19 agosto 2018 - 10:37
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Independence race

Dopo l’epopea Valentiniana, terminata nel 2009, il titolo di Campione del mondo della MotoGP è stato affare ispanico, fatta eccezione per il 2011, l’anno del bis di Stoner. Da allora, la Spagna gode di una schiera di piloti infallibili e spietati, giovani e arroganti, in grado di darsi battaglia sulla pista e generare emozioni da far west. Le prime avvisaglie dell’attuale copione si videro già nel 2010, stagione del primo trionfo mondiale di Jorge Lorenzo, ove, dopo l’infortunio di Rossi, a contendersi il titolo furono lo stesso Jorge e Dani Pedrosa. 

Dal 2012 a divenire campioni sono stati soltanto due piloti, entrambi ispanici: Lorenzo (2012 e 2015) e Marquez. 

Marc è oramai è l’assoluto capitano delle Furie Rosse su due ruote, avendo fatto incetta di titoli dal suo esordio nella classe regina. 

Ogni anno, inoltre, un “gringo” spagnolo sale alla ribalta delle cronache motociclistiche: in questa annata la nuova stella sembrava dover essere Maverick Vinales, neo compagno di scuderia di Valentino Rossi. Un pilota estremamente intelligente su una moto che, durante le prime gare, aveva qualcosa in più rispetto al resto del paddock. Lo stesso Rossi, dopo aver smaltito la delusione del 2015 nell’arco dell’anno successivo, sembrava in grado di poter lottare per il titolo, condendo le sue prestazioni con la solita mano destra da fenomeno e la sua capacità di iscriversi al registro dei primi da un ventennio.  

Poi è sbucata la Ducati: e che Ducati! Soprattutto, che Dovizioso! Mai visto un pilota con questa grinta sulla Rossa di Borgo Panigale dai tempi di Casey Stoner (qui, perdonatemi, ma la lacrimuccia scende…). 

Dopo due gare belle e sorprendenti, Mugello e Catalogna, Andrea Dovizioso era entrato di diritto nei cuori degli appassionati, abbandonando la calcolatrice che per anni gli ha riempito il cervello, adorando quella inspiegabile sensazione di vittoria, perseguendo anche lui la gloria di essere campione del mondo. Bella storia, direbbe Morgan! 

Però, in fondo, nelle belle storie non può mancare il cattivo, e, credetemi, uno cattivo come Marc Marquez sulla pista non lo ricordo. Un cannibale, un infame, un bastardo. Spregevole per i Valentiniani, estroso e divertente per molti estimatori, ma pur sempre, al netto di tutto, un fenomeno. 

Ha affascinato il mondo da quando è salito su una moto 125, ha strabiliato sulle Moto2.  

In MotoGP ha semplicemente dominato. Dai tempi del giovane Rossi non si ammirava un vincente come lui, che, in 5 anni, ha vinto 4 mondiali.  

Vince da rookie nel 2013 nella classe regina, per poi ammazzare la concorrenza nel 2014, ove totalizza due primati: mai nessuno aveva trionfato in tutte le prime 10 gare dell’anno e nemmeno vinto 13 gare in una stagione.  

Marc sembra poter fare tutto: non ha avversari all’altezza, ma nonostante ciò, riesce a rimanere un ragazzo qualunque della penisola iberica.  

Eppur si mosse, nella fauna del circuito, una speranza gialla.  

Il 2015 resterà l’anno del patto di Andorra e chi è appassionato sa cosa intendo. Dopo un anno da leader, Rossi perde il mondiale all’ultima gara, grazie ad un meticoloso lavoro di sabotaggio da parte di Marquez. 

Vince Jorge Lorenzo, a Valencia, ed è ancora “Spagna über alles”. 

Marquez è da tutti vestito dei panni del Cattivissimo, da paggio di Jorge e da rancoroso nemico di Valentino.  

Torna a vincere il Cabroncito nel 2016, ristabilendo la gerarchia. È lui il “Lider” spagnolo, gli altri siano sottomessi. Siano sedati i bollenti spiriti, sia fermato il tempo della belligeranza. Marc basta a se stesso, e basti a tutti il fatto che è semplicemente il più forte.  

La bandiera giallorossa sventola sul circuito con medievale fierezza, la corazzata castigliana, capitanata da Marquez, non ha rivali. 

Chi avrebbe mai potuto sfidare un esercito così folto e aggressivo, se perfino un Rossi deluxe ha dovuto abiurare? 

Chi avrebbe immaginato, inoltre, che a fronteggiare Marquez potesse essere un “outsider”? 

La vita è strana, si sa, ma che a dar fastidio a Marquez fosse stato Dovizioso non ci avrebbe scommesso 1€ nessuno. Eppure il Dovi è stato in testa al mondiale per qualche gara e ha onorato alla grande un compito troppo arduo per lui. 

Nonostante il successo a Sepang (6 in un anno per DoviPower), si era capito che, dopo il disastro di Phillip Island, nell’ultima gara a Valencia sarebbe servito un miracolo, con Marquez lontano 21 punti. Il miracolo non c’ è stato. Ha vinto Pedrosa su Zarco (talento francese da annotare), con Marquez a sfilare in passerella dopo la doppia caduta delle Ducati ufficiali di Dovizioso e Lorenzo. 

Insomma, ancora uno spagnolo, ancora quell’inno sul podio e ancora una volta Marc è Campione del mondo. Non è bastata nemmeno la vicenda politica Catalana a distrarre la Spagna motociclistica. Non è tempo di indipendenza, né per i cittadini catalani né per il motomondiale. Eppur si alza sempre più forte un vento ribelle e sono convinto che, prima o poi, ci sarà il finale che i dissidenti aspettano. 

 

A cura di Piergiorgio Romano

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