minori certezze e aspettative nel mercato del lavoro. Gli effetti del Jobs Act infatti non sono stati quelli sperati, con a dicembre 2016 un povero risultato di 500000 posti di lavoro in più dall’approvazione della riforma, e un tasso di disoccupazione calato solo di poco più di un punto percentuale. E così il secondo e forse più fatale protagonista si è schierato contro Renzi. Quest’anno, poi, si è arrivati ai pensionati o coloro in procinto del pensionamento, che, in un contesto poco roseo come quello lasciato dalla legge Fornero, hanno visto un intervento tardivo del governo. Dall’altra parte, i ceti imprenditoriali e quelli più benestanti sono stati i maggiori sostenitori dell’ex-Presidente del Consiglio in questo tempo.

E infine si è arrivati a maggio, con l’approvazione definitiva del testo di legge di Riforma Costituzionale, approvato da Camera e Senato, ma tuttavia necessitante di approvazione popolare tramite referendum, per l’insufficienza di voti favorevoli ricevuti in Parlamento. Da allora è partito un grande dibattito, che presto e forse inaspettatamente ha oltrepassato i palazzi della politica e coinvolto pian piano tutto il Paese. Così, si sono cominciati a creare i primi schieramenti, con numerose associazioni sindacali, foriere di una consistente porzione dell’elettorato, che si sono schierate seccamente per il No, mentre sempre più grandi nomi del mondo imprenditoriale e costituzionalisti di rilievo, assieme a outsider storici della politica, si sono schierati a favore del Sì. A settembre, poi, è cominciata la vera e propria campagna referendaria, che ha visto la discesa in campo del Governo in prima persona, a partire dal Presidente del Consiglio, in prima linea assieme a ministri e viceministri tra le piazze delle principali città italiane, e dall’altra parte la coalizione variegata dell’opposizione che, tra campagne pubblicitarie (M5S), frotte di Smart con a bordo membri di Forza Italia che spiegavano le ragioni del No e stand della Lega nelle piazze, coalizzavano l’elettorato avverso al referendum. Mesi decisivi, che tuttavia rispetto a maggio hanno da subito messo in evidenza un dato quanto mai importante, vera e propria spia d’allarme: il vantaggio del No. Nel campo del Sì all’inizio questo non ha destato molta preoccupazione, con Renzi che è stato convinto fino all’ultimo della possibilità di una rimonta del Sì, e d’altra parte una capillare copertura mediatica e l’approvazione ricevuta da tanti personaggi in vista del panorama nazionale.

Ma frattanto, quella che qualcuno definì tempo addietro “la maggioranza silenziosa” si andava ingrossando sempre di più, e il No staccava ancora maggiormente il Sì, per le varie ragioni esposte. Perché questa riforma non ha mai convinto una gran parte di quell’elettorato menzionato, quanto mai decisivo in questa votazione; un elettorato che, si voglia dopo essersi informato a fondo sul disegno di legge, si voglia ancora per la quasi altrettanto assillante e ben congegnata campagna multiforme dell’opposizione che forse involontariamente ha saputo far breccia tra le pieghe della “corazzata” renziana, ha decisamente voltato le spalle al premier, consegnandoli una sonora sconfitta di quasi 20 punti percentuali nella notte di due settimane fa.

E a quel punto, tuttavia, Renzi, come forse nessun politico prima d’ora nella storia d’Italia aveva fatto, ha scelto di dimettersi, mantenendo la promessa fatta da mesi. Che si voglia o no, bisogna riconoscere una certa coerenza al “rottamatore”, che peraltro ha convocato dopo poco il Congresso del PD. Perché certamente pochi avrebbero deciso di rinunciare a una poltrona allettante come quella del Presidente del Consiglio e poi anche di Segretario del Partito, solo per adempiere a una promessa. Tuttavia questo atto ha avuto un importante risvolto: ha cementato quel 40% di favorevoli al Sì, che pur minoritari rispetto all’esorbitante 59% dei No, hanno dimostrato un fatto, e cioè che c’è una parte della popolazione, assolutamente non sottovalutabile, che ha sostenuto l’ex-Presidente del Consiglio e la sua Riforma. Dall’altra parte, invece, il fronte del No poteva contare solo su tutto il resto dell’opposizione, che tuttavia alcuni suoi attori li ha già visti all’opera in passato, ma con scarsi, se non pessimi risultati.

In ogni caso, allora si è aperta la crisi di Governo, che però, da un lato grazie alla spinta di Renzi nelle sue ultime settimane da segretario del partito di maggioranza, e dall’altra grazie alla rapidità del Presidente della Repubblica, si è risolta esattamente in una settimana. Così, il Capo dello Stato ha incaricato Paolo Gentiloni, ex ministro degli Esteri di Renzi e suo sostenitore della prima ora, di formare il nuovo governo.

E da lì si è visto un altro dato importante, perché nella composizione del governo Gentiloni ha riconfermato quasi tutti i ministri chiave del governo uscente, spostando solo alcuni di loro in altre caselle e aggiungendone 5 nuovi: di questi, solo Anna Finocchiaro, ai Rapporti con il Parlamento, si può dire la meno renziana di tutti. Un fatto che dimostra quindi come il PD, per indisponibilità delle opposizioni, facendosi carico della responsabilità di guidare un altro governo, ha cercato, nella figura del nuovo premier, un percorso di continuità con il governo uscente, per costruire su quell’eredità da esso lasciata. E lo stesso Gentiloni è ulteriore conferma di ciò: quanto mai diverso da Renzi, più pacato, quasi meno “sferzante”, senza l’aggressività buona del predecessore, e d’altra parte senza quell’animosità che tanti gli coalizzò attorno e molti altri ancora contro. Fatto dovuto anche al passato di Paolo Gentiloni, ex deputato del Pd, Ministro delle Comunicazioni nel Governo Prodi II e poi Ministro degli Esteri con Renzi, una personalità che ha sempre giocato un ruolo subalterno, più marginale nel panorama politico nazionale, preferendo sempre un più basso e umile profilo, tranne quando si candidò a sindaco di Roma nel 2012. Un uomo dunque, come ha raccontato chi gli è sempre stato a fianco, senza eccessi e vanità, sobrio, con pochi amici ma fidati, che pur tuttavia è stato tra i primi antesignani della “rivoluzione” renziana, negli anni precedenti all’insediamento del “rottamatore”. Un dato che non è appunto passato inosservato ieri e avantieri alla Camera e al Senato, quando durante il discorso di insediamento del premier, nella platea semivuota dell’aula, l’agguerrito capogruppo PDL Renato Brunetta ha elogiato “il fair play e il tono di rispetto a cui non eravamo più abituati da tempo”. Si capisce tutto anche qui: come ci sia, nel bene e nel male, un vuoto, un grande vuoto, lasciato da quell’uomo, Renzi, dai toni agguerriti, decisi, che voleva fare tutto, che prendeva rapidissimamente decisioni, che dava l’anima a tutto il partito e al governo, conferendogli la spinta acceleratrice che abbiamo visto in questi anni. Quell’uomo che tuttavia proprio forse per quella spinta propulsiva, unica tra tutti, ha fallito nel suo obiettivo: traghettare il Paese verso una fase nuova, che alcuni commenterebbero come la Terza Repubblica. Si voglia per gli errori di cui abbiamo parlato, si voglia per la figura non più candida e immacolata come quando arrivò tre anni fa a palazzo Chigi da quasi “outsider del palazzo”, si voglia ancora per il breve tempo avuto a disposizione per spiegare allo scettico elettorato una riforma complessa e fondamentale come quella della Costituzione, si aggiunga infine la personalizzazione e il tentativo di giocare ancora una volta la carta del “rottamatore”, fatto sta che quel vuoto c’è e si fa sentire tutto.

Ciò che succederà adesso ancora non è dato saperlo, ma è forse opportuno ricordare che, sebbene tanti errori siano stati fatti in questi tre anni di Governo, un grande risultato va riconosciuto all’uomo di Rignano: quello di aver svegliato un Paese da tempo caduto in una crisi di identità, di valori, che non credeva più e non seguiva più la politica. Un Paese che ha ricominciato a pensare e, tra chi ha riconosciuto i meriti del premier uscente del riformismo e della grande energia profusa in questo intento, e tra chi invece ha criticato il suo voltare le spalle a vari ceti sociali con le loro problematiche, sicuramente non si dimenticherà tanto facilmente di questa fase, e forse troverà proprio lì lo spirito della rinascita, la “fiamma” della grandezza di un tempo.

 

A cura di Pasquale Candela.

Redazione

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