17 ottobre 2018 - 16:45
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La tessera siriana nel domino della geopolitica del nuovo secolo

Dal trentottesimo parallelo, passando per lo stretto di Malacca, l’Oceano indiano ed il Mar Rosso giungendo infine nel bacino del Mediterraneo attraverso Suez, i nodi di tensione internazionale sono molteplici ed esprimono al meglio la situazione di caos geopolitico derivante dalla profonda crisi identitaria attraversata dagli Usa in seguito al conclamato ritorno alla dottrina isolazionista stile Monroe 1823 voluta dall’amministrazione Trump.

Nonostante la difatti crescente pressione esercitata sull’inquilino della Casa Bianca dall’inchiesta condotta dall’FBI sulle presunte ingerenze russe nella campagna elettorale (RUSSIAGATE), Trump tenta di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle crescenti tensioni interne e di compattare un consenso in caduta libera conducendo azioni di disturbo nei confronti di quei regimi che il suo predecessore non era stato in grado o  disponibile a rovesciare. In questo The Donald si contraddistingue da Obama,  in particolare per quanto concerne la sua oramai assodata tendenza a porre le minacce in pratica. Due attacchi missilistici sono stati condotti contro il regime siriano guidato da Assad, il primo nel 2017, il secondo nell’Aprile del 2018, entrambi con previo annuncio presidenziale, nell’ultimo caso addirittura via tweet.

Ma cosa rende particolare e contraddistingue il raid congiunto di Usa, Francia e Regno Unito di pochi giorni fa, trasformandolo in una cartina di tornasole dello stato di caos in cui versa oggi la comunità internazionale? In primis è imperativo specificarne il carattere “chirurgico” , ovvero il fatto che l’intervento fosse mirato ad imporre una definitiva linea di demarcazione sancita dal rispetto della convenzione sul bando delle armi chimiche di cui la Siria è divenuta firmataria nel 2013, e di cui si presupponeva fosse divenuta un osservatore rispettoso in seguito anche alle garanzie di supervisione fornite all’epoca repentinamente da Mosca al fine di scongiurare un’oramai apparentemente imminente intervento militare USA e alla tanto mediaticizzata distruzione degli arsenali chimici siriani avvenuta in seguito agli accordi. A tal fine gli attacchi missilistici della coalizione si sono, stando ai rapporti ufficiali, focalizzati su obbiettivi e siti strategici impiegati dal governo siriano per la produzione e lo stoccaggio di armi chimiche. Emerge quindi in maniera a dir poco lapalissiana, volendo abusare di eufemismi di sorta, la volontà politica di prolungare il conflitto al fine di indebolire ulteriormente Assad e rendere finanziariamente e politicamente sempre meno sostenibile lo sforzo bellico Russo/Iraniano.

Nell’ottica di questa visione strategica altre potenze storicamente ostili all’espansionismo persiano (che sembra aver trovato nella lotta all’estremismo islamico sunnita oltre che un pretesto per un casus belli  un mezzo di legittimazione) si sono dichiarate favorevoli all’iniziativa. A tal proposito vale la pena sottolineare la ri-trovata unità di intenti tra gli storici alleati regionali di Washinghton, Arabia Saudita e Israele, entrambi, seppur per motivazioni apparentemente divergenti, a bloccare ad ogni costo l’uscita dell’Iran dall’isolamento politico ed economico in vigore con le sanzioni.

Il secondo obbiettivo è quello di ristabilire una linea comune tra gli alleati Nato sfruttando il potenziale fornito dai crescenti contrasti con la Federazione Russa. La partecipazione inglese al raid (decisa dal primo ministro May senza consultare il parlamento) può essere de facto interpretata come una risposta militare indiretta all’ingerenza russa che ha caratterizzato la vicenda del caso Skipral. Il caso francese è apparentemente  più complesso da decifrare. Macron, oltre ad essere un giovane neoeletto presidente ambizioso ed ansioso di assumere un ruolo da protagonista sullo scacchiere internazionale, è al momento uno dei presidenti più impopolari della storia della quinta repubblica francese. Le sue riforme del mercato del lavoro in senso liberale, tra cui il disegno di legge che ha condotto al braccio di ferro con le sigle sindacali organizzatrici dello sciopero dei dipendenti ferroviari attualmente ancora in corso,  hanno profondamente destabilizzato il già fragile equilibrio su cui oggi si regge la società francese. Quale migliore strumento se non il ritorno della Francia alla grandeur per ricompattare l’opinione pubblica intorno al suo capo di Stato nella comune lotta delle potenze democratiche eredi dei principi illuministi contro l’oscurantismo dispotico tipico delle autocratiche e sanguinarie entità statali orientali?

Un tentativo quindi quello del trio interventista di ristabilire il ruolo dell’Occidente (o meglio della loro concezione di Occidente) di superpoliziotto internazionale in grado di rendere coercitivo il principio pacta sunt servanda anche tramite l’impiego della forza militare qualora dovesse mai rivelarsi necessario, compattando al medesimo tempo il fronte interno, sempre più frantumato nelle democrazie occidentali a causa delle crescenti diseguaglianze socio economiche frutto della globalizzazione e della mancata gestione politica di quella che definisco “tragedia multiculturalista”, ovvero l’illusione di poter importare il resto del mondo nei nostri confini attendendo una sorta di democratizzazione dei valori delle suddette minoranze come fosse un fenomeno da realizzarsi per osmosi senza che alcun ruolo primario venisse ricoperto dallo Stato. Non stupisce dunque che nella complessità della partita Siriana anche la Cina, coinvolta in un oramai aperto conflitto commerciale con l’America di Trump, abbia repentinamente mosso i suoi pezzi tramite la diplomazia.  La dichiarazione ufficiale pervenutaci da Pechino è che la Repubblica Popolare Cinese sia di fatto favorevole ad una risoluzione diplomatica e non militare del conflitto. Tale comunicato non solamente pone per la prima volta apertamente Pechino in contrasto con l’Occidente su una tematica mediorentale, ma costituisce un chiaro messaggio alla Casa  Bianca anche per quanto concerne le tensioni che attanagliano il Pacifico Occidentale e in particolare la regione Asia- Pacifico, con al centro il mar cinese meridionale, da cui si calcola passi oggi circa il 50% del volume di merci mondiale.

L’Occidente colpisce quindi con azioni circoscritte, ma manca di una strategia a lungo termine, cose di cui invece nè i Russi o i sostenitori di Assad (inclusi i rinforzi inviati in sostegno da Teheran) sono privi.

A cura di Edoardo Chiais

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