27 Settembre 2020 - 23:43
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La piaga dei “NEET”

“Not in Education, Employment or Training”, ovvero NEET, questo è il termine usato per la prima volta in un documento del governo britannico, nel 1999, per indicare quei giovani tra i 16 e i 24 anni che non sono impegnati né nello studio né nel lavoro e neppure nella formazione. L’utilizzo dell’acronimo si è poi diffuso globalmente con alcune modifiche nelle fasce di riferimento: in Italia la fascia anagrafica considerata va dai 15 ai 29 anni, ma in alcuni casi si estende fino ai 35 anni per coloro che vivono ancora con i genitori.

Secondo i dati Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione Europea), 13.4% era la percentuale media europea di NEET ( giovani tra 15-29 anni) nel 2017 contro il 24,1% in Italia. Questa differenza di ben undici punti percentuali ha piazzato il nostro paese al primo posto per tasso di NEET (vedere grafico 1).

Questo divario non è però insolito per l’Italia, che registrava già nel 2007 il 18.8% di NEET contro il 13.2% in UE; la percentuale è aumentata poi durante la crisi, raggiungendo il suo picco nel 2014 con un 26% di NEET in Italia, per poi lievemente diminuire. Attualmente, secondo i dati Istat calcolati a fine 2019, coloro che non lavorano e non studiano tra i 15 e i 35 anni sono stimati a quasi tre milioni. Bisogna, però, considerare che all’incirca un milione di giovani lavora in maniera saltuaria, dando vita al fenomeno dei cosiddetti “nativi precari”; secondo i dati Istat, infatti,  per essere considerati lavoratori, e dunque non essere inclusi tra i NEET, è sufficiente lavorare almeno un’ora a settimana remunerata, a meno che non si tratti di impresa familiare, nella quale cade anche quest’unico vincolo.

Si giunge quindi alla conclusione che in Italia circa 4 milioni di giovani lavorano poco o niente!

I dati regionali sul tasso di NEET confermano la difficile situazione occupazionale dei giovani in meridione, collocando sul podio Sicilia, Calabria e Campania.

Una ricerca di Demopolis per Oxfam (Oxford Committee per Famine Relief) ha classificato come “Età della disuguaglianza” quella che, in Italia, va dai 18 ai 35 anni. In questa fascia è inserita una generazione sfiduciata, perdente, se la si confronta con la generazione precedente e con i coetanei di altri Paesi europei. Secondo un recente studio OCSE, l’ascensore sociale è lento: sono necessarie cinque generazioni per potersi elevare socialmente, mentre in Danimarca, ne bastano due. Ciò significa che in Italia solo il 6% di giovani provenienti da una famiglia poco istruita riuscirà a cambiare il suo status, il 40% dei figli dei lavoratori manuali farà lo stesso lavoro dei loro genitori e il 31% di figli di chi ha attualmente il reddito basso avrà comunque un reddito basso.

Per concludere con una nota positiva, è iniziato a maggio 2018, e si concluderà nel 2020, il Progetto Neet Equity Unicef, dallo slogan “Noi non siamo fuori gioco”, con l’obiettivo di migliorare le capacità dei territori nel costruire politiche attive e partecipate. L’obiettivo è includere tutti per ovviare alla condizione di disagio e ed esclusione sociale di tanti ragazzi senza risorse e senza prospettiva.

Articolo a cura di Alessia Brizio

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