10 dicembre 2018 - 22:37
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La terra brucia

Cambiamento climatico, crisi degli ecosistemi, inquinamento, esaurimento delle risorse, collasso ambientale. Ogni giorno fiumi di parole sono scritti a vuoto denunciando, in maniera inefficace, un problema destinato a tramutarsi in catastrofe. Di questo ha parlato Guido Barilla al 9° forum su Alimentazione e Nutrizione tenutosi la scorsa settimana a Milano, sintetizzando il discorso con un’espressione cruenta ripetuta più volte:

«La terra brucia».

Barilla parla in prima persona dell’esperienza della propria azienda, nata e sviluppatasi come un grande global brand che, dieci anni fa, ha sentito la necessità di comunicare alla gente le problematiche legate al mondo dell’alimentare, fondando la Barilla Center for Food and Nutrition.

Dal 2008 ad oggi, molti sono stati i miglioramenti. I media, ora, tendono ad occuparsi del problema, permettendo così la comprensione in larga scala dei meccanismi che regolano la sostenibilità ambientale. Già qui, però, nelle parole, Barilla evidenzia un problema di fondo. «La parola sostenibilità è compresa dalle persone? Con questo termine si percepisce il fatto che il pianeta stia bruciando?».

No, è chiaro: occorrono campagne di informazione che inducano la popolazione a percepire un costante senso d’ansia. La paura deve essere il motore di tutto, è opportuno che, a livello globale, il senso d’urgenza diventi una prospettiva comune. La gente ha bisogno di vedere la morte in faccia, perché solo così può capire che questa, in fondo, non sia troppo lontano da lei. È l’ansia di sopravvivenza all’interno di ognuno di noi il motore capace di mutare la nostra quotidianità.

L’élite degli impresari, leader di grandi aziende che monopolizzano il mercato globale, ha a cuore l’importanza della causa, perché possiede i mezzi e le competenze per poter comprendere a tutto tondo una situazione difficile da confinare in un solo ambito della conoscenza. Loro, detentori di un potere economico e sociale di enorme rilevanza, hanno l’obbligo morale di lavorare con l’obiettivo di apportare un cambiamento netto e decisivo nella mentalità del popolo.

Non è facile, perché è noto che, secondo la teoria del ritardo culturale di Ogburn, tra la cultura materiale e quella immateriale esista una tensione data dalla maggiore velocità della prima rispetto alla seconda, sempre costretta a rincorrere. È più semplice cambiare una macchina, un televisore o un orologio, rispetto a quanto lo sia cambiare un modo di percepire la realtà.

I dati, però, sono preoccupanti, ed è noto che un terzo del cibo prodotto dalla terra, sia questo agricolo o animale, venga gettato via non solo dal consumatore, ma anche dalla filiera. Questo terzo di cibo prodotto è in gran parte già impacchettato, quindi un terzo di packaging contiene alimenti che non saranno mai consumati. Oggi siamo 7 miliardi, nel 2050 le stime prevedono una popolazione di 10. Da adesso al 2050, per pensare che il processo di distruzione messo in moto dall’uomo contro la natura possa essere controvertibile, dovremmo provvedere alla nutrizione delle tre miliardi di persone aggiuntive, riducendo contemporaneamente di un terzo il prodotto scartato ed infrangendo il modello produttivo costruito negli ultimi cinquant’anni, incentrato sul packaging della plastica.

Con questi dati, la conclusione logica abbracciata dagli intellettuali e dallo stesso Barilla è evidente. Non c’è più possibilità di tornare sui nostri passi. Tutto è iniziato quasi in modo inconsapevole, quando i grandi industriali del dopoguerra, attirati da quell’aurea idea del progresso, misero le basi per un modello di produzione del quale noi, oggi, paghiamo gli effetti collaterali.

«Per modificare le nostre strutture operative, abbiamo bisogno della gente. Quando un uomo entra in un’impresa ha bisogno di fare risultato e produrre denaro, perché il denaro serve per gli investimenti, ancora proiettati verso un sistema che ha bruciato il mondo».

Sembrerebbero teorie astratte, parole scelte con cura che, unite da una buona sintassi, riescono nell’obiettivo di eludere una domanda scomoda. Quindi, concretamente, cosa è necessario fare? I manager sanno bene che, rivoluzioni di questo genere, siano possibili soltanto attraverso grandi investimenti, ai quali tutte le aziende del mondo dovranno prestare attenzione. Si tratterebbe di dare il via ad un meccanismo monumentale, perché riformare il ciclo produttivo ed il packaging di ogni impresa significa cambiare tutte le macchine fino ad ora utilizzate.

Barilla è pronto ad impegnarsi in questa scommessa, rispettando il proprio codice etico che recita che «la convinzione di agire a vantaggio dell’azienda non può giustificare l’adozione di comportamenti in contrasto con principi e valori condivisi».

Toccando altri temi, Barilla si sofferma poi sul lato politico della questione, evidenziando come il fatto che l’opinione pubblica sia poco interessata – nonostante la facciata perbenista – alle tematiche ambientali, sia evidente dal fatto che, in sede elettorale, non voti per il legislatore che si occupa di prevenzione e ambiente. Effettivamente, dal punto di vista storico, è nota la presenza marginale dei Verdi all’interno dei parlamenti dal maggior peso specifico in Europa e nel mondo. È vero anche però che, come dimostrano i risultati delle recenti elezioni tedesche, la consapevolezza dell’elettorato stia gradualmente crescendo nei paesi dal più alto tasso di sviluppo economico, nonostante anche nazioni dal basso reddito come il Ruanda stiano incrementando gli investimenti e l’attenzione in materia.

Viviamo in un’epoca geologica definita da Paul Crutzen, chimico dell’atmosfera vincitore del Nobel per il suo lavoro sullo strato dell’ozono, Antropocene.

L’Antropocene è una svolta epocale, perché non soltanto il clima sta evidentemente cambiando, ma lo stiamo cambiando noi.

Donald Trump, in campagna elettorale, liquidava il riscaldamento globale come una «bufala» inventata dai cinesi per «azzoppare» l’economia americana. Il meccanismo messo in circolo dal presidente degli Stati Uniti è tipico del governante che cerca di accaparrarsi il facile consenso del popolo. L’individuazione di un nemico comune è il primo passo verso l’innesto di un’ideologia che può tornare utile al fine di smuovere a proprio a piacimento la coscienza comune. Celebre il suo tweet, inviato lo scorso anno da Palm Beach, in Florida, dove si trovava in vacanza. «Sulla costa Est potrebbe essere il Capodanno più freddo mai registrato. Potremmo usare un po’ di quel riscaldamento globale per difenderci. Copritevi bene!».

«Abbiamo un obbligo», conclude Barilla, «ed è quello di far salire l’emozione. Dobbiamo chiedere aiuto a chi lo sa fare, ed in questo caso, i media sono la leva più potente capace di gestire il problema. Devono trovare un modo di raccontare non soltanto tecnico, ma che faccia capire la necessità di agire in fretta. È fondamentale, perché la terra brucia!».

A cura di Nicola Corradi

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