19 novembre 2018 - 5:01
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Il ditino di Virginia Raggi: quando la colpa è sempre degli altri

“E allora il PD?” Ormai è un mantra, un tormentone quasi impossibile da prendere sul serio, al punto che è giunto il momento di rinnovare il lessico pentastellato. La sindaca (o sindaco, senza soffermarci su queste sciocchezze linguistiche) Raggi ha recentemente pubblicato un post che si fa carico di questa rivoluzione terminologica interna al Movimento: un lungo messaggio, elaborato e pieno di energia vitale, ma che possiamo serenamente riassumere con il solito, ormai fuori moda, slogan a 5 stelle: “E allora il PD? E le colpe del PD? MANNAGGIA A QUESTO PD”.

Il ditino di Virginia Raggi lavora ininterrottamente da prima che la sua padrona indossasse la fascia tricolore. A chiunque voglia candidarsi con il Movimento 5 Stelle è richiesto un singolo requisito: un dito bello allenato, preferibilmente bello lungo e appuntito, pronto a tendersi verso il nemico (poteri forti, banche, PD, recentemente accompagnati dal boom immigratorio di radical chic, proprio in Italia). Il ditino della sindaca Raggi, insoddisfatto della vittoria pentastellata a Roma di due anni fa, continua anche oggi a mettersi sull’attenti e a puntare i riflettori contro chiunque osi contrastare l’operato della sindaca – e non solo.

L’amministrazione Raggi dura, per l’appunto, da ormai due anni. Sarebbe stolto ignorare le responsabilità delle scorse amministrazioni, certo, ma è ancor più stolto ignorare le proprie responsabilità. Virginia Raggi, nel suo post, fa un’analisi molto superficiale (e anche un po’ offensiva) nei confronti delle recenti manifestazioni a sfavore della sua amministrazione. A quanto pare, a suo dire, chiunque sia insoddisfatto e manifesti la percezione che Roma stia peggiorando, e non il contrario, è del PD. Un circo di volti stanchi ed esausti, che provano vergogna del proprio partito ma non possono scappare da quello che sono, ovvero “signore con borse firmate e barboncini, ipocriti con il Suv in doppia fila, pseudo-intellettuali”, ladri, infami. La sindaca poi parla con parole coraggiose ed elogia il proprio operato, i propri progetti, i propri successi – successi evidentemente non compresi dalle menti inferiori di chi la critica.

Virginia Raggi e il suo ditino, fedeli alla linea di chi, come loro, è al potere ma fugge dalle proprie responsabilità, sembrano rifiutarsi di accettare di essere sindaco, il capitano di questa enorme bagnarola che affonda a causa delle montagne di rifiuti per strada e di quei maledetti tifosi russi che non smettono mai di saltare. Forse la sindaca, convinta di essere “dalla parte giusta della storia”, sta solamente difendendo i più deboli e combattendo contro il male che farebbe di tutto pur di farla cadere dal suo trono. E allora scalcia, graffia, morde, zittisce chi non è d’accordo con lei, caccia assessori, ne prende di nuovi ma non sa dove buttare quelli vecchi perché sconvolta che a Roma si faccia la differenziata, e allora inciampa, casca, assume un aspetto più cupo, quasi una figura dittatoriale. È svanito il ricordo della Raggi che scherza sulle condizioni ridicole delle strade, su Roma allagata. Svanisce l’idea che le strade possano essere anche poco danneggiate. Tra poco svaniranno proprio le strade?

Alla fine è sempre colpa degli altri, del male, del PD, e il terrore di svanire perché la si pensa diversamente diventa tangibile e tutti se ne iniziano a preoccupare. Tutti, compreso un ora ripiegato e terrorizzato ditino, che non vorrebbe fare la fine di quella sua amica manina che è stata zittita perché finita contro i poteri forti sbagliati: quelli che non hanno mai torto.

a cura di Matteo Antiga

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