16 Gennaio 2021 - 15:29
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Pechino e Seoul non sono modelli da seguire

Cala il sipario su un anno disastroso, segnato dalla crisi pandemica. Il bollettino di guerra è tragicamente eloquente: 1,84 milioni di vittime, in tutto il mondo, circa 75.000 decessi in Italia (un terzo solamente in Lombardia), e una forte contrazione del PIL mondiale (-6,9% per i paesi del G20 nel secondo trimestre dell’anno, -12,8% per l’Italia, come indica l’Ocse) con almeno 100 milioni di persone in più, secondo le stime previste dalla Banca Mondiale, che vivranno in condizioni di povertà estrema (circa 2 dollari al giorno).

Al netto della crisi economica, innescata dalla pandemia, la Cina è l’unico paese in crescita (+,1,9%) al termine del 2020. Questo dato, oltre ad alimentare pittoresche teorie del complotto che interpretano lo scoppio della crisi pandemica come un fatto voluto dalla potenza cinese per incrementare la propria quota di potere mondiale, ha rinvigorito quella narrativa che contrappone il mondo occidentale ad un’altra civiltà, lontana e a tratti incomprensibile; in questo specifico caso, nell’ambito della gestione della crisi pandemica, ci si riferisce sempre più spesso al cosiddetto “modello orientale,” considerato vincente rispetto alle politiche condotte dai governi europei e dall’amministrazione statunitense. Altre rilevazioni statistiche, che quantificano la mortalità della pandemia, sembrano suffragare questa tesi: al momento le vittime del Coronavirus negli USA sono circa 350.000. In Cina invece si contano meno di 5000 decessi, a fronte di una popolazione che è quattro volte più grande rispetto a quella statunitense. Bisogna pur sempre considerare il fatto che le cifre fornite dal Partito Comunista Cinese, in assenza di una stampa libera che possa contestare il governo e sponsorizzare versioni alternative a quella ufficiale, sono relativamente credibili. Tuttavia, statistiche pubblicate da organismi più indipendenti come il Fondo Monetario Internazionale (che ha segnalato, alla fine dell’anno, la crescita del PIL cinese) dovrebbero aiutare a determinare quale modello sia quello vincente, soprattutto in termini di efficienza: di fronte alla superficialità ostentata dal Presidente, e alla scelleratezza di alcune scelte politiche della Casa Bianca (che Trump ha pagato con la mancata rielezione) Pechino ha rapidamente domato la curva dei contagi, restaurato l’economia del paese, e intrapreso la campagna vaccinale, attraverso l’adozione di misure imponenti e draconiane.

Curva dei contagi in Cina

Chi ripropone questa narrativa, ne fa una questione culturale: l’Occidente è la culla del consumismo sfrenato, dell’individualismo rapace e della libertà senza vincoli. Il comunitarismo invece, è un tratto essenziale della cultura politica e religiosa di molti paesi orientali, dove la comunità prevale sull’individuo e l’interesse generale si impone su quello del singolo. Il metodo più efficace per contrastare la pandemia, difatti, consiste nel rispetto delle norme più basilari: in pratica, senso civico, unità e spirito di collaborazione. Un libro scevro di preconcetti, che analizza lucidamente la contrapposizione fra cultura individualista e comunitarista, è “Oriente e Occidente” di Federico Rampini: un’indagine che ripercorre la storia, sonda le radici culturali di questo binomio, sveste pregiudizi e delegittima etichette che vengono poste su una o l’altra dimensione valoriale.

Eppure, quando si glorifica il cosiddetto “modello orientale,” e lo si spaccia come vincente, si tende a commettere due errori.

Il primo: ci si riferisce erroneamente alla sola Cina, o comunque, a soltanto tre paesi che nell’immaginario collettivo hanno gestito virtuosamente la crisi pandemica: Corea del Sud, Giappone e Cina. In realtà, un termine complesso e generico come “Oriente” può rappresentare un’area geografica immensa o un insieme di culture, usanze, lingue ed etnie; insomma, un universo variegato e complesso. In Medioriente ad esempio, su paesi lacerati da crisi preesistenti, come emergenze umanitarie e conflitti armati (e con sistemi sanitari fragili e fatiscenti, logorati dalla guerra) il Covid-19 si è accanito con particolare ferocia.

“Un’emergenza nell’emergenza” è l’allarme lanciato da Un Ponte Per, associazione di volontariato che opera sul territorio, in tutta la regione, da oltre 25 anni. Nel nord est della Siria (zona invasa dalla Turchia ad ottobre del 2019) l’ONG ha inaugurato tre reparti Covid-19 nelle città di Derek, Tabqa e in una scuola di Mambij (riconvertita a reparto), per dotare gli ospedali di 18 posti di terapia intensiva e 42 di sub-intensiva, ha inoltre elaborato e realizzato un piano di formazione del personale medico locale, volto ad arginare la diffusione del contagio all’interno delle strutture ospedaliere, ed ha intrapreso campagne di prevenzione che hanno raggiunto oltre 11.000 persone. Tutto ciò avviene sullo sfondo di una sanguinosa guerra civile, che si protrae da 9 anni ed ha ucciso 570.000 persone; vi sono poi 7,6 milioni di sfollati interni, 5 milioni di rifugiati, e l’80% della popolazione, secondo Al-Jazeera, vive sotto la soglia di povertà.

Emergenza Nord Est Siria

Il secondo errore consiste invece nel dimenticare un particolare fondamentale, una minuscola variabile in grado di modificare (o ridimensionare, forse) il significato della “vittoria” del modus operandi orientale, celebrata da chi, proponendo il binomio est-ovest, determinava quale fosse il modello più efficiente, facendo pendere la bilancia a favore dell’Oriente.

Questa variabile non modifica, come abbiamo già detto, il risultato della contesa, ma il suo significato. L’esito è incontestabile, i numeri non si prestano a teorie ed interpretazioni: certi paesi hanno reagito con vigore e prontezza alla crisi pandemica, mentre altri hanno subito passivamente le tragiche conseguenze di una catastrofe imprevedibile. Eppure c’è questa variabile, per certi paesi insignificante, per altri indefettibile e necessaria, che si chiama democrazia.

Per affrontare l’emergenza il governo italiano, come tutti i governi d’Europa, ha adottato misure volte a ridurre l’incremento dei contagi e ad attenuare la pressione esercitata dal Covid-19 sulle strutture sanitarie, come il lockdown, l’obbligo di indossare la mascherina o il divieto di formare assembramenti, comprimendo, inevitabilmente, alcuni diritti costituzionalmente tutelati, in un’ottica di bilanciamento tra queste libertà violate e il diritto fondamentale alla salute, sancito dall’art 32 della nostra Costituzione. In ogni paese europeo e negli USA, dopo l’accettazione passiva (dovuta allo spavento iniziale) delle principali restrizioni alle libertà individuali, le categorie più colpite, a livello economico e sociale, dai decreti del governo, sono scese in piazza per tutelare i propri interessi e protestare contro questa compressione.

Napoli, ottobre 2020

A volte, le derive violente o antiscientifiche di alcune manifestazioni hanno offerto al mondo dell’informazione e al potere pretesti per ridicolizzare e feticizzare le proteste, senza scindere alcune ingiustificabili prevaricazioni, o farneticanti sciocchezze, da rivendicazioni legittime e richieste ragionevoli. È disponibile in allegato il link ad un articolo pubblicato su Globe-Trotter e dedicato alle manifestazioni di Napoli, ad ottobre dell’anno scorso, dove questa riflessione viene elaborata e approfondita.

A Napoli hanno ragione!

In ogni caso, “ostacoli,” alla pubblica gestione della crisi come il bilanciamento fra diritti e libertà compresse, o manifestazioni di protesta, in Cina non esistono.

Qualcuno potrebbe obiettare che in Corea del Sud e in Giappone la democrazia c’è, eppure la crisi pandemica è stata gestita virtuosamente, e i contagi si sono ridotti al minimo. Ma le misure adottate da Seoul, sono inattuabili in paesi come il nostro, la Francia o gli Stati Uniti d’America.

L’esportabilità del modello orientale di lotta al coronavirus in Europa

L’identificazione dei contagiati, attraverso sofisticati e pervasivi sistemi di tracciamento, l’impiego di videocamere (presenti in qualsiasi edificio, strada, veicolo pubblico e privato), l’obbligo di scaricare un’applicazione governativa,“messaggi di orientamento sulla sicurezza,” (ovvero sms inviati ai cittadini dagli uffici distrettuali del Paese)… si tratta di forti limitazioni ad alcune libertà fondamentali, prima fra tutte il diritto alla privacy. Inoltre nel 2015, la Corea del Sud ha già affrontato una pericolosa epidemia, il Mers-Cov, affinando tecniche di contenimento ed elaborando procedure standard, atte a fronteggiare qualsiasi malattia infettiva.

Verrebbe da chiedersi, “ma il fine giustifica i mezzi?”

In un mondo così iperconnesso e globalizzato, una catastrofe di questo tipo potrebbe ripresentarsi. Roberto Calasso scriveva “Anche i virus in fondo sono nomadi,” e prendono l’aereo. Ci auguriamo che non vi siano nuove pandemie all’orizzonte, ma sarà comunque fondamentale allestire un piano pandemico standard; dovremmo trarre ispirazione da Seoul, o da Pechino, per affrontare il futuro? Potremmo vincere stavolta, ma a quale costo? Ognuno ha la propria risposta.

C’è un paese che ha vinto la guerra contro il virus senza rinnegare la natura democratica delle proprie istituzioni. Con circa 3500 decessi, a fronte di una popolazione (tra le più anziane al mondo) che conta 126 milioni e mezzo di persone e con un’altissima densità abitativa, in Giappone le autorità si sono limitate a semplici raccomandazioni, si sono appellate al senso civico dei cittadini, e hanno disposto preventivamente la chiusura di luoghi pubblici e scuole. Tanto è bastato. Il vicepremier nipponico Taro Aso, durante un’udienza in Commissione Finanze, ha dichiarato che “tra gli altri paesi e il Giappone c’è differenza di mindo.”. Molte norme igienico-sanitarie, percepite come una novità da cittadini europei ed americani, fanno già parte da anni dello stile di vita nipponico. E così, il Giappone ha impartito un’altra lezione di civiltà al mondo intero.

Articolo a cura di Michelangelo Mecchia

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