15 dicembre 2017 - 3:38
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Hollywood Icons: il volto nascosto dello star system

Vasco Rossi cantava di volere una vita come quella di Steve McQueen. Ambizione più che legittima, verrebbe da dire. Infatti, chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha sognato di essere una star destinata a popolare gli schermi di centinaia di cinema in ogni dove e vivere le più disparate avventure? Eppure, come ben sappiamo, certi sogni sono destinati a restare tali, almeno per qualcuno. Per i pochi baciati dalla dea Fortuna, invece, le cose potrebbero non andare in tal senso, ma certo è che ci sarà sempre un punto inarrivabile, un Olimpo a porte chiuse, rappresentato dalla categoria dei divi dei kolossal americani o, in altre parole, quelli dell’Età dell’oro di Hollywood. Questo club molto esclusivo, circoscritto ad un arco di tempo che va dalla metà degli anni ’20 fino agli anni ’60, vede tra i suoi maggiori esponenti personaggi come John Wayne o Rita Hayworth, oltre a Liz Taylor, Gary Cooper e persino l’italianissima Sophia Loren. Portando la mente a questi nomi famosi, viene quasi naturale dare per scontato, oltre al loro innegabile fascino, anche uno straordinario talento attoriale. Ma siamo davvero sicuri che tutto ciò sia vero?

A dare una risposta a questo interrogativo ha provveduto il giornalista e storico del cinema John Kobal, raccogliendo durante la sua carriera più di 161 fotografie 8×11 raffiguranti le icone del grande schermo, patrimonio oggi custodito dalla John Kobal Foundation e in mostra presso il Palazzo delle Esposizioni dal 24 giugno al 17 settembre. Così, aggirandosi tra un ribelle James Dean e una sensuale Joan Crawford, viene fuori un pezzo di storia ai più sconosciuto. Per poter capire a fondo, infatti, l’ascesa di questi simboli delle pellicole del tempo, occorre tornare alla nascita dell’industria cinematografica, quando il panorama era completamente in balia degli studi di produzione, i quali, oltre a tale ruolo ufficiale, avevano anche l’oneroso compito di riuscire a manipolare i gusti del pubblico, decretando la nascita o la distruzione di intere carriere. Per fare tutto ciò, però, vi era necessariamente bisogno di un qualche metodo pubblicitario in grado di stabilire una sorta di legame tra chi stava seduto nelle sale dei cinema e chi era ritratto sullo schermo, tra i comuni mortali e i ricchissimi divi che sguazzavano nel lusso e nelle feste mondane.

La soluzione saltò subito agli occhi di tutti ed è proprio negli occhi che fonda il suo potere: commercializzare fotografie, scattate sui vari set hollywoodiani, degli attori maggiormente in vista, resi ancora più appetibili dai trucchi del mestiere di chi era assunto per ritrarli. Così entrarono in gioco personaggi come Laszlo Willinger, Clarence Sinclair Bull, Ruth Harriet Louise e molti altri; giovani fotografi, introdotti in quell’ambiente con lo scopo ben preciso di rendere persone comuni degli dei scesi in terra. Così, passando da un ritratto a un altro, è possibile vedere al di là dell’immagine patinata e perfetta con cui siamo abituati a pensare ai giganti di quel settore: in questo modo scopriamo che Marlene Dietrich era una ragazza fin troppo alta, con i lineamenti spigolosi e che solo un accurato lavoro di luci provenienti dall’alto poteva darle quel tocco così particolare da far sì che si parlasse di bellezza; che Greta Garbo fece sognare tutti prima con delle immagini sfocate e dalla posa classica, quasi pittorica, per poi passare a figure nitide e con inquadrature molto più moderne; che si dovette compiere un lungo e dispendioso labor limae sull’aspetto del frizzante Clark Gable per poterlo trasformare dall’ingenuo ragazzotto qualunque a un ambito playboy.

Un lavoro, insomma, di madornale importanza, considerata la grande verità, di oggi come di ieri, che per riuscire a toccare il cuore di qualcuno è tragicamente necessario conquistarlo prima con il proprio apparire. Ma allora, come è possibile che pressoché nessuno sia a conoscenza di questi fotografi? La risposta è più scontata di ciò che si potrebbe immaginare: come ogni fenomeno, anche questo era destinato a cadere in basso, prima o poi, e il tonfo di tale industria fu metaforicamente rappresentato dalla distribuzione di massa della televisione e del radicale cambiamento di mercato che comportò. E così venne a concludersi un’epoca sfarzosa e irraggiungibile, portando con sé in questo oblio anche tutti i fotografi il cui lavoro ormai era reso futile. Questo è il triste epilogo di una storia portata, in seguito, alla luce da Kobal, in modo da poter contribuire a creare una maggiore coscienza in tutti coloro che amano l’universo del cinema e tentando di dare, a questi artisti del secolo scorso, il giuso riguardo che meritano.

Per rispondere, dunque, all’interrogativo posto all’inizio del nostro itinerario, nell’ottica di quanto rappresentato in quelle 161 fotografie, è possibile capire come, citando lo stesso Kobal, i veri divi non avessero necessità di saper recitare, non quando era il loro modo di porsi a fare scuola. Una lezione dura e senza illusioni, avvalorata dall’esempio di Steve McQueen su tutti.

A cura di Giulia Nino

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