15 dicembre 2017 - 3:26
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Muore Totò Riina, colui che riscrisse la Storia della Mafia in Italia

La partita per la successione al Capo dei Capi di Cosa Nostra Salvatore Riina è cominciata un minuto dopo la sua morte, anche se tra magistrati, investigatori e studiosi della materia c’è chi dice l’esatto contrario, e cioè che in realtà ci sarebbe già un erede designato. In attesa di avere elementi che pesino più di un’opinione, per quanto accreditata, registriamo quello su cui sono tutti d’accordo: la partita che si gioca ora tra le cosche, le famiglie, i “mandamenti” delle varie province siciliane non sarà una passeggiata, potrà dare il via a scontri sanguinosi. Ed è’ sicuro che vorrà contare ancora il mandamento di Corleone la città di origine di Riina dove in questi anni molti mafiosi hanno guardato come un punto di riferimento a Ninetta Bagarella, quella che oggi e la vedova Riina, e a suo figlio Salvo (famoso per essere stato ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta in occasione della pubblicazione di un suo libro).

E poi, nella scelta del nuovo padrino -che da sempre la mafia palermitana rivendica come suo esclusivo appannaggio- non potranno essere trascurate le indicazioni delle altre province, Trapani prima di tutte. Trapani è la provincia di Matteo Messina Denaro considerato a lungo da Riina come una sorta di erede naturale. Questo accadeva prima che il Capo dei Capi si lasciasse andare ad alcuni giudizi pesanti sui comportamenti di Messina Denaro. Giudizi registrati da microspie degli investigatori. E comunque, Matteo Messina Denaro, nativo di Castelvetrano e figlio di boss, con Riina aveva cominciato la sua ascesa criminale, aveva condiviso la scelta delle stragi del 92 e del 93, aveva contribuito ad organizzarle e al tempo stesso aveva avuto la capacità di dare, più di altri capi di Cosa Nostra, una svolta imprenditoriale e politica alle strategie dell’organizzazione. Messina Denaro è l’uomo che secondo alcuni capomafia avrebbe ricevuto dallo stesso Riina l’archivio della mafia, i suoi segreti, le prove dell’infiltrazione sistematica delle cosche mafiose nelle amministrazioni comunali e nelle istituzioni regionali siciliane, ma anche dei rapporti inconfessabili tra Cosa Nostra e ambienti della politica nazionale e di governo. Rapporti che furono stretti o mantenuti da Cosa Nostra mettendo tutte le volte sul piatto della bilancia la forza che arriva alle cosche dalla capacità di controllare i voti di larghe fette di elettorato e, all’occorrenza, di usare le maniere dure, fino alle estreme conseguenze. Molti sono i segreti che Riina ha portato nella tomba, ma non si è chiusa la possibilità di cercare ancora la verità sulle stragi di mafia, su molti delitti eccellenti, e di servitori dello Stato, sui i patti inconfessabili che nei primi anni 90 portarono Cosa Nostra- che non riusciva ad ottenere assoluzioni o leggi tali da cancellare ergastoli e condanne pesanti con veri e propri colpi di spugna- a puntare su un radicale cambio dello scenario e dei protagonisti politici. Vicende che da anni processi e inchieste tentano di chiarire puntando a individuare chi, insieme alla mafia di Riina, di Provenzano, di Messina Denaro abbia tirato le fila in un lungo periodo della storia repubblicana, fatto di sangue, intrighi e, dicono le inchieste, anche tradimenti. Scompare dunque il protagonista, negativo ma indiscusso di una grande tragedia, pagata dal Paese a caro prezzo.

Un protagonista nato 87 anni fa a Corleone. Salvatore Riina, detto Totò, soprannominato “u’curto” per la sua bassa statura, cominciò la sua carriera criminale giovanissimo agli ordini del capomafia che controllava la cittadina siciliana a quel tempo: il medico Don Michele Navarra. Navarra fu eliminato per decisione di Luciano Liggio, luogotenente del “Don”, e dello stesso Riina, che con Liggio, nel frattempo, aveva stretto un rapporto fortissimo. Insieme a Riina, intorno a Luciano Liggio si erano raccolti diversi “picciotti”, tra i quali Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. Era nato così il “clan dei Corleonesi”, che gestendo estorsioni, affari spregiudicati nel settore dell’edilizia e gli enormi flussi di danaro provenienti dal traffico di droga reclutò in pochi anni uomini di mafia spietati, colletti bianchi, imprenditori e politici. Tutti con un tratto comune: la fame di soldi e potere. La molla che avrebbe scatenato tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni ‘80 una feroce guerra di Mafia con centinaia di morti. I cosiddetti viddani, i villani, i “contadini” di Riina -che nel frattempo era riuscito a scalare i vertici di Cosa Nostra diventandone il capo- dettero l’assalto a Palermo spazzando via alla mafia di città. Così furono eliminati uno dopo l’altro tutti quelli che si opponevano ai disegni dei corleonesi. Dalla latitanza Totò u’curto, con il cognato Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano riscrisse le regole e la geografia della mafia, le leadership di famiglie e mandamenti mafiosi, arruolò un esercito di insospettabili “uomini d’onore” in giacca cravatta e spesso con laurea. Portò avanti un piano di occupazione dei più diversi settori imprenditoriali. E mantenne e sviluppò rapporti inconfessabili con ambienti della politica nazionale e di governo. L’avanzata di Riina e dei corleonesi non fu senza ostacoli: trovarono sulla loro strada, fin dalla fine degli anni 70 uomini dello Stato, ma anche della società civile, qualche sacerdote qualche politico che ebbero il coraggio di opporsi al disegno di Cosa Nostra di trasformare la Sicilia e pezzi interi dell’Italia in terre a misura di mafia. Magistrati come quelli del pool di Palermo, carabinieri, poliziotti furono presi di mira, molti di loro vennero uccisi.

Ma la mafia non ebbe comunque tregua . A metà degli anni 80 arrivarono così gli arresti, e poi i processi e le condanne. Pesanti. Cosa nostra reagì con altro sangue e chiamando a raccolta i suoi complici nelle istituzioni per tentare il colpo di spugna sulle sentenze. Fu tutto inutile. Così nei primi anni 90 Riina e i suoi decisero la “mattanza”, uccisero una quantità di complici eccellenti che non avevano rispettato i patti, mantenuto le promesse. Di lì a poco cominciò anche la sfida della mafia allo Stato e la stagione delle stragi del 92, l’assassinio di magistrati coraggiosi come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ucciso con la moglie Francesca Morvillo. Attentati in cui morirono anche gli agenti delle scorte. Insomma una spallata allo Stato che comunque, pur scrivendo pagine oscure e altre ancora tutte da decifrare, in qualche modo trovò la forza di rispondere. Riina fu arrestato dai carabinieri del Ros: era il 93. L’anno cominciato con un successo dello Stato proseguì con gli attentati di mafia a Roma e le stragi a Firenze e Milano. Riina dal carcere, sepolto dalle condanne all’ergastolo, ha continuato ad essere l’ago della bilancia di Cosa Nostra, fino alla morte, che non è la morte della mafia. Quella continua ancora.

 

A cura di Francesca Feo

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