25 settembre 2018 - 19:34
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Kiarostami, il punto d’arrivo della storia del cinema

Fra le esperienze cinematografiche non occidentali, quella a cui si è guardato con più continuità negli ultimi anni e che continua ad emergere per profondità ed originalità ci è offerta dalla “scuola” iraniana.  

Un esempio del suo successo è il regista e abilissimo sceneggiatore Asghar Farhadi, che con il film “Il Cliente”(2016) ha saputo indagare i rapporti umani ricordando La trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni, ottenendo il premio Oscar come Migliore film straniero e la Palma d’oro a Cannes per la Migliore sceneggiatura. 

L’Occidente, del resto, ha sempre avuto un occhio di riguardo per il cinema iraniano, tant’è che Jean-Luc Godard disse: “Il cinema inizia con D.W.Griffith e finisce con Abbas Kiarostami” 

Come è stato possibile l’emergere a livello internazionale di questa forma d’arte  in un paese così contraddittorio, dominato dall’oscurantismo politico e religioso? 

Sicuramente l’Iran ha una società civile molto articolata e una sottocultura che si fa sentire ma, data la forte censura esistente, i registi iraniani sono stati maestri nel creare opere ispirate al neorealismo italiano e al tempo stesso paradossalmente ricche di simbolismo, evocative e poetiche, incentrate sui temi sociali del paese. 

Un tipico modo di “sfuggire” alla censura è l’utilizzo delle proprietà del linguaggio infantile, ossia adoperare nelle produzioni attori bambini per affrontare gli svariati temi sociali senza incorrere in alcun rischio. 

Maestro in questa tecnica è l’intramontabile Abbas Kiarostaminessuno meglio di lui ha saputo porre la macchina da presa all’altezza dei bambini. 

Esemplare è “Dov’è la casa del mio amico?”(1987), pellicola che l’ha reso famoso agli occhi delle platee straniere (3 premi al Festival di Locarno). 

Dietro l’apparente minimalismo del racconto e delle riprese (camera fissa e lunghi piani sequenza, tipici del regista) si cela la costruzione di un’opera invasa da un profondo senso di emozione, poiché il mondo dei bambini è costretto a scendere al confronto etico tipico del mondo degli adulti. 

Tuttavia, il film più toccante di Kiarostami è di certo “Il sapore della ciliegia”(1997), una riflessione continua sul valore di una vita e sull’ineluttabilità della convivenza con il dolore, veicolata attraverso i dialoghi fra Badii, un uomo intenzionato a suicidarsi e alla ricerca di qualcuno disposto a seppellirlo nel caso in cui decida di uccidersi (o che lo aiuti a uscire da quella buca se al contrario sceglierà di non prendere questa decisione), ed il tassidermista Bagheri, una delle tre persone a cui Badii rivolge questa richiesta.  

Sin dall’inizio, parallelamente al film che vediamo sullo schermo, inizia il nostro film mentale sul perché il signor Badii sia così ossessionato dal trovare qualcuno che esegua questo suo volere, ma soprattutto sul perché abbia deciso di farla finita. 

Badii vaga con la sua automobile per gli altopiani sabbiosi della periferia di Teheran senza sosta e il paesaggio che lo circonda è lo specchio della sua coscienza: brullo, polveroso, arido.  

Intanto il suo passeggero, dopo aver ascoltato la sua tragica richiesta, gli confessa attraverso un lungo monologo come anche lui fosse sul punto di suicidarsi tempo prima, ma che fu fermato dal dolce sapore di un gelso.   

Il sapore della ciliegia è un’esperienza filosofica, un cammino faticoso con una speranza di luce, è un’occasione per meditare su come, sotto ogni cielo, la vita ci riservi sempre gli stessi angosciosi interrogativi. E, a volte, la risposta può essere semplicemente “il sapore della ciliegia. 

 

 

 A cura di Giordana Campobasso 

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