22 Novembre 2019 - 23:41
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IL LATITANTE CRAXI AVEVA RAGIONE

Il governo più longevo della storia della nostra Repubblica è il Berlusconi II, nato l’11 giugno 2001 e caduto il 23 aprile 2005, seguito dal Berlusconi IV e dal Craxi I. Nessun esecutivo è mai riuscito a sopravvivere ad un’intera legislatura e la media della durata dei vari governi, escluso il Conte Bis, è di 411 giorni. Questa grave problematica istituzionale ha radici storiche e sociologiche piuttosto profonde: potremmo definirla, semplicisticamente, “fragilità”.

In Italia abbiamo avuto 63 governi in 70 anni. È un dato a dir poco spaventoso.

L’esecutivo è debole, spesso si sorregge su maggioranze trovate con il rastrello e questo sistema istituzionale impedisce ai politici di essere lungimiranti. Secondo Indro Montanelli, all’Italia è mancata quell’esperienza politica che si è invece potuta sperimentare in Germania: la Repubblica di Weimar. Il fragile esecutivo della neo repubblica nel dopoguerra tedesco, non riuscì a garantire sicurezza istituzionale (anche a causa dei continui tentativi di golpe) e contribuì, insieme alla crisi economica del ‘29 e alle pesanti condizioni imposte dai vincitori del primo conflitto mondiale nel Trattato di Versailles, a creare quel brodo culturale nel quale crebbe e si sviluppò il nazionalsocialismo.

Il nostro paese, che ha avuto una storia del tutto diversa, non aveva gli anticorpi necessari per combattere questa problematica istituzionale. Così, i nostri padri costituenti, dopo aver vissuto per vent’anni sotto un regime con un esecutivo onnipotente, decisero di ridurre e depotenziare l’influenza del governo repubblicano. Purtroppo, però, non riuscirono a trovare un compromesso, mancando di intravedere la svolta correntizia della Democrazia Cristiana e di tutti gli altri partiti nel post-De Gasperi, che avrebbe imposto quella fragilità istituzionale oggi così pesante.

In un sistema elettorale e istituzionale nel quale il governo è debole, l’uomo politico è veicolato e portato a pensare esclusivamente al proprio tornaconto elettorale. Solo con una buona base di voti e un’ottima percentuale di parlamentari un politico può permettersi di scrivere e attuare manovre socio-economiche quinquennali e lungimiranti, che non si accascino sul presente. Alcide De Gasperi diceva:

“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”. Con un esecutivo fragile il leader è portato ad attuare manovre presentiste, che puntano ad ottenere il favore dell’opinione pubblica, accumulando un debito che andrà a pesare sulle future generazioni. Un politico che riuscì a intravedere questo problema fu Craxi, che puntava a potenziare l’esecutivo tramite un sistema presidenziale: un governo presidiato dal Presidente della Repubblica, leader della coalizione vincente, destinato a durare 5 anni. Ma Bettino cadde preda di quello stesso sistema partitocratico che voleva rivoluzionare e non portò mai a termine la grande riforma promessa.

Fu la deriva clientelare che coinvolse tutti i partiti della Prima Repubblica a far emergere la contraddizione. Il Partito Socialista dedicò gli ultimi istanti della propria esistenza alla ricerca disperata di una crescita elettorale, anche a costo di sporcarsi.

E Craxi morì latitante. 

Articolo a cura di Michelangelo Mecchia

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