22 Ottobre 2020 - 19:09
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MES sì – MES no: l’Italia è a un bivio. Di cosa si tratta e perché sta dividendo il Paese.

“Dobbiamo prenderlo”. “No, invece no”. Il nuovo oggetto di discussione e litigio della politica italiana, quanto mai divisivo e divisorio, è rappresentato dall’ormai famigerato MES, o Fondo salva-Stati che dir si voglia.

A beneficio di coloro che non hanno ancora capito il motivo per il quale se ne stia discutendo in modo così acceso, in questo articolo cercheremo di spiegare in cosa consiste il Meccanismo Europeo di Stabilità e le divergenti posizioni tenute dalle varie correnti politiche su di esso.

In soldoni, il MES è un ente intergovernativo istituito sulla base dell’art.136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e fondato su un accordo fra i Paesi dell’area euro, che ne sono azionisti in quote più o meno pari al loro peso economico. Tale organizzazione internazionale esiste legalmente dal 27 settembre 2012, quando nacque come Fondo europeo per la stabilità della zona euro, con l’obiettivo ultimo di fungere da fonte permanente di assistenza finanziaria per gli Stati membri in difficoltà, attraverso prestiti (a tassi fissi o variabili) che non potevano sforare la cifra di 500 miliardi.

Tuttavia, essendo un prestito, l’assistenza fornita dal MES è sottoposta ad una stretta condizionalità, non essendo stato di certo ideato come elargizione a fondo perduto. Secondo l’articolo 12 del Trattato istitutivo, queste condizioni rigorose “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”. Fra il 2010 e il 2012, il Fesf prima (strumento europeo di stabilità finanziaria) e il Mes poi hanno concesso circa 98 miliardi di prestiti al Portogallo, oltre 200 miliardi alla Grecia, 76 miliardi all’Irlanda e 41 miliardi alla Spagna. In quei casi, ci fu effettivamente una sorveglianza rafforzata molto stringente sui programmi di risanamento da parte di Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, che hanno fatto parlare di ‘Troika’, specie nei confronti dello stato ellenico. Questa verifica esterna sembra essere scomparsa con il meccanismo di assistenza finanziaria creato ad hoc per l’emergenza sanitaria, che ha colpito più o meno simmetricamente tutti i paesi europei. Il perché sia venuta meno è facilmente rintracciabile: la situazione di emergenza nella quale versano diversi Stati membri non è data da loro inefficienze o mancanze, bensì da una grave calamità, la quale renderebbe inidoneo e profondamente ingiusto attribuire il Fondo salva Stati con la stessa logica implicitamente sanzionatoria con la quale è stato creato (e applicato nei casi suddetti).

Per fronteggiare l’enorme crisi sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19, lo scorso aprile, durante un Eurogruppo, è stato raggiunto un accordo sul “Pandemic Crisis Support”, direttamente gestito dal MES. Si tratta di una nuova linea di credito, dal valore non superiore al 2% del PIL che ogni Paese registrava nel 2019. Tradotto: l’Italia, qualora decidesse di usufruirne, avrebbe a disposizione tra i 36 e i 37 miliardi.

Le istituzioni europee, così come parte delle forze politiche italiane, hanno festeggiato quello che reputano un grande traguardo verso l’implementazione del modello di un’Europa sempre più unita e solidale. In particolare, i vari sostenitori del MES, sia a livello nazionale sia comunitario, sottolineano come le condizioni, vero nodo della discussione, non siano più quelle rigorose di una volta. Difatti, la linea sanitaria del MES prevede un’interpretazione ampia delle spese che possono essere finanziate e un tasso d’interesse sul prestito prossimo allo 0% (0,35% il primo anno e 0,15% per gli anni successivi). Le condizionalità sono pressoché assenti, fatto salvo che i fondi devono obbligatoriamente essere destinati per le spese “dirette e indirette sulla sanità pubblica, cura e prevenzione legate alla crisi del Covid-19”. La durata massima del sistema di assistenza è di 10 anni e la sua disponibilità è pressoché immediata. La data del 31 dicembre 2022 costituisce il termine massimo per la richiesta.

Come si è scritto nell’introduzione a questo articolo, il MES si sta configurando come oggetto di una vera e propria guerra politica nello scenario partitico italiano, anche all’interno della stessa maggioranza, la quale, secondo molti, rischia di sfaldarsi definitivamente a causa dei differenti punti di vista di M5S e PD sull’opportunità di usufruire dei 36-37 miliardi. Il nodo fondamentale è rappresentato ancora una volta dalle condizionalità: assenti secondo alcuni, fin troppo stringenti secondo altri.

Andiamo ad analizzare le posizioni dei vari partiti più nel dettaglio. Cominciamo col dire che, almeno per ora, i sostenitori del cosiddetto ‘MES sanitario’ sono in minoranza sia alla Camera, sia al Senato. Nel fronte dei favorevoli figurano sicuramente Italia Viva e Pd, affiancati da Forza Italia e Leu. Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia ribadiscono invece il loro no ferreo al MES sotto qualsiasi forma. Si capisce bene, dunque, come la diatriba ‘lo prendiamo, non lo prendiamo’, che sta conducendo il Paese nell’immobilismo e nel traccheggiamento, trae origine dal fatto che la maggioranza è spaccata. L’epilogo della vicenda MES potrà dirci molto sul rapporto di forza al suo interno, ovvero sul luogo figurato dove si stabilisce l’equilibrio tra la matrice populista dei 5 Stelle e la vena europeista del Pd.

Il leader del Pd, Nicola Zingaretti, ha parlato al Corriere della Sera di “risorse mai viste prima per fare quei grandi investimenti che permetteranno di migliorare la qualità dell’assistenza e della cura delle persone e, insieme, anche di dare un concreto impulso alla ripresa economica”. Inoltre, ha esortato il M5S e parte del centrodestra a “far uscire la discussione sul MES dall’attuale confronto ancorato al passato e concentrarlo invece sulle opportunità e le cose possibili da fare per il bene comune”. Vito Crimi, leader politico del Movimento, ribadisce la posizione assolutamente contraria del suo partito: “il MES non è uno strumento idoneo e restiamo contrari. Se debito deve essere, allora meglio che avvenga attraverso lo scostamento di bilancio piuttosto che utilizzando uno strumento che riteniamo non solo inidoneo ma pericoloso”.

In realtà, fino ad una decina di giorni fa, che l’Italia avrebbe fatto richiesta del prestito europeo del MES era dato per scontato dai più. Nell’ultima settimana, tuttavia, il dibattito si è acceso nella compagine pentastellata, che presenta anch’essa il fronte dei favorevoli contrapposto a quello dei contrari. Il premier Giuseppe Conte ha da subito capito che sarebbe stato molto più difficile di quanto previsto convincere i 5 Stelle nel ricorrere al prestito. Secondo voci di palazzo, il leader di Palazzo Chigi avrebbe rassicurato alcuni ministri del Pd, chiedendo tempo per portare avanti le trattative in Europa, soltanto in seguito alle quali potrà cercare di convincere i pentastellati. Molti vedono in Giuseppe Conte un capo del governo con le mani legate, a causa della posizione intransigente degli uomini di Vito Crimi. Il premier non è affatto contrario ai finanziamenti del MES, né intravede in essi una possibile trappola per la politica economica italiana, ma capisce che sarebbe un rischio enorme affrontare il voto in Parlamento con la possibilità che i preziosissimi 36 miliardi arrivino in Italia approvati da una maggioranza che non sia quella di governo. Per questo motivo, ha deciso di imperniare la propria strategia sul traccheggiamento fino a settembre. Nel frattempo, cercherà di ammorbidire le posizioni dei 5 Stelle e di negoziare in Europa per ottenere quanti più soldi e strumenti possibili da altri fondi. La tattica del premier è appoggiata dal leader di Italia Viva, Matteo Renzi, uno dei Mes-entusiasti per eccellenza: “Il traccheggiamento di Conte sul voto serve a convincere i senatori ribelli e a fare in modo che i no del Movimento 5 Stelle siano pochissimi”.

(fonte: Corriere della Sera)

La pazienza del Pd è invece al limite. L’accelerata impressa dal leader Nicola Zingaretti, attraverso dichiarazioni pubbliche, intende aumentare l’intensità del pressing sul primo ministro. Non dimentichiamoci che il Pd guida il Ministero dell’Economia, che vede a capo Roberto Gualtieri, il quale sta lavorando alacremente con i suoi tecnici per realizzare la cosiddetta “manovrina” di luglio, la cui entità è anch’essa oggetto di un braccio di ferro con Palazzo Chigi (si parla di 10 o 20 miliardi). Il Pd vuole accedere subito ai fondi del MES per risparmiare sugli interessi, mentre i 5 Stelle intendono finanziare a debito l’intera manovra, preoccupati dalle condizioni che imporrebbe l’Unione sull’utilizzo del finanziamento. Il Ministro Gualtieri non perde l’ottimismo, almeno pubblicamente, e afferma: “Sono sicuro che raggiungeremo una soluzione ottimale, è opportuno un approccio pragmatico. Il Mes è uno strumento utilizzabile senza alcuno stigma o rischio di controllo sulla nostra economia e ci farebbe risparmiare 5 miliardi di euro in dieci anni”.

I 5 miliardi di cui parla Gualtieri si ottengono da un rapido calcolo su quanto risparmieremmo utilizzando il “Pandemic Crisis Support” del MES rispetto al reperire quei 36 miliardi emettendo Buoni del tesoro alle condizioni attuali.

Le fratture nella maggioranza si sono dilatate negli ultimi due giorni. Dai dem arrivano vere e proprie bordate agli alleati di governo, come quella di Michele Bordo, vice capogruppo alla Camera: “In questi mesi è cambiato tutto, in Europa sono stati messi in campo strumenti mai visti prima e rimanere fermi significa solo essere miopi e irresponsabilmente ideologici”. I cinquestelle accusano invece i vertici del Pd di voler far cadere il governo e divedere lo stesso Movimento.

Muovendoci altrove nello scenario partitico italiano, il MES ha avuto la straordinaria capacità di scalfire l’inscalfibile, ovvero l’unità del centrodestra, che almeno pubblicamente non si era mai manifestata in modo così netto. Forza Italia si schiera favorevolmente al MES, tant’è che la capogruppo al Senato Anna Maria Bernini ha lanciato un vero e proprio ultimatum al premier: “Se continuerà lo stallo e il “ni” di Giuseppe Conte sull’uso di quei soldi, non voteremo lo scostamento di bilancio”. Ultimatum al quale fa eco quello della capogruppo parlamentare Mariastella Gelmini: “Forza Italia non è disponibile a votare a scatola chiusa il terzo scostamento di bilancio”. La situazione è davvero paradossale, con i forzisti che, in un ipotetico voto, subentrerebbero ai Cinquestelle contrari al Mes.

Il tutto avviene mentre Fratelli d’Italia e Lega cercano di tirare acqua al loro mulino, convincendo i grillini categoricamente ostili al Mes a passare nelle loro formazioni. La contrarietà del tandem Salvini-Meloni al Meccanismo Europeo di Stabilità è ormai cosa nota, con il leader leghista che affida al Corriere della Sera, per mezzo di una lettera, la descrizione degli scenari apocalittici che si aprirebbero per l’Italia in caso di approvazione dell’utilizzo del discusso strumento. Le obiezioni che oppone Matteo Salvini ai Mes-entusiasti sono almeno 4.

La prima riguarda la strategia di altri Stati, come Francia, Spagna, Grecia e Portogallo, i quali tentennano come l’Italia sulla possibilità di ricorrervi. Secondo Salvini, è meglio lavorare con ciò che si ha piuttosto che aspettare i miliardi del Mes. La paura del Carroccio è condivisa anche da diversi esponenti di Palazzo Chigi, che reputano rischioso il fatto di essere i primi a prendere il Mes, manifestando così una resistenza ideologica, legata alla memoria di quello che avvenne alla Grecia nel 2012. Per inciso, non saremmo i primi ad usufruirne poiché Cipro vi ha già acceduto (con risultati peraltro ottimi), sebbene per caratteristiche non possiamo di certo mettere a paragone l’Italia con l’isola del Mediterraneo. Inoltre, occorre considerare, come rilevato da Federico Fubini sul Corriere della Sera, che paesi come la Spagna o il Portogallo non accedono al Mes perché pagano già tassi d’interesse molto bassi per finanziarsi sul mercato (ad esempio, il rendimento del bond decennale di Madrid e di Lisbona è dello 0,45%, rendendo il risparmio che avrebbero Spagna e Portogallo con il Mes veramente esiguo).

Proseguendo con le critiche al fondo europeo, Salvini spinge per scommettere sull’emissione di buoni del Tesoro italiani, sulla scia dell’asta record chiusa da Btp Italia (22,3 miliardi), per non “ipotecare il futuro dei nostri figli”. Da sinistra, ma non solo, rispondono che il leader del Carroccio, nell’esporre questa analisi, stia arbitrariamente tralasciando la voce, peraltro fondamentale quando si parla di prestiti, del tasso d’interesse. I tassi che l’Italia è costretta ad offrire a chi compra titoli di stato sono poco sotto il 2% mentre il Mes costerebbe solo lo 0,15%. Eugenio Gaiotti, capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, in una recente audizione parlamentare ha quantificato in 500 milioni l’anno il risparmio medio per l’Italia nel caso utilizzi il Mes invece che nuove emissioni di Btp.

La terza giustificazione per il no al Mes di Salvini riguarda la questione dei vincoli per il prestito. Secondo il leader della Lega, i fondi servono solo per interventi straordinari direttamente collegati alla crisi Covid. Significa che l’Italia, a suo parere, potrebbe investire quei soldi solo per l’ammodernamento degli ospedali e la ristrutturazione delle Asl e quindi non per rafforzare il Sistema Sanitario Nazionale nel suo complesso. Il fronte dei favorevoli, però, fa notare come gli stati membri dell’Unione Europea si siano accordati affinché il Mes vada a coprire interventi sanitari per “spese dirette e indirette”, disponendo quindi di un’ampia interpretazione delle spese: investimenti nella ricerca, digitalizzazione, potenziamento dei servizi per anziani, aumento del personale sanitario, aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, ampliamento delle borse di studio, aumento dei posti finanziati per gli specializzandi. M5s, Fratelli d’Italia e Lega rimangono però diffidenti.

Il cavallo di battaglia del fronte dei contrari è però quello del ‘si rischia la Troika’, la quale richiederebbe misure draconiane per rientrare dai prestiti, che Salvini non si esime dall’elencare: patrimoniale, bastonate alle pensioni, aumento dell’IVA. Anche qui, i favorevoli al Mes ribattono dicendo che il “Pandemic Crisis Support” è disponibile per tutti e non prevede la “sorveglianza rafforzata” di cui parla Salvini, che è stata invece utilizzata per il salvataggio della Grecia, con i rappresentanti di Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. E’ previsto invece solamente un controllo sul fatto che i fondi europei siano destinati alla sanità nel suo complesso. Concetto ribadito da illustri esponenti delle istituzioni europee, come David Sassoli e Paolo Gentiloni, nonché dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Salvini non si fida e sul Corriere scrive che “le condizioni proposte sembrano innocue, ma i Trattati e i Regolamenti (in particolare, il cosiddetto “two pack” del 2013) consentono di modificarle successivamente”. E continua: “Chi ci assicura che tra dieci anni, quando la crisi Covid sarà un ricordo lontano, ci saranno le stesse volontà e gli stessi equilibri politici? L’Italia resterebbe in balia degli umori europei”. A onor del vero, occorre infatti rammentare che la cosiddetta “sorveglianza rafforzata” è una prerogativa della Commissione prevista dal Regolamento 472/2013. L’allentamento di tale sistema di sorveglianza è stato promesso da Gentiloni (Commissario all’economia) e Dombrovskis (vice-presidente della Commissione Europea) in una lettera di due pagine al Presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, reputata non vincolante dai Mes-contrari e di certo poca cosa rispetto ad un Regolamento o ad un trattato.

Altri attori politici determinanti all’interno del dibattito Mes sono le Regioni, che si spartirebbero il tesoretto da 37 miliardi, salvo una quota da destinare allo Stato centrale. Il Corriere della Sera ha simulato la ripartizione dei fondi Regione per Regione, prendendo come base i parametri 2020 del riparto del Fondo sanitario nazionale. Ragionando sulle enormi cifre che le Regioni andrebbero ad incassare, si spiega perché gran parte dei governatori (non solo del Pd) siano in pressing sull’esecutivo. Alla Lombardia, la più colpita dall’emergenza Covid, la simulazione assegna il 16,64% del totale, equivalente ad oltre sei miliardi di euro. Lo stesso Attilio Fontana, governatore della Regione e leghista della prima ora, ha affermato in tv che “senza condizioni, nessuno si può lamentare se vengono date delle risorse”, entrando in aperta contrapposizione con la posizione del leader del suo partito, il quale invece dipinge come “trappola” i soldi del Mes.

Luca Zaia, governatore leghista del Veneto (che prenderebbe 3 miliardi), ancora non si è espresso nettamente a riguardo, rimandando una presa di posizione ufficiale a quando ci sarà il dibattito parlamentare. Alcuni ritengono che anche Zaia chiederà presto al governo di rompere gli indugi, e, sulla base della grande popolarità ottenuta grazie alla buona gestione dell’emergenza nella sua regione, inizierà così la sua scalata al ruolo di leader di partito.

Chiaramente a favore del Mes si schierano i governatori dem di Toscana ed Emilia-Romagna. Il primo, Enrico Rossi, si sofferma sul fatto che “l’Europa è stata vista finora come un mercato. Adesso che invece di chiederci di tagliare le spese, ci chiede di prendere i suoi finanziamenti che facciamo, diciamo di no?”. Il secondo, Stefano Bonaccini, ribadisce che “quelle del Mes sono risorse straordinarie, mai viste in quelle dimensioni”. Il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia (Pd), nonostante ribadisca il suo benestare, si esprime in termini moderati: “L’impatto sui territori e sulla sanità sarebbe chiaramente positivo, ma occorre aspettare la fine della mediazione che il governo sta conducendo in Europa”. Ovviamente favorevole anche il ministro della Salute, Roberto Speranza (Articolo Uno), che si dice “naturalmente favorevole ad ogni euro che arriva al Servizio sanitario nazionale”.

(fonte: Corriere della Sera)

Ad oggi il nodo Mes deve ancora essere risolto. I 36 miliardi messi a disposizione dal Fondo Salva-Stati sono un regalo per alcuni, una trappola per altri. La maggioranza è divisa e scenari inediti si fanno sempre più incombenti. L’epilogo dell’infinito dibattito Mes sì-Mes no si avrà soltanto quando una delle due parti che compongono la maggioranza cederà o quando il premier Giuseppe Conte darà il colpo di mano decisivo ponendo fine alla sua strategia attendista. Da questa scelta dipenderà non solo il futuro dell’esecutivo, ma anche quello della sanità italiana e dei rapporti del nostro paese con l’Unione Europea. Occasione irrepetibile o trappola da schivare? A voi il giudizio.

Articolo a cura di Tommaso Borzacchini.

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