18 luglio 2018 - 22:58
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It’s the End of the World as We Know It

Brevi considerazioni sugli Oscar e sul panorama cinematografico

 

Certamente, almeno per lo scenario italiano, il 4 Marzo 2018 è stata una giornata da ricordare, ma spostandoci ad un pubblico di altra natura e di matrice internazionale, questa data resta comunque nota a causa della premiazione cinematografica più conosciuta al mondo, la celeberrima notte degli Oscar.

Arrivata alla sua 90esima edizione, la statuetta dorata si è vista assegnare a (sorpresa sorpresa) tutti i film più favoriti, a cominciare dal premio per il Miglior film a The Shape of Water di Guillermo del Toro, fino a quello per la Miglior sceneggiatura non originale all’italiano Chiamami col tuo nome, passando per quelli al Miglior attore e alla Migliore attrice protagonisti, rispettivamente vinti da Gary Oldman ne L’ora più buia e da Frances McDormand per Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Detto questo, l’articolo potrebbe benissimo continuare con un’impersonale lista dettagliata dei singoli premi e nomination oppure arrestarsi senza aggiungere altro e il motivo è semplice: stiamo parlando dell’edizione più lenta e banale fino ad ora svoltasi.

Mettendo da parte l’ironia decisamente sottotono di un Jimmy Kimmel alla sua seconda conduzione, la linea comica interamente affidata a una Jennifer Lawrence sempre fantastica ma che di lavoro fa l’attrice, non il giullare, e discorsi di ringraziamento pieni di verve al pari di un elogio funebre, dati alla mano stiamo parlando dell’edizione meno seguita nella storia del premio: solo 26 milioni di spettatori, ben il 20% in meno rispetto allo scorso anno.

Cos’è andato storto, dunque? Davvero la noia è stato un deterrente così potente da spaventare anche i più appassionati?

Indubbiamente quest’ultimo fattore non va ignorato, ma sono principalmente due le ipotesi più accreditate: la prima riguarda l’effettivo valore e qualità dei film in gara. I grandi amanti del cinema certamente sapranno che gli Oscar, nonostante la nomea della quale godono da sempre, sono il premio meno rilevante dal punto di vista della critica (soprattutto se paragonati a vittorie in festival quali Cannes o Venezia), tuttavia ciò non toglie che, in quanto a popolarità, siano sicuramente i primi della lista e, come tali, svolgano un importante ruolo nel decretare ciò che andrà visto in tutti i cinema del mondo e cosa no. Negli ultimi anni, tuttavia, abbiamo assistito ad un progressivo calo di qualità dei pezzi selezionati dall’Accademy come vincitori e il motivo di questo andamento per niente rassicurante va ricercato non nella mancanza di contenuti, quanto invece nell’eccessivo sbilanciamento all’interno del binomio “messaggio da lanciare – qualità artistica”. Laddove ogni pellicola premiata rappresenta una profonda presa di posizione in merito a una tematica calda e da video virale su Facebook, la qualità del lavoro inteso effettivamente come opera d’arte viene a mancare, affidandosi a scelte registiche trite e ritrite, fotografie poco coraggiose e così via. Ciò che ne viene fuori è una gran poca voglia di rischiare, anche da parte di grandi del cinema come del Toro, che, con il suo ultimo lavoro, ha creato un gioiellino destinato a perdere di lucentezza una volta lontano dai riflettori dei red carpet, in quanto tutto il lavoro innovativo (si fa per dire) è stato lasciato alla sceneggiatura. Chiaramente, però, un buon film è come una torta: per farlo uscire bene servono tutti gli ingredienti, nelle dosi giuste. E così è bello ed è importante che i film facciano riflettere e lancino messaggi dal grande impatto morale e sociale, ma è anche utile che essi sappiano farlo sfruttando ciò che rende lo strumento cinema quello che è, ossia il connubio immagini/dialoghi.

Ma non basta certamente questo a spiegare l’andamento calante degli Oscar e, in via estensiva, del panorama tutto in generale. Entra in gioco, quindi la seconda motivazione: la disparità ideologica tra grande schermo e pubblico in sala. Come dicevamo pocanzi, il mondo del cinema si è caricato dell’onere di lanciare messaggi forti e importanti riguardo tanti ambienti differenti, dall’accettazione verso il diverso fino alla parità di genere. Indiscutibilmente, quest’ultima edizione è stata caratterizzata in particolar modo dall’impegno del mondo femminile in movimenti del calibro di Time’s Up e Metoo, basti pensare all’ispirante e inamovibile discorso tenuto dalla stessa McDormand nel ritirare il suo premio. Hollywood vuole lottare, Hollywood vuole essere portavoce di messaggi chiari e insindacabili, per instituire una nuova società fatta di migliori prospettive per tutti. Il vero punto della questione, però, è: siamo sicuri che il pubblico voglia questo?

Così come è palese la presa di posizione di bassa e alta manovalanza dell’industria cinematografica circa questioni sociali sempre più controverse ed attuali, dall’altro lato la società tanto italiana quanto mondiale mostra una controtendenza decisamente paradossale: mentre grandi del cinema si barcamenano nel lanciare messaggi di uguaglianza, dignità, pace e giustizia, le persone che guardano i film, che pagano i biglietti, sono gli stessi che stanno riportando in auge messaggi di odio razziale, xenofobia, misoginia e violenza. Tendenza, questa, sempre più lampante, poi, anche grazie ai vari governi o partiti politici incisivamente ispirati dalle matrici di cui sopra, che stanno sempre più prendendo piede proprio negli ultimi anni.

Si tratta, in effetti, di un parallelismo del tutto peculiare, come se effettivamente i moniti e i messaggi della quale il cinema si sta facendo carico negli ultimi tempi vivano e vengano riconosciuti validi solo per quelle ore di proiezione, lasciando poi il minimo spazio alle considerazioni, all’analisi del significato profondo da parte del singolo e la conseguente enucleazione dello stesso nella singola coscienza personale, in modo da riflettersi nel proprio modo di comportarsi e di rapportarsi con l’esterno. I film parlano, urlano a gran voce e, per la tendenze riscontrare dai paesi stessi in cui vengono proiettati, è come se lo stessero facendo contro un muro. Quale interesse, dunque, può ormai destare questo mezzo di comunicazione? Il cinema nasce come forse la più democratica (parola ampiamente abusata) forma di arte: chiunque, dall’operaio al premio Nobel è in grado di accedervi partendo ad armi pari, con la stessa potenzialità di emozionarsi e di essere coinvolto da ciò che avviene sul grande schermo. E, allo stesso tempo, come tutte le forme artistiche, nasce per raccontare un’ideologia, un sentire proprio del tempo in cui si sta vivendo. Se tutto ciò non riesce più ad essere colto dal pubblico, viene quindi da chiedersi, chi è a sbagliare? Il cinema, che non è più specchio di una realtà esistente, ma solo di ideali giusti e nobili e spaventosamente lontani da ciò che si vede fuori dalle sale del cinema? O il pubblico, che sta cadendo in un baratro sempre più profondo, smettendo di ascoltare persino l’ultima forma d’arte in grado di rapportarsi ad esso, di parlargli e di istruirlo, in quest’epoca di disinformazione virale e saccenza patologica?

Trovare una soluzione a queste domande, scegliere quale tra le due ipotesi sia realmente valida, sono questioni che forse solo il tempo riuscirà a risolvere. Fino ad allora, le star continueranno a combattere battaglie che renderanno sempre più labile il confine tra cinema e politica e noi tutti continueremo a vedere film tanto carini quanto passeggeri (a livello emozionale).

Ma, in fin dei conti, è anche inutile lasciarsi andare agli allarmismi o allo sconcerto; se il cinema sta fallendo vuol dire solo che si sta adeguando alla tendenza di tutta la società come noi la conoscevamo (o come ci piaceva credere che fosse). Niente di cui preoccuparsi, quindi. Speriamo solo che Jennifer Lawrence continui a movimentare tutte le premiazioni: ad oggi sembra l’unico investimento sicuro in quest’ambito.

 

A cura di Giulia Nino

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