17 ottobre 2018 - 16:57
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Il paradosso del cobalto: violare un diritto umano per rispettarne un altro?

Viviamo in un mondo in cui le batterie ricaricabili sono diventate una componente fondamentale di tutti i dispositivi che utilizziamo ogni giorno. Le batterie agli ioni di litio vengono utilizzate per alimentare i nostri smartphone, tablet, pc e per la stragrande maggioranza delle nuove tecnologie. Tra le varie destinazioni d’uso delle batterie ricaricabili, quella che oggigiorno attira di più la nostra attenzione è quella delle auto elettriche. Particolarmente caldeggiate dagli ambientalisti, le auto elettriche sembrano essere la soluzione alla drammatica prospettiva di riscaldamento globale che sta mettendo a repentaglio l’equilibrio del nostro ecosistema. Non solo: l’abbandono dei combustibili fossili, grazie all’utilizzo delle auto elettriche, migliorerebbe la qualità dell’aria respirata nelle nostre città. Come dimostrato da uno studio della rivista Lancet Oncology, esiste una connessione tra i livelli di smog nell’aria e la probabilità di contrarre un adenocarcinoma. Questo mette inevitabilmente a repentaglio uno dei nostri diritti umani fondamentali: il diritto alla salute. Il diritto alla salute è tutelato a livello nazionale dall’articolo 32 della nostra Costituzione, che afferma “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (…)”. Esso inoltre si colloca tra i diritti economici, sociali e culturali sanciti dai Patti di New York del 1966. L’articolo 12 recita “The States Parties to the present Covenant recognize the right of everyone to the enjoyment of the highest attainable standard of physical and mental health.”

La clean energy revolution a cui stiamo assistendo prevede un graduale aumento dell’utilizzo delle auto elettriche. Ma ora è necessario chiederci se questa rivoluzione sia davvero “pulita” come sembra. Un elemento fondamentale per la produzione delle batterie ricaricabili è il cobalto. Più del 50% del cobalto mondiale viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo, uno degli Stati più poveri al mondo. La rivoluzione verde ha reso il cobalto un bene sempre più richiesto e prezioso. Si sono moltiplicate negli anni le miniere per l’estrazione di questo minerale, molte delle quali abusive, in cui lavorano adulti e bambini di appena sette anni, costretti a sopportare i gravi danni che il lavoro in miniera causa alla loro salute. Infatti, in seguito ad un’esposizione prolungata alle polveri di cobalto, essi contraggono malattie respiratorie croniche e spesso letali. Gli estrattori delle miniere abusive sono spesso privi di guanti e mascherine, ma non hanno alternative. Questi seri abusi sui diritti umani degli estrattori di cobalto erano già stati segnalati da Amnesty International attraverso il report This Is What We Die For (2016). Nel nuovo report Time to Recharge (2017) è stata analizzata più nel dettaglio la catena di produzione e distribuzione di questo minerale. La maggior parte del cobalto estratto abusivamente viene venduto a degli intermediari, poi viene esportato in Cina e acquistato da una potente multinazionale del cobalto, la Huayou Cobalt. Questa compagnia a sua volta lo esporta in tutto il mondo industrializzato. A quali attori vanno imputate queste violazioni e in che misura? Dai risultati delle ricerche di Amnesty International risulta un’evidente lacuna nella regolamentazione del lavoro in miniera e un generale fallimento della RDC nella protezione dei diritti umani dei suoi lavoratori, specie quelli dei bambini. La Costituzione della Repubblica Democratica del Congo prevede il diritto all’istruzione primaria gratuita, che però nei fatti risulta ancora a pagamento per mancanza di fondi. I bambini che non riescono ad accedervi si trovano costretti a lavorare clandestinamente per degli intermediari, che poi rivendono il cobalto ricavato sfruttando il lavoro minorile.

Ma le responsabilità di questa catena di abusi è condivisa. Un ruolo fondamentale è svolto infatti dagli Stati che ospitano le sedi legali delle imprese multinazionali produttrici di batterie. Gli Stati avrebbero il dovere di pretendere trasparenza da parte delle multinazionali riguardo alle catene di distribuzione del minerale, nel rispetto di un principio generale che attribuisce agli Stati la responsabilità di proteggere gli esseri umani da qualsiasi abuso contro i loro diritti umani fondamentali. Ma anche le imprese multinazionali si sono dimostrate negligenti rispetto ai loro stessi codici di condotta e rispetto agli standard internazionali descritti dalle Guidelines dell’OCSE e spesso fatte proprie dalle legislazioni nazionali. Nella maggior parte dei casi esse non hanno effettuati reali accertamenti sulla provenienza del cobalto che utilizzano. Il paradosso di fronte a cui ci troviamo è il seguente: è accettabile violare i diritti umani dei bambini e il diritto alla salute dei minatori della RDC per permetterci di guidare delle auto elettriche? O altrimenti: è più importante il diritto ad un’aria pulita di un cittadino italiano o il diritto dei minori congolesi a non essere sfruttati? Se è vero che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, come affermato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non dovrebbe essere tollerata una simile disparità negli standard di protezione dei diritti umani. Pretendere un’aria pulita è un nostro diritto, sorvegliare chi ce la fornisce è un nostro dovere.

 

A cura del Gruppo Giovani di Amnesty

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