15 dicembre 2017 - 3:31
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MOAS rescue 105 migrants in rubber dinghyPhoto: Darrin Zammit Lupi/MOAS

ONG: nuove regole sulla condotta

In occasione della riunione informale dei Ministri della Giustizia e degli Affari Interni, tenutasi a Tallin il 6 luglio, i Ministri dell’Interno dell’UE hanno accolto con favore l’iniziativa proposta dal Ministro Minniti, volta alla creazione di un codice di condotta che regoli l’attività di Search and Rescue (SAR) delle navi delle ONG impegnate nel Mediterraneo.  

Le ong che hanno sottoscritto il codice hanno accettato il divieto assoluto di entrare nelle acque territoriali libiche, conformemente al diritto internazionale, secondo cui non si può superare la linea del mare territoriale di uno Stato sovrano, a 12 miglia dalla costa, senza la sua autorizzazione. Dopo il rapporto Frontex di maggio, per cui alcune ong hanno spento, in alcune operazioni SAR di marzo 2017, i loro transponder – apparecchi di localizzazione che permettono al Maritime Rescue Coordination Centre di Roma (MRCC) di seguire gli spostamenti delle ong –, il codice proibisce di spegnere o ritardare la regolare trasmissione dei segnali di tracking e identificazione. Per evitare di agevolare la partenza e l’imbarco di natanti che trasportano migranti, e di facilitare l’attività dei trafficanti di vite umane, le ong non potranno inviare segnalazioni luminose o comunicazioni, ad eccezione delle comunicazioni necessarie nel corso di eventi SAR per preservare la sicurezza della vita in mare. Quando un caso di SAR avviene al di fuori di una Search and Rescue Region (SRR) ufficialmente istituita, il comandante della nave è tenuto ad informare le autorità competenti degli Stati di bandiera, ai fini della sicurezza, e il MRCC competente per la più vicina SRR. I trasbordi di migranti soccorsi da una nave ad un’altra sono proibiti, eccetto in caso di richiesta del competente MRCC. Le competenti autorità dello Stato di bandiera devono essere tenute costantemente informate dell’attività intrapresa dalla nave e di ogni evento rilevante ai fini della “maritime security”, regola che rimanda all’art. 94 comma 1 della United Nations Convention on the Law of the Sea, firmata a Montego Bay nel 1982. Le ong si impegnano a ricevere a bordo funzionari di polizia giudiziaria, su richiesta delle autorità italiane competenti, al fine di raccogliere informazioni e prove per le indagini sul traffico di migranti e la tratta di esseri umani. Inoltre, sono tenute a dichiarare alle autorità competenti dello stato in cui l’ong è registrata, tutte le fonti di finanziamento per la loro attività di soccorso in mare e a comunicare, su richiesta, tali informazioni alle autorità italiane nel rispetto dei principi di trasparenza. Le ong si impegnano anche a favorire una cooperazione leale con l’Autorità di Pubblica Sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti, anche trasmettendo le informazioni di interesse a scopo investigativo alle Autorità di Polizia, nel rispetto della normativa internazionale sui rifugiati e sulla protezione dei dati. Una volta soccorsi i migranti, le ong devono cercare di recuperare le imbarcazioni improvvisate e i motori fuoribordo, al fine di evitare che i trafficanti riutilizzino i gommoni per una nuova tratta.  

Ad oggi, sono cinque le organizzazioni presenti nel mare davanti alla Libia, che hanno sottoscritto il codice voluto dal ministro Minniti: Save the Children, Moas, Sea Eye, Proactiva e Sos Méditerranée. Non hanno firmato Medici senza frontiere, Sea Watch e Jugend Rettet. In un primo momento, Sos Méditerranée si era rifiutata di firmare il codice, finché il Viminale non ha fornito dei chiarimenti in merito ad alcuni punti, allegando un Addendum al codice che è parte integrante dello stesso. Si sottolinea che il codice non implica una limitazione della pratica dei trasbordi e che gli stessi avverranno sotto il coordinamento esclusivo del MRCC di Roma, nel rispetto della legge marittima internazionale. Quanto alla presenza di polizia giudiziaria a bordo, Sos Méditerranée precisa che il Codice non menziona esplicitamente la possibilità di portare armi e, dunque, non si impegna a ricevere uomini armati a bordo delle navi, fatto salvo in caso di mandato rilasciato nell’ambito del diritto nazionale o internazionale. 

A seguito delle minacce subite dalla Guardia Costiera libica e dopo l’annuncio da parte di Tripoli di voler creare una SAR molto più ampia delle acque territoriali, nella quale sarà possibile entrare solo dopo aver avuto l’autorizzazione delle autorità libiche, Medici Senza Frontiere, Sea Eye e Save the Children hanno fermato le navi impegnate davanti alla Libia nel soccorso ai migranti, perché non ci sono le condizioni di sicurezza per andare avanti e non può di conseguenza essere garantita l’efficacia delle operazioni. 

 

 

A cura di Silvia Chioggia 

 

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