10 Agosto 2020 - 23:37
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Il trionfo di Parasite

Confesso che quando Parasite era uscito nelle sale italiane, pur suscitando in me molto interesse, non avevo avuto occasione di assistere alla proiezione di questo film.

Successivamente, però, la stampa ha riportato il grande clamore suscitato dal film coreano diretto da Bong Joon Ho, già vincitore della prestigiosa Palma d’oro al festival di Cannes, e poi trionfatore agli oscar 2020 con ben quattro statuette come miglior film internazionale, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e addirittura miglior film, prima pellicola in lingua non inglese.

 Ancor più incuriosito dal plebiscito della critica, sono andato a vedere il film che molte sale cinematografiche avevano reinserito in programmazione.

Parasite racconta un dramma incentrato su due nuclei familiari agli antipodi dello spettro sociale della Corea contemporanea. La prima famiglia, i Kim, vive in uno squallido appartamento in un seminterrato di Seoul, vivendo  di sussidi di disoccupazione e di umili lavoretti. La seconda famiglia, i Park, invece è ricchissima e vive in una splendida villa.

Le strade di questi due nuclei s’incrociano quando, grazie ad alcune credenziali fasulle, il figlio dei Kim riesce a farsi assumere come tutor della figlia dei Park e a entrare in casa loro, facendo poi lo stesso con gli altri membri della propria famiglia, con svariate mansioni.

L’entusiasmo attorno a questo film si è sviluppato proprio grazie all’allegoria principale, che risiede nella lotta di classe e nel lavoro, unico tramite attraverso il quale le due famiglie avranno la possibilità di incontrarsi e di iniziare una relazione che, come può essere intuita dal titolo del film, ha un carattere parassitario, in senso ambivalente. Da una parte infatti vengono mostrate le vicende della famiglia Kim i cui membri riusciranno ingegnosamente a farsi assumere al servizio dei ricchi Park, ignari della parentela dei loro nuovi dipendenti; dall’altra vengono ritratti i Park, emblema delle classi medio-alte della società sudcoreana, che vivono grazie al lavoro dei propri dipendenti, richiamando le disparità delle condizioni economiche di classe.

Il film getta dunque una luce sulla società sudcoreana quanto globale, quella in cui il regista è cresciuto e vissuto, rigidamente improntata sulle fratture sociali sempre più scomposte e su una gerarchia ben definita e difficile da scalare.

Uno dei tratti più caratteristici di questa opera è sicuramente il tema “sensoriale”. La fotografia è curata nei minimi particolari e diversificata a seconda dei due mondi speculari ed opposti: linda e luminosa nelle scene ambientate nella casa dei Park, quanto “appannata” e asfissiante in quelle che hanno luogo nel seminterrato dove son costretti a vivere i Kim. Tappezzano, poi, la trama e l’estetica del film numerosi schermi quali le ampie finestre di casa Park, le sporche vetrate di casa Kim, gli onnipresenti display luminosi dei cellulari, diffusi in ogni strato della società contemporanea. Gli schermi fanno da muro e consentono ai personaggi di nascondere le loro intenzioni, ma al tempo stesso impediscono loro di comprendere appieno la situazione in cui si trovano.

Anche l’olfatto viene coinvolto, con immagini forti e vere tanto da evocare odori, ricoprendo un’importanza fondamentale nella definizione dei limiti che i personaggi si sforzano di superare e risultando un elemento fondamentale per lo svolgimento della trama.

Parasite è dunque un film potente e impegnato, che cavalca l’onda di uno scontento dilagante e generato dall’alto, esattamente come i liquami in una delle scene più iconiche, che invadono la città bassa costringendo le persone a sgomberare le povere abitazioni che avevano fino a quel momento occupato.

Le barriere fisiche, ma più spesso immateriali, erette dalla società che i protagonisti cercheranno di abbattere, però, risulteranno insormontabili. La profondità delle differenze è troppa per poter giungere ad una conclusione felice. Il finale lascia un forte senso di amaro in bocca, turbando profondamente la situazione iniziale da cui il film era partito, ma è aperto anche alla remota speranza di un futuro con possibilità di riscatto e di scalata verso la rigida società aspramente criticata.

Il progetto, grazie al suo stile particolare, è stato riconosciuto e magnificato dalla critica internazionale e nel giro di breve tempo ha reso necessario anche il recupero degli ultimi film dell’autore, cui inizialmente era stata riservata un’accoglienza piuttosto tiepida (è il caso di “Memorie di un assassino” del 2003).

Il film è stato accolto ed esaltato sulla scia di altri capolavori entrati già nella storia del cinema, come V per vendetta o Joker, che sono arrivati a lasciare il proprio segno distintivo nelle più recenti proteste e sommosse popolari scoppiate in tutto il mondo. Per questo motivo, senza fare spoiler, non mi sorprenderei di vedere presto, tra quei manifestanti, spuntare un copricapo da nativo americano….

Articolo a cura di Leonardo De Marco

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