15 Ottobre 2019 - 1:13
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Qui brucia il tempo delle cattedrali

È una storia che ha per luogo Parigi nell’anno del Signore, duemila diciannove. Purtroppo.

Nostra Signora di Parigi – ma un po’ della Terra tutta, cristiana e non – è la chiesa più visitata al mondo e, senza dubbio, anche la più conosciuta, grazie a Victor Hugo, prima, e alla Disney, poi. Ci sono voluti duecento anni per erigerla e poche ore per ridurla in ginocchio.

Quello che una Rivoluzione e due Guerre Mondiali non hanno potuto è riuscito ad un semplice incendio scoppiato sull’impalcatura nella navata centrale, eretta per lavori di ristrutturazione. Quando le fiamme divampano, poco prima delle 19, è ancora giorno, non ci sono turisti all’interno perché l’orario delle visite è finito, ma ce ne sono all’esterno ed è da loro che arrivano le prime sconvolgenti immagini. Non ci si crede – non ci si vuole credere –, si aspettano i soccorsi, si scruta il cielo alla ricerca dei canadair; passa un’ora e la flèche va in pezzi, insieme ai cuori di cristiani e francesi. La guglia è seguita, poco dopo, dal tetto e il fuoco lambisce la torre Nord, si teme il peggio per il campanile. Scende la notte, il contrasto del rosso contro il cielo nero è un dipinto dell’Inferno.

Centinaia di vigili del fuoco lavorano per domare l’incendio, non sembra abbastanza, ma fanno del loro meglio, tenendo conto delle condizioni avverse: il vento impetuoso che rinvigorisce costantemente le fiamme, un lato della cattedrale inaccessibile ai mezzi in quanto affacciato sulla Senna e l’altezza incredibile del soffitto, non raggiungibile con gli elicotteri-cisterna perché l’idea di scaricare una bomba (d’acqua) con bassa visibilità in centro urbano, distruggendo anche quelle mura che ancora si ergono, non promette bene.

A tre ore dall’inizio della tragedia, André Finot, portavoce di Notre Dame, Laurent Nuñez, segretario di Stato al Ministero dell’Interno, e un portavoce dei vigili del fuoco disperano di recuperare qualcosa della cattedrale. Dopo altre due ore circa, le fiamme perdono di potenza, l’incendio è contenuto, le campane sono salve; non ci sono vittime, se non la Cristianità e l’Arte.

Questo 15 Aprile è stato per il mondo cristiano e quello dell’arte ciò che l’11 Settembre fu per il mondo occidentale. Oggi come allora, si cerca il colpevole, si grida al complotto, si prega, tanto. Mentre la procura apre un’inchiesta per accertare le cause dell’incendio, per il momento definito colposo, le altre chiese della capitale suonano le loro campane, numerosi parigini e fedeli si raccolgono al limitare della zona evacuata per intonare canti religiosi e i leader mondiali proclamano la loro vicinanza al dolore francese.

Quando il sole sorge sulla cattedrale silenziosa, l’incendio è finalmente domato e si procede alla stima dei danni: la guglia e la “foresta” (due terzi del tetto interamente in legno) bruciate, alcune vetrate esplose per il calore, la struttura, la Corona di Spine e tutte le opere d’arte sono salve. Poteva andare peggio, come ha spiegato il critico Sgarbi è “grave, ma non irreparabile”. Il presidente francese Macron, del medesimo avviso, in un commosso discorso tenuto sul posto ha annunciato che “ricostruiremo questa cattedrale”, dando voce alla volontà (inter)nazionale, già manifesta nell’hashtag che aveva iniziato a diffondersi #ReconstruireNotreDame. Le donazioni non tardano ad arrivare, scatenando una gara di solidarietà tra ricche compagnie private e cittadini, e si stima che in qualche lustro la cattedrale tornerà al suo splendore.

Ci si rassicura, speranzosi, e, meno annebbiati dal dolore, ci si rende conto che ovviamente l’avrebbero ricostruita – “ancora più bella”, nelle intenzioni di Macron – e che, in effetti, di veramente medioevale tra quello che è bruciato c’era poco e niente. Ci si dovrebbe rasserenare ancora di più e, invece, in un certo senso, è una dolceamara verità: neanche l’impermutabile simbolo – della cristianità, dell’arte, della Francia – dura per sempre. Dalla penna di Victor Hugo, “finirà anche la notte più buia e sorgerà il sole”, una frase ripresa più volte sui social in questi giorni perché indubbiamente ispira ad andare avanti, ma, forse, questa tragedia dovrebbe ricordarci che, a un certo punto, il sole potrebbe tramontare di nuovo.

A cura di Ludovica Esposito

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