26 Maggio 2020 - 3:54
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Metamorfismo relativista (in salsa classica)

“Basterebbe questo per dire che vorresti vivere più vite contemporaneamente? O che effettivamente le vivi? Che separi ciò che vivi con una persona o in un ambiente da ciò che vivi con altri e altrove? Che d’ogni esperienza dai per scontata un’insoddisfazione che non si compensa se non nella somma di tutte le insoddisfazioni?”

Graecus docet. La metamorfosi è una trasformazione, un “dopo/dietro una forma”. Un perfezionamento, forse? O una semplice transizione ad uno stadio altro, non necessariamente migliore o peggiore del precedente, ma solo diverso? Forse entrambi, o forse no. Per quanto si possa scavare nell’etimologia, non si può ricavare più di questo: “dopo/dietro una forma.”

Che poi ci sarebbe da riflettere anche sul concetto di forma.

D’altronde è tutta una questione di apparenza, di come ci si pone davanti gli altri e davanti a se stessi. Costruzione oppure identità? Appropriazione identitaria o mera fabbricazione?

Io direi entrambi. Siamo dei metamorfi a metà, figli di una realtà tentacolare e camaleontica in preda all’istinto di sopravvivere in una società “liquida”, in continua trasformazione ed evoluzione. Sentiamo la pressione di dover tenere il passo della velocità che ci circonda, cambiando atteggiamento a ritmo di colloqui di lavoro, cene in famiglia e porte chiuse della nostra camera. Citando Pirandello “c’è una maschera per la famiglia, una per la società, e quando stai solo resti nessuno.” Pirandello ci sconvolge a colpi di un metamorfismo nichilista, e ci chiediamo se quel nulla che scaturisce dai suoi lavori come conseguenza diretta della frammentazione dell’io pervada effettivamente il nostro mondo oppure se la sua sia un’estremizzazione dei sentimenti derivanti dal clima ribollente di primo Novecento, diretta propaggine del mal du siècle che aveva caratterizzato la Belle époque francese.

Ciò che è sicuro è che la maschera fa parte integrante della nostra vita sociale, sia essa un inconsapevole espediente o uno scudo alzato più o meno intenzionalmente. La stessa etimologia di “persona” deriva dal contesto teatrale ed è intrinsecamente connessa alla maschera in senso stretto (da per e sono, suonare attraverso, risuonare, con esplicito riferimento alla funzione fonica del mezzo della maschera). Ed effettivamente, se vogliamo spogliarci di qualsivoglia tipo di sentimentalismo, la nostra personalità è freudianamente una costruzione passiva, una sommatoria di impulsi molteplici e proteiformi, di cui l’esternazione fa di noi ciò che siamo. E di nuovo. L’esternazione. Siamo ciò che siamo solo nel contatto con gli altri? Oppure siamo ciò che siamo solo quando non c’è alcun contatto con gli altri? O ancora siamo ciò che siamo in entrambi i casi, quando abbracciando le nostre inevitabili imperfezioni mutiamo con disinvoltura forma e apparenza?

La mistificazione sociale a cui siamo sottoposti secondo al quale creiamo appositamente delle versioni migliori di noi stessi per venire accettati o per integrarci non è del tutto esatta, a mio parere. Né può considerarsi deplorevole chi, nei limiti dell’onestà e del rispetto reciproco, si comporta diversamente in contesti differenti, quando si relaziona con persone e aspettative dissimili. Come già accennato, il mutamento comportamentale e relazionale (o la mancanza di coerenza, fate vobis) è una caratteristica connaturata nell’essere umano, essendo dunque un processo non completamente controllabile e del tutto naturale.

Senza ricadere nel nichilismo spinto pirandelliano, forse sarebbe più adeguato riferirsi a un metamorfismo relativista à l’anglaise, shakespeariano, o al massimo darwiniano.

Come scrisse Shakespeare in “As you like it”, “Tutto il mondo è un palcoscenico, donne e uomini sono solo attori che entrano ed escono dalla scena.” L’ostentazione, la teatralità, il cosiddetto “drama” che pervade la nostra società e che traspare sempre di più anche dai programmi televisivi, in una sorta di mistificazione al quadrato, fanno tutti parte di una realtà di vita “normale”, in cui il colore grigio, con tutte le sue possibili sfumature, la fa da padrone.

Oppure si potrebbe pensare ad una risposta evoluzionistica alla società liquida che ci circonda, una sorta di adeguamento istintuale alla rapidità dilagante tipica di un mondo ormai sempre più autonomo, in cui la presenza umana diventa sempre più accessoria.

In conclusione, la maschera perde la sua funzione celante, si “smaschera” essa stessa, per raggiungere la più perfetta identità con il volto pluriforme dell’essere umano.

A cura di Angela Venditti

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