28 Novembre 2022 - 23:21
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“Quando i ricchi si fanno la guerra tra loro, sono i poveri a morire”.

 Jean-Paul-Sartre, filosofo per eccellenza dell’esistenzialismo, ha sempre avuto un grande acume sia nell’intendere criticamente la società, sia nel saper analizzare in maniera distaccata i suoi risvolti più infimi e oscuri. La situazione geopolitica mondiale fa suonare le sue parole estremamente concrete ed attuali. In particolare, guardando da vicino al conflitto tra Russia ed Ucraina è facile intendere come le prime vittime, e le uniche vere vittime, siano civili e soldati. I primi sono considerati come il costo inevitabile per la conquista di posizioni e territori, mentre i secondi sono l’esca e lo scudo con i quali i leader degli schieramenti internazionali si proteggono mentre insistono di essere al lavoro per trovare la via di uscita migliore per mantenere intatto l’assetto diplomatico.

Nelle ultime due settimane, da quando il presidente Russo Vladimir Putin ha riconosciuto l’indipendenza delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, l’escalation militare ha portato al massacro di circa diecimila uomini arruolati nell’esercito di Mosca, un numero poco inferiore di uomini arruolati per Kiev e alcune centinaia di comuni. La cupidigia internazionale ha raggiunto un livello così alto da non riuscire a mantenere in vigore nemmeno il cessate il fuoco temporaneo, sancito dal secondo round di consultazioni.

Tuttavia, questa guerra, che viene definita da una parte come “operazione militare speciale” e dall’altra parte come “invasione e aggressione alla sovranità di uno stato” è stata esacerbata da una fortissima repressione mediatica. Su ciò è importante focalizzarsi. Il blocco occidentale, affiliato alla NATO ed all’UE, ha infatti stigmatizzato fortemente, e per questo anche legittimamente, qualsivoglia tipo di informazione che potesse indicare una chiave di lettura diversa rispetto a quella onni-fornita del conflitto (come ad esempio la critica alla tardiva reazione di ambedue le organizzazioni che, personalmente, ritengo essere più che corretta). D’altro canto, il blocco orientale ha dato vita ad un durissimo regime di censura che ha portato all’arresto di diverse migliaia di individui che si opponevano pacificamente alle decisioni del Cremlino. Questa scelta scellerata ha avuto un riverbero sulle testate internazionali costrette a richiamare i propri giornalisti per evitare che fossero comminate ai loro danni pesantissime sanzioni.

Molto spesso però, la maggior parte delle notizie che arrivano attraverso i media non sono attendibili e vanno controllate, per evitare di scambiare eventi attuali con accadimenti di guerre passate, e per di più in altre parti del mondo. La cultura, a questo proposito si sta dimostrando nuovamente fragile. La contemporaneità, l’era del divenire fluido, e della transizione tecnologica, sta allargando il buco nero dentro il quale la cognizione causale e la percezione del reale stanno cadendo. Per evitare di diventare automi del pensiero, è importante distaccarsi dal mainstream mediatico e cercare di ritornare alla veridicità dell’informazione contingentata, ma comunque sufficiente ad avere una chiara visione dei fatti. Il concetto espresso è riassunto dalla locuzione latina “In medio stat virtus”. Non possiamo fingere di credere ad ogni parola pronunciata dai nostri leader politici e sociali, come non possiamo evitare di non tenere in considerazione la visione antitetica a quella comunemente assunta per vera. Il conflitto tra Russia e Ucraina, dovrebbe dare l’impulso, una volta che le armi saranno deposte, ad una completa revisione del sistema culturale globale.

Infatti, nessuna ideologia di fondo, può o deve essere inculcata nelle generazioni più giovani attraverso l’ovvietà banale dell’anti-cultura mediatica. Piuttosto, le proprie convinzioni andrebbero sviluppate e plasmate sotto l’egida dell’apertura mentale. Solo attraverso un ricambio informativo costante e vario, è possibile non rimanere impantanati nel dato-per-scontato. Questo messaggio è trasmesso anche dalle parole del sociologo Eviatar Zerubavel che ricorda come: “il dato per scontato di oggi può essere lo straordinario di domani”. Il problema persistente risiede nel fatto che lo straordinario non possa essere colto da menti ordinariamente impregnate di superficialità e scontatezza. Il filosofo tedesco Walter Benjamin è indubbiamente un punto di riferimento cruciale a cui aggrapparsi e da cui partire. Nel suo saggio più famoso “L’Opera d’Arte nell’Epoca della sua Riproducibilità Tecnica” Benjamin ricalca passo per passo le ragioni per cui, la fruibilità diffusa della cultura e dell’informazione sia anche il suo principale punto debole. La conclusione più indicata è che l’essere umano sembra procedere sempre più verso un appiattimento dimensionale e cognitivo, nonostante l’evoluzione scientifica e tecnologica, già menzionata in precedenza, stiano progredendo verso forme sempre più evolute dal punto di vista artificiale. L’unica forma in cui esso si realizza è la finitudine dei suoi stessi meriti e l’amplificazione dell’apatia morale e razionale che lo rende prono ad accontentarsi della notizia di facciata, piuttosto che della sotto-notizia.

Esistono quindi dei metodi che rendano l’uomo di per sé abilitato alla comprensione bi o tri dimensionale dei fatti? Capaci di svincolarlo dall’oppressione digitale e informativa della casta politica e dominante? Sicuramente sì, ma il prezzo da pagare è molto alto, sia in termini sociali che personali. Il pensiero svincolato può infatti spesso essere fuorviante e assolutamente non veritiero (in questo caso si dovrebbe parlare di un’iperbole di confidenza e di amor proprio, non giustificabile e non giustificata). Anche quando però questo stadio cognitivo non è raggiunto, la società che si muove compatta verso la direzione della massificazione del sapere tende all’esclusione dell’individuo, che nel suo essere accantonato, risulta superiore in visione e comprensione ai suoi esclusori.

Tornando al tema complementare dell’articolo, la guerra, non si può negare come questa sia indubbiamente anche il risultato di una duplice propaganda univoca che vede l’individuo sociale risucchiato nella lotta fratricida della sua stessa ragione. Obbiettare il giusto, o contraddire l’errato è una dottrina semplicemente non accettata e quindi non accettabile. Il contesto di estrazione sociale e di derivazione ideologica contribuisce quindi all’inspessimento della fusione politico-sociale-informativa, che è la causa principale della mono-dimensione percettiva umana. Solamente attraverso ad una rigida tutela dell’informazione comprensiva (e quindi inclusiva) la tendenza culturale e razionale può emergere e farsi spazio tra la frenesia informativa della contemporaneità, che è diventata il principale virus cognitivo e percettivo di cui l’uomo possa ammalarsi.

A cura di Nicola Ragazzi

Redazione

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4 commenti

  1. Il vostro editoriale sembra voler velatamente negare una circostanza inoppugnabile: si sta assistendo a tutti gli effetti a una guerra di aggressione nei confronti di uno stato sovrano (l’Ucraina). Piuttosto l’editoriale punta il dito contro “la cupidigia internazionale”, “il massacro di 10.000 uomini arruolati nell’esercito russo”, l’inattendibilita’ dei media (tutti i media), la “massificazione del sapere”. Dopo gli inopportuni interventi in talk show televisivi del Prof Orsini, forse sarebbe il caso di evitare di esprimere posizioni che possono apparire ambigue o eccessivamente sofistiche su questa tragica vicenda. Perche’ non sempre “in medio stat virtus”. Mi sono laureato, ormai piu di venti anni fa, alla facolta’ di giurisprudenza della LUISS e quindi ho a cuore l’immagine e buon nome della nostra Università. Saluti

    • Nicola Ragazzi

      Gentilissimo, il senso dell’articolo è completamente opposto a quello che sta asserendo. In primo luogo, i dati citati sono semplici osservazioni empiriche (per constatare il numero di morti). In secondo luogo, non c’è nessuna ambiguità (nelle linee finali è chiaramente sottolineato come il pensiero svincolato possa essere fuorviante e non vada,in tal caso, giustificato!). Infatti, la guerra è usata come tema subalterno, per provare a capire se, in fondo, la disinformazione e l’uso spropositato dei media di ambo le parti (in questo caso, ma in generale) sia dovuto ad una crisi culturale.

      Non esiste alcuna implicita intenzione di giustificare Putin. E, ad ogni modo, la bella immagine dell’università si preserva tranquillamente anche iniziando riflessioni un po’ più profonde.

      • Nel mio commento non ho affatto asserito (o anche semplicemente suggerito) che il vostro editoriale intendesse “giustificare Putin”. Ma è proprio il voler trattare la guerra come “tema subalterno” per concentrarsi sulla “disinformazione e l’uso spropositato dei media di ambo i lati” (sic!) che – a giudizio dello scrivente – disorienta il lettore e fa deragliare l’articolo verso un ambiguità di fondo che non trovo opportuna, anche in considerazione della sovraesposizione mediatica del Prof. Orsini. Cordiali saluti.

        • Nicola Ragazzi

          Gentilissimo, mi dispiace che colga questa intenzione. La guerra è un tema centrale, ma per evitare di trattarne le già sovra-dibattute questioni (di cui il giornale si occupa quotidianamente) ho ritenuto interessante provare ad usarla per una riflessione più ampia.

          Lungi da me, e dal giornale, provare a giustificare quanto sta accadendo. Tralatro, abbiamo lanciato, assieme ad altri giornali, un campagna di raccolta fondi alimentari e sanitari per l’Ucraina. Non ci tiriamo indietro!

          Saluti.

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