23 Maggio 2019 - 10:55
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“La sfortuna di essere se stessi”

Ci insegnano a distinguere cosa è giusto da cosa è sbagliato.

Ci dicono cosa bisogna fare e cosa non bisogna fare.

Come essere o come non essere. Cosa pensare, ma soprattutto chi essere. Eterosessualità si, omosessualità no.

Ci sono Paesi dove l’omosessualità è ancora considerato il peggiore dei crimini. Mai vorrei cadere nel cliché di paladina della giustizia. Ma, effettivamente, fino a che punto si può tollerare l’ignoranza?

E’ inevitabile il richiamo alle notizie dello scorso Aprile sul rastrellamento di circa un centinaio di ceceni “In relazione al loro orientamento sessuale non tradizionale o al sospetto di questo”, citando Novaja Gazeta, noto quotidiano dell’opposizione.

E’ stata proprio quest’ultima a parlare per la prima volta della scomparsa di persone di età compresa tra i 16-50 anni, arrestati per la loro presunta o accertata omosessualità. Non ha tardato ad arrivare la risposta di Alvi Karimov, portavoce del leader ceceno Ramzan Kadyrov, il quale ha negato ogni accusa, catalogandole come “bugie assolute e di disinformazione”. Ma la risposta di Karymov raggiunge importanti livelli di cattivo gusto nel momento in cui afferma che “Semplicemente i fatti di cui si parla non sussistono perché è l’omosessualità stessa a non esistere in Cecenia.” E ancora “Se queste persone esistessero in Cecenia, le forze dell’ordine non dovrebbero preoccuparsi perché le loro stesse famiglie li manderebbero in luoghi da cui non potrebbero più tornare”.

Posto che a mio giudizio la mela non cade mai lontana dall’albero, Alvi Karimov è il portavoce di un uomo che durante il suo periodo di Governo ha introdotto la Sharia (legge islamica) e si è dichiarato sempre favorevole al delitto d’onore e che spesso si è trovato implicato in accuse di tortura ed omicidio, e da qui accusato di agire come un “tiranno medievale”.

Alcuni di questi uomini sarebbero stati uccisi, altri portati in posti schifosi e agghiaccianti, ex caserme per lo più. Una di queste è stata individuata e denominata la Guantanamo degli omosessuali.

Si trova ad Argun, 15km dalla capitale della Cecenia. Al solo scriverlo fa fatica rimanere impassibili alle torture subite: unghie strappate, scosse elettriche sui genitali, percosse fino ad arrivare alla morte. Addirittura i prigionieri venivano picchiati con tubi d’acciaio o torturati per settimane, mesi, senza poter fare nulla. Il tutto in prigioni sovraffollate. Lo scopo di queste torture è quello che i prigionieri facciano i nomi di altre persone LGBT. Proprio per questo motivo che i loro telefoni venivano sequestrati e usati i contatti per effettuare controlli, intimidazioni e nuovi arresti. Coinvolti in questo orrore sono anche le così dette “vittime casuali”, ossia persone detenute e torturate, salvo poi essere rilasciate su cauzione, solo perché presenti tra i contatti telefonici dei detenuti.

Una violenza fisica accompagnata da una altrettanto grave violenza psicologica, quando venivano apostrofati come “peggio degli animali” e minacciati di aver perso ogni tipologia di diritto a causa del loro orientamento sessuale.

In realtà è proprio in questi momenti che mi chiedo dove siano tutti i “je suis” di turno. Perché un giorno si può essere Charlie Hebdo o Parigi, si può essere Bruxelles in seguito agli attacchi terroristici o Nizza. Niente di più giusto. Ma si ha il dovere morale di essere anche la Cecenia, e non solo dopo che la notizia venga passata in qualsiasi telegiornale o riportata sui giornali, fino allo sfinimento. Ma sempre. Perché la Cecenia potremmo essere stati noi. Ci avrebbero potuto togliere qualsiasi diritto, in ogni momento. Il diritto di non amare e di insinuare vergogna per quello che si è. Chiediamoci la mattina se siamo pronti a vergognarci per quello che siamo, perché è troppo facile pensare che quello che succede agli altri non succederà mai a noi. E si lotta sempre per i propri diritti ma anche per quelli dei propri “vicini”. E questa non è mai retorica spiccia, anzi.

C’è una storia che non dimenticherò mai probabilmente, una di quelle che ti fa rimanere inerme e che il respiro te lo fa pesare davvero, quella di Said (nome di fantasia). Said racconta di essere stato ricattato da due conoscenti che gli avevano chiesto di pagare 2,5 milioni di rubli, minacciandolo che se non lo avesse fatto avrebbero pubblicato le prove della sua omosessualità. La sua risposta è stata il rifiuto e si è visto così costretto a lasciare il Paese. I ricattatori erano in contatto con la polizia, che ha cominciato a minacciare la sua famiglia. Una volta informato del rapimento di suo fratello, Said si è comunque rifiutato di tornare a Grozny, nonostante il suo ritorno avrebbe determinato la liberazione del fratello. Non è più voluto tornare a casa e ora vive in Europa, senza più contatti con la sua famiglia perché teme di essere intercettato. Le uniche notizie che riceve sono quelle da altri conoscenti.

E io oggi voglio dire di essere Said o tutti quelli come lui perché come diceva Martin Luther King “Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla perché è giusta”.

 

Redazione

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