23 Maggio 2019 - 9:48
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Niente favole

Siamo piacevolmente abituati a parlare nel calcio di “favole a lieto fine”. Ci affascina vedere il piccolo che prevale senza apparente ragione logica sul più forte, il Davide che distrugge Golia, il povero che umilia il ricco – il Leicester trionfatore a sorpresa dell’ultima Premier League è stato l’ultimo grande esempio di favola a lieto fine calcistica -. Beh, i brasiliani del Chapecoense non erano poi così diversi dalla banda Ranieri, calcisticamente parlando: domani avrebbero dovuto giocare  la partita più importante della loro storia di club.

Raggiungere la finale della Copa Sudamericana, per la giovane squadra nata appena nel 1973 a Chapoè, polo prettamente industriale del sud del Brasile con un bacino di utenza di circa 20000 persone, sembrava nulla più che un miraggio fino ad appena 7 anni fa, quando il “Chape” galleggiava senza troppe pretese nei meandri delle divisioni brasiliane. Senza alcun tipo di tradizione, con una tifoseria piccola numericamente ma profondamente affezionata e con un fallimento scampato per miracolo nel 2003 (venne salvato dall’investimento di un’azienda di veterinaria), la scalata al vertice è iniziata d’ improvviso nel 2009 ed è culminata nel 2014, con la promozione nella massima serie del calcio brasiliano: da allora come in ogni favola che si rispetti ha consolidato e migliorato ogni anno la sua posizione fino ad arrivare ad appena due partite dalla conquista di un trofeo internazionale, l’equivalente sudamericana dell’ Europa League europea. Una straordinariamente normale storia di calcio, pulita, romantica, vera, nella terra dove più che in ogni altro luogo del pianeta il calcio è una religione e i giocatori delle divinità.

Mancava da scrivere l’ultima pagina, suggellare il lieto fine. Ora invece, guardando le foto dei rottami del volo charter che doveva portare la squadra in Colombia, proprio per giocare la finale della Copa Sudamericana contro il ben più più quotato Atletico Nacional, non può non assalire un profondo senso di ingiustizia.  A bordo del tragico volo c’erano 82 persone, tra giocatori, staff tecnico e personale dell’aereo e il bilancio non lascia spazio a molte interpretazioni: 77 morti e 4 superstiti secondo la polizia colombiana. Le cause dello schianto, avvenuto circa alle 2.15 italiane in una zona montagnosa alle porte di Medellin, sono ancora da accertare e le due ipotesi al momento più plausibili parlano di guasto elettrico o addirittura uno sciagurato calcolo errato del carburante, che sembra essere terminato prima del previsto. Le condizioni meteorologiche critiche, oltre ad essere possibile concausa dell’incidente, hanno per altro rallentato i soccorsi, che si sono infatti fermati dopo appena poche ore scoraggiati dalla possibilità di trovare nuovi sopravvissuti. Una strage.

La rosa del “Chape” non aveva star internazionali. Giocatori prevalentemente brasiliani (un solo argentino, non convocato) stipendi ridotti e un allenatore di esperienza: Caio Junior, 52 anni con una carriera di lungo peregrinare in giro ad allenare per tutto il Brasile. C’erano in rosa anche due giocatori che hanno avuto esperienze in Italia: Claudio Winck al Verona lo scorso anno, rimasto a casa anche lui perché infortunato e Felipe Josè Machado, ex Salernitana.

I sopravvissuti alla tragedia sono appena 4. Una hostess, un giornalista e 2 giocatori: il difensore Jackson e il centrocampista Alex Ruschel, che ha addirittura personalmente avvisato la famiglia sulle sue condizioni una volta arrivato in ospedale. Il resto della rosa è stato spazzato via. Il secondo portiere, Danilo, è morto in ospedale. Calciatori in viaggio portatori di un sogno che aspettava solo il lieto fine, che diventano ora uomini, simboli di una delle più grande tragedie sportive del secolo.

Con un gesto di straordinaria umanità l’Atletico Nacional ha ufficialmente chiesto di assegnare d’ ufficio al Chapecoense la Copa Sudamericana, sintetizzando il sentimento di dolore che colpisce quest’oggi ogni uomo di calcio e ponendosi idealmente come portavoce dei tantissimi messaggi di solidarietà che giungono da ogni dove: tra questi spicca quello del Torino che parla solennemente di “fraterna vicinanza”. Forse il Chapecoense non sarebbe stato solo “vinto dal Fato” come si dice del Grande Torino, annientato nel 1949 dalla tragedia di Superga: forse avrebbe perso la finale e probabilmente nel giro di qualche anno sarebbe tornato a stazionare nell’anonimato del calcio brasiliano.Eppure il lieto fine, la favola da raccontare ai nipotini era lì, a portata di mano.

Ora non resta altro che il commovente video pubblicato questa mattina sulla pagina Facebook ufficiale del club, che vede tutta la squadra ballare e festeggiare negli spogliatoi dopo la vittoria nella semifinale di venerdì contro il San Lorenzo e la sgradevole sensazione che il destino abbia incomprensibilmente strappato con forza l’ultima pagina da un bellissimo libro di calcio e di vita.

 

A cura di Matteo Orlandi.

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