15 dicembre 2017 - 3:23
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LE TESI SULL’EURO/PA DEL PREMIO NOBEL JOSEPH STIGLITZ

“Europe is designed for divergences and not for convergences”. Questa tesi è sostenuta dal premio Nobel Joseph Stiglitz, docente alla Columbia University, che ha relazionato lo scorso 28 aprile presso la LUISS Guido Carli. Il tema del dibattito riguardava l’Europa, ossia le sue problematiche e le possibili soluzioni, che sono peraltro gli argomenti trattati dell’ultimo libro di Stiglitz: Euro, come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa. L’economista si può considerare come uno dei profeti dell’anti-global, da una prospettiva non nazionalista, ma bensì neo-keynesiana: definisce l’austerity un’ideologia malsana, critica il libero scambio e la moneta unica.

Joseph Stiglitz

L’Euro fu creato con la prospettiva che la moneta unica potesse portare prosperità e che tale prosperità potesse rafforzare l’unione europea (…). Questo progetto non può funzionare per diverse ragioni. Il PIL reale è crollato drammaticamente nell’ultimo decennio, anche del 25% in alcuni paesi dell’eurozona come la Grecia. La causa principale di questa depressione è stata l’alta disoccupazione, che in molti Paesi europei supera i livelli degli altri Paesi occidentali come Stati Uniti e Giappone (…). Il periodo in cui l’euro fu progettato, negli anni ottanta e novanta del secolo scorso c’era grande ottimismo per l’economia di mercato, soprattutto dopo il crollo dell’unione sovietica. Ma non era il successo dell’economia di mercato, ma il fallimento del sistema comunista. Si prospettavano crescite del PIL esorbitanti e disoccupazione azzerata grazie al libero mercato, ma da dove venivano questi dati? Dal nulla. L’Euro fu quindi concepito con la convinzione che il libero mercato e la moneta unica insieme potessero eliminare tutte le divergenze tra gli Stati membri. Ma non c’era nessuna prova che si potesse realizzare ciò. Contrariamente, l’euro fu disegnato non per creare convergenze ma divergenze. (…) Ci sono diversi fattori intrinsechi dell’unione monetaria e del libero scambio che comportano divergenze. Ad esempio, un cittadino ricco che abita in un paese piccolo molto indebitato come la Grecia può oggi spostare i suoi capitali verso altri Paesi, che garantiscono un trattamento e una tassazione migliore. Così il Piccolo Paese, in tal caso la Grecia, si ritroverà priva di quei capitali che potrebbero ridurre il debito e garantire investimenti accumulato dalle generazioni precedenti. Se anche strutturassi un sistema di tassazione progressiva, come in Francia, i più ricchi sposterebbero semplicemente i propri capitali da un Paese all’altro. In questo sistema la tassazione diventa quasi volontaria. Ciò vale anche per le multinazionali, che possono operare in tutto il territorio europeo stabilendo la sede fiscale nel Paese più favorevole, pagando tasse irrisorie, come la Apple che paga all’Irlanda lo 0.05 di income taxes. (…) L’aumento delle disuguaglianze nell’Eurozona è stato aggravato negli ultimi anni anche dalle politiche della TROIKA. Queste ultime hanno solo generato depressione nei Paesi in cui sono state applicate. Le politiche di austerità della TROIKA sono state bizzarre, ponendo limiti di tempo e di azione ai Governi irrealizzabili. L’effetto ottenuto, malgrado gli sforzi, è stato soltanto di abbassare ulteriormente l’occupazione e il PIL. (…) Per concludere, il problema principale dell’Eurozona è la sua struttura, che genera disparità tra gli Stati. Le misure che andrebbero adottate subito per arginare il problema ci sono. Ad esempio gli euro bond, gli ammortizzatori sociali sul lavoro europei, l’unione bancaria e l’unione fiscale. Tutto ciò non è impensabile economicamente. La vera domanda riguarda la politica. È capace la politica di fare tutto ciò?”

 È fattibile l’uscita dall’euro, oggi?

Certamente abbandonare l’unione monetaria avrebbe dei costi per gli italiani. Quando si è entrati a far parte di un insieme di accordi economici, si sono accumulati contratti, obbligazioni, debiti, riscrivere tutto ciò comporterebbe delle turbolenze. Ma ci sono Paesi che sono passati attraverso simili transizioni, penso all’Argentina: quando abbandonò l’aggancio al dollaro Usa e rinegoziò il debito ebbe una crescita dell’8%, poi interrotta dalla crisi globale del 2008. Nessuno deve fingere che non ci siano costi o non ci siano rischi. Ma anche rimanere nell’euro comporta costi e rischi pesanti, soprattutto quello di rimanere intrappolati in una crescita bassissima, con livelli insopportabili di disoccupazione giovanile.”

Ultimamente affiora uno scenario intermedio. Invece dell’uscita di questo o quel Paese dall’euro, c’è chi ipotizza la creazione di due euro, uno per l’Europa del sud e uno per quella germanica. Un euro forte e uno un po’ più debole, che incorpori alla nascita una svalutazione per ridare competitività a Paesi come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. Lei stesso discute queste opzioni.

E lo faccio perché sono piuttosto favorevole. Non c’è bisogno di frantumare l’euro in una ventina di monete nazionali. Si può ipotizzare invece la creazione di tre o quattro aree monetarie. L’importante è che queste aree monetarie abbiano un certo livello di omogeneità. Altrimenti si ripeterebbe ciò che è successo con l’euro. In secondo luogo, è importante che un’area monetaria abbia coesione e solidarietà, ciò che non si è verificato quando le politiche estremiste dell’austerity hanno imposto costi tremendi su alcuni Paesi.”

 

A cura di Eugenio Baldo.

Le ultime due domande tratte dall’intervista di Federico Rampini sul numero 1519 del “Il venerdì” della Repubblica.

Redazione

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