28 Settembre 2020 - 0:02
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QUESTIONE MERIDIONALE: fra passi avanti e possibilità di regresso

I meridionali sono inferiori. Quando ho dichiarato che, non in tutti ma in molti casi, i meridionali sono inferiori, mi riferivo evidentemente alla loro situazione di sottosviluppo, difficile dal punto di vista sociale. Tanto è vero che lì sono pieni di mafie, ‘ndrangheta, di Sacra Corona Unita, di camorre. Non solo, ma anche dal punto di vista del reddito individuale al Sud si registra il 50% del reddito dei settentrionali e dei milanesi in particolare. Non vedo dove sia l’offesa.

Così si è espresso, suscitando numerose polemiche, lo scorso 21 aprile il giornalista e direttore di Libero Vittorio Feltri durante la trasmissione di Rete 4 “Fuori dal coro”, condotta da Mario Giordano.

Vittorio Feltri, direttore di Libero

L’antica ed evidente sproporzione territoriale italiana tra Nord e Sud sembra esasperare ancora oggi molti cittadini, avendo alle spalle anni e anni di storia. Basti pensare che per ogni euro di Pil al sud se ne producono due al centro-nord. A questi dati si aggiungono i problemi dell’offerta, per la quale si perdono più posti di lavoro durante le fasi di recessione di quanti se ne creino durante le fasi di espansione. Inoltre, ricordiamo i problemi della domanda che acuiscono la distanza tra beni di mercato e tra servizi sociali alimentati rispettivamente dalla produttività del nord e dall’assistenzialismo del sud. Il Mezzogiorno rappresenta circa un terzo della forza lavoro dell’Italia, eppure oltre il 20% della sua popolazione è esclusa dal mercato del lavoro. Tra le cause di tale problema concorrono, tra l’altro, la carenza di investimenti, la dotazione di infrastrutture, la diffusione di attività illegali caratterizzate da penetrazione mafiosa e la bassa accumulazione di capitale sociale. Al Sud, secondo dati di Bankitalia, la disoccupazione coinvolge oltre il 18% della forza lavoro, pari a 1 milione e 400 mila persone, con un divario di 11 punti percentuali rispetto al Centro Nord. Una situazione ancora più grave tra i giovani con meno di 35 anni, una fascia d’età dove i senza lavoro arrivano quasi al 34%, 19 punti in più rispetto alle regioni settentrionali. In valori assoluti si stima che circa 1 milione e 700 mila giovani meridionali, oltre un terzo del totale, uno dei valori più alti d’Europa, non lavorano né accumulano conoscenze. Il dislivello fra Nord e Sud emerge anche dall’ultimo report dell’Istat sulla struttura del costo del lavoro in Italia. L’istituto nazionale di statistica stima che nel 2016 questo indicatore per le imprese con almeno 10 dipendenti dell’industria e dei servizi sia stato pari a 41.785 euro per dipendente. Le retribuzioni lorde si sono attestate invece a 30.237 euro, pari al 72% circa del costo del lavoro. Per quanto riguarda redditi e retribuzioni differenze molto ampie si possono riscontrare in regioni come la Calabria che arrivano in media a registrare livelli inferiori di oltre il 40% rispetto alla Lombardia, l’area più ricca del Paese.

Anche sul fronte sanitario lo squilibrio Nord-Sud è evidente. Come emerge dall’ultimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del paese, l’83% degli abitanti nel Mezzogiorno ritiene il proprio servizio sanitario regionale “non adeguato. Non sorprende pertanto che i residenti nelle Regioni meridionali preferiscano farsi assistere altrove. È il noto fenomeno della mobilità sanitaria: ogni anno circa mezzo milione di pazienti viene ricoverato in una Regione diversa da quella di residenza. Tutte le Regioni meridionali, a eccezione del Molise, hanno un saldo negativo della mobilità sanitaria, e per fronteggiarlo, il principale strumento messo in campo finora sono stati i Piani di rientro e se guardiamo solo all’aspetto finanziario, sembra che essi alla lunga abbiano avuto effetto. Gli ultimi esercizi finanziari (dal 2012 in avanti) mostrano infatti che quasi tutte le Regioni, fanno eccezione Sardegna, Liguria e Molise, hanno progressivamente risanato i conti. Soprattutto nelle Regioni commissariate, i Piani di rientro hanno comportato, oltre all’inasprimento della pressione fiscale, pesanti tagli alla spesa: si è bloccato il turn over del personale, sono stati ridotti i posti letto, sono stati rimandati gli investimenti. Tali misure di “austerity sanitaria” hanno sì rimesso in ordine i conti, ma, a lungo andare, hanno ridotto la qualità dei servizi erogati. Dunque, si deve pensare a un piano di recupero della sanità meridionale che sia mirato non solo alla disciplina finanziaria (che ovviamente è indispensabile) ma anche al miglioramento complessivo della qualità dei servizi. Qualcuno propone un piano straordinario di investimenti per rilanciare la sanità meridionale, qualcun altro suggerisce di recuperare lo strumento dei gemellaggi tra Regioni avanzate e Regioni arretrate. Certamente è giunto il momento di cambiare strategia, perché per scavalcare il problema servono strumenti diversi da quelli messi in campo finora.
Sarebbe altrettanto ingiusto accusare il Sud di vivere alle spalle del Nord, dato che questo divario è alimentato dalla debolezza del capitale sociale e umano, dalla crisi demografica, (aggravata dallo spopolamento dei giovani) dalla carenza di spirito imprenditoriale e senso civico, la cui mancanza, come sostenne il politologo Robert D. Putnam, provoca arretratezza e effetti negativi nei confronti dello sviluppo e dell’efficienza delle istituzioni. Si tratta di problemi strutturali legati in parte alla gestione delle risorse economiche dello stato. I cittadini meridionali si sentono abbandonati e tutto sommato hanno ragione. Per quanto riguarda gli ultimi anni, ovvero dalla crisi del 2007-2008, è evidente che c’è stata una colpevole disattenzione della politica: la povertà assoluta è cresciuta, i governanti o hanno ignorato il problema o hanno sparso ingiustificato ottimismo, senza la reale applicazione di politiche incisive. A questi fattori si aggiunge il sentimento di impotenza e depressione da cui scaturirebbe la convinzione irreversibile di non poter fare di più, di lasciare una buona porzione parassitaria del territorio italiano abbandonata a sé stessa, impoverita. C’è chi si aspettava un maggiore sforzo da parte del nord, come il politico conservatore Giustino Fortunato, ma che col tempo si mostrò disilluso per l’incapacità della classe dirigente settentrionale di risolvere la questione meridionale. C’è chi, invece, proponeva una sorta di alleanza tra operai del nord e contadini del sud. Si tratta dello storico e politico socialista Gaetano Salvemini, per il quale buona parte delle colpe erano da imputare alla complicità dei grandi proprietari terrieri meridionali e dei loro alleati, i piccoli borghesi locali, “che amano rimanere ignoranti e trovano comodo prendersela con i settentrionali.”


Nonostante le criticità di quest’anno che non risparmiano nessuna regione d’Italia, i media non perdono occasione per stigmatizzare le istituzioni politiche e sanitarie del meridione. Alcuni studiosi come Andrea Ichino e Johanna Posch dell’Istituto dell’Università europea, Tito Boeri dell’Università Bocconi e Enrico Moretti di Berkeley, propongono di adeguare i contratti di lavoro nazionali alle differenze regionali in materia di produttività e costo della vita come accade in Germania. Questa ricetta potrebbe dar lavoro a milioni di disoccupati nel medio-lungo periodo. Tuttavia possibili controindicazioni sarebbero la quasi immediata riduzione delle retribuzioni di quanti al Sud sono già occupati. Per la classe politica italiana si impone, quindi, la scelta tra l’aiutare i disoccupati e conservare i voti degli occupati. Cambiare una certa mentalità tipica del Nord-Italia e rimediare ai disastri del sud è quasi sempre stato un obiettivo auspicabile da parte dei più attivi anche in passato. Andando un po’ indietro nel tempo, nell’elaborare possibili soluzioni al problema, il politico Napoleone Colajanni, appartenente al positivismo e convinto democratico, riteneva che il protezionismo fosse l’unico mezzo per realizzare l’industrializzazione del territorio. Al contrario, Antonio De Viti De Marco, economista liberista e deputato radicale, criticava l’intero processo di industrializzazione come soluzione per il gap economico meridionale e suggeriva, piuttosto, lo sviluppo agricolo.
A questo punto definiamo nello specifico che cosa si intende per questione meridionale, ovvero la percezione, maturata nel contesto postunitario, della situazione di persistente arretratezza nello sviluppo socio-economico delle regioni dell’Italia meridionale rispetto alle altre regioni del Paese, soprattutto quelle settentrionali. Apriamo una breve parentesi storica. La politica dello Stato italiano nel Sud del paese è stata sempre fortemente condizionata dalle istanze di una serie di gruppi d’interesse (fra cui quelli dei proprietari terrieri, della finanza nazionale e internazionale e della grande industria settentrionale) e dalle varie forme di consociativismo fra i centri del potere nazionale e le oligarchie locali, che spesso hanno assunto chiare connotazioni di illegalità. In seguito all’Unità d’Italia, la mancata integrazione economica della parte appena annessa del Paese, la chiusura di numerosi impianti industriali presenti nel territorio, la mancata redistribuzione delle terre promessa dai garibaldini, l’introduzione della leva obbligatoria, l’inserimento di nuove tasse per diminuire il debito causato dalle guerre d’indipendenza, la debolezza del neonato stato portarono a numerose rivolte nelle campagne, al brigantaggio e a un progressivo depauperamento del territorio; sorge così la “questione meridionale” e a una corrente di pensiero e ricerca storica detta “meridionalismo”. Tutti i governi che si sono succeduti nel corso del XX secolo si sono adoperati, spesso con scarsi risultati, con interventi speciali sulle aree interessate, al fine di diminuire lo squilibrio che poneva il Mezzogiorno in netto distacco dalle restanti regioni italiane, a partire dalla legge speciale per il risanamento di Napoli, voluta fortemente da Francesco Saverio Nitti.
Consideriamo come esempio Torino al centro di un consistente flusso migratorio che, iniziato nei primi anni cinquanta, raggiunge il suo apice nel periodo del cosiddetto miracolo economico proseguendo per tutti gli anni settanta del Novecento. Sul territorio cittadino si snodano parabole migratorie che vedono i nuovi arrivati dal sud sostituirsi a quelli dell’Italia settentrionale e secondo un censimento del 1971 Torino diventa una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo. Nell’immaginario di chi emigra il capoluogo piemontese assume i contorni di una realtà capace di offrire casa e lavoro, ponendo fine alla miseria e agli stenti patiti nella terra natia. In realtà l’arrivo nei centri urbani si trascina dietro problematiche e difficoltà di non facile superamento. Differenze culturali e identitarie trasformano l’incontro tra torinesi e immigrati in un momento dai contorni frastagliati e spigolosi. Una discriminazione che assume le sembianze dei cartelli affissi ai portoni delle case arrecanti la frase “non si affitta ai meridionali”, oppure quella dell’attuazione di dinamiche esclusive che passano attraverso epiteti carichi di astio, coniati dalla popolazione locale per definire, identificare, screditare i nativi delle regioni del sud. Si crea così una situazione di emarginazione superata attraverso una progressiva condivisione degli spazi. Quest’ultima consentirà di scalare il muro che divideva i torinesi dagli immigrati, incanalando il rapporto sui binari di un’integrazione pressoché pienamente avvenuta o apparentemente.

Ora la situazione lì al sud potrebbe essere ancora una volta compromessa notevolmente a causa della congiuntura negativa dell’economia italiana e dell’emergenza sanitaria che ha riaperto questi pregiudizi antropologici nel Paese. Strampalate teorie, tra le quali si staglia quella della giornalista Barbara Palombelli, la quale avrebbe brillantemente intuito che il contagio al sud fosse più lento perché i meridionali lavorano meno dei settentrionali. Non manca il riferimento a Matteo Salvini, che è riuscito, grazie all’abilità politica e alla retorica, a far dimenticare il proprio passato, a tendere la mano ai meridionali impoveriti di cui aveva bisogno esclusivamente per fini elettorali; fortunatamente il web aiuta a riportare tutto alla memoria. Nel 2009, al raduno leghista di Pontida, Salvini intonava una canzoncina contro i napoletani definendoli colerosi, terremotati e puzzolenti e, infine, ha rincarato la dose dichiarando che loro sono un popolo troppo distante dalla nostra impostazione culturale, non abbiamo nessuna cosa in comune, siamo lontani anni luce. Qualche anno dopo ha scattato un selfie con due famosi calciatori del Napoli, porgendo le sue scuse alla città. Sempre a Pontida, Bossi confessa la sua amarezza: “Ho visto solo un sacco di gente interessata ad essere mantenuta. Cosa si vuole, che si continui a caricarla addosso alle regioni settentrionali?” Nel 2012 Salvini scriveva su Facebook “Dire prima il nord è razzista? I razzisti sono coloro che da decenni campano sulle spalle altrui.” Esclamazioni simili a quelle che oggi sono indirizzate ad un nuovo nemico, bersaglio di questi rinnovati insulti “razzisti”: i migranti, che sbarcano periodicamente sulle coste italiane, accusati di rubare il lavoro agli italiani, vivere alle spese del Paese, delinquere e diffondere il neonato virus.
“Siamo stanchi di sentire in tv parlare in napoletano e romano”, ha affermato una volta Luca Zaia, presidente della regione Veneto. Nel controbattere, correggerei l’affermazione affermando che “stiamo stanchi di sentir parlare” anti-meridionali che sbraitano scompostamente contro i loro stessi connazionali negando l’affitto di una casa al nord. Siamo stanchi di sentir parlare sulle reti televisive politici settentrionali con quella superficialità di pensiero che distorce le informazioni più chiare e ci rende masse poco reattive, al seguito dei potenti, i quali riescono, con una retorica efficace, ad “ammorbidire la realtà” e ad accalappiare più consensi possibili manipolando a loro vantaggio quella cerchia di elettori “passivi”. È qui che entrano in gioco i canali di informazione, i giornali, il cui sforzo dovrebbe essere accompagnato dalla volontà di ciascuno di essere emotivamente distaccato dagli eventi, dai capi dei partiti, dalle maggioranze a tal punto da elaborare un pensiero analitico e soprattutto scevro di influenze, anzicchè orfano di contenuti. Dunque, meridionali o anti-meridionali? Passi avanti o possibilità di regresso? A voi la scelta.

Articolo a cura di Ilaria Russo

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