24 Settembre 2020 - 16:28
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PATRICK ZAKY e la lotta per i diritti umani in Egitto

Patrick Zaky è un ragazzo egiziano, ha 27 anni.

Frequenta il prestigioso master “Gemma” dell’Erasmus Mundus a Bologna, in studi di genere e delle donne. È il 7 febbraio 2020. Aveva appena superato un esame e si apprestava a salire sul volo che l’avrebbe portato a casa a Mansura, in Egitto. Finalmente avrebbe rivisto la sua famiglia. Patrick sale su quel volo, con l’entusiasmo di un giovane fuorisede costretto a passare la maggior parte dell’anno lontano da casa per poter avere la speranza di un futuro migliore.

Ma il giovane ricercatore non sapeva che la sua terra lo avrebbe accolto in modo del tutto inaspettato: una volta atterrato all’aeroporto del Cairo, Patrick non ha trovato la sua famiglia ad attenderlo, ma le autorità egiziane. A sua insaputa, pendeva su di lui un mandato d’arresto da mesi. Scompare per 24 ore. Viene scoperto che il ragazzo è stato portato in prigione a Mansura, sua città natale. I legali che lo assistono riferiscono che è stato torturato per 30 ore, picchiato e sottoposto a pesanti scosse elettriche, nonché a continui interrogatori. Patrick doveva confessare un crimine gravissimo che l’Egitto punisce senza far sconti: l’attivismo, la lotta per i diritti umani.

Egli è, infatti, uno degli attivisti più coraggiosi: denunciava sui social cosa succede in Egitto se fai parte di una minoranza, se fai parte della comunità Lgbt, se ti opponi ad Al-Sisi.

Patrick non ha paura, vuole solo che il suo Paese sia libero. Vuole dare voce a tutti coloro che nella sua terra combattono con lui perdendo contro il regime: in un attimo vengono rintracciati ed eliminati dai sicari di Al-Sisi. In un attimo, è come se non fossero mai esistiti. Del resto, la disastrosa situazione egiziana dei diritti è una questione che Amnesty International monitora da tempo.

Nel giugno 2019 aveva provveduto a rendere pubblica un’analisi che è stata presentata al Consiglio ONU dei diritti umani, rivelando dati sconcertanti: improvvise sparizioni di attivisti, torture, maltrattamenti. Varie sessioni dell’Upr (Universal Periodic Review) avevano già evidenziato il problema nonché la forte necessità di un intervento, soprattutto riguardo alle condizioni detentive disumane impiegate dalle forze dell’ordine egiziane, proprio come quelle che Patrick sta subendo in questi giorni: una cella condivisa con altre 35 persone, con una piccolissima finestra ed un’unica latrina.

Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International, ha dichiarato: “Ora più che mai è fondamentale che il mondo denunci il degrado dei diritti umani in Egitto e chieda il rilascio dei manifestanti pacifici finiti arbitrariamente in carcere”.

Manifestanti che muoiono da eroi silenziosi di una guerra latente, che sembra non avere fine. Una volta avuta la notizia dell’arresto del ragazzo, gli amici hanno provveduto a chiudere i suoi profili social e hanno chiesto ai media di non divulgare ulteriori informazioni sull’attività di Patrick o le sue accuse sarebbero peggiorate.

Già, accuse… Ma quali?

Le solite, quelle delle quali le forze armate si servono di continuo per distruggere quelli come Patrick: “diffusione di notizie false, incitazione a proteste, tentativo di rovesciare il regime, uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza”

Il 22 febbraio ha avuto luogo la prima udienza nel Palazzo di Giustizia di Mansura, nella quale è stato deciso di prolungare di 15 giorni la detenzione. Il rischio è che si vada avanti così per un massimo di due anni, come è solito della giustizia egiziana per fare in modo che la storia venga semplicemente dimenticata.

Così, per aver difeso i diritti umani e la verità, Patrick rischia l’ergastolo… Se non la morte. Proprio come è accaduto a Giulio Regeni, ucciso in Egitto nel 2016.

Il mondo è indignato. La ferita aperta lasciata dalla morte di Giulio brucia ancora molto forte e forse, paradossalmente, l’arresto di Patrick sta avendo un impatto nelle coscienze molto più incisivo del suo attivismo: tutti stanno unendo giorno per giorno le loro voci per imporre la sua scarcerazione, nella convinzione che “Stavolta andrà tutto bene”.

Proprio come dice Giulio abbracciando Patrick in un murale realizzato a Roma a pochi passi dell’Ambasciata d’Egitto. Proprio come se fosse una promessa che studenti e attivisti fanno ad entrambi: stavolta Patrick non è solo. Stavolta andrà tutto bene. 

Articolo a cura di Gabriella Barbera

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