21 Febbraio 2020 - 11:35
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Gli Stati Uniti e la “corsa” all’Africa

Sin dai primi anni del nuovo millennio, con il lancio della guerra globale al terrore, gli USA hanno avviato ed espanso continuamente la loro presenza in un continente oggi sempre più al centro delle attenzioni internazionali, per la sua vastità e le ampie opportunità in ambito commerciale da esso offerte, oltre alle immense risorse energetiche di cui dispone. E nonostante le promesse di un atteso drawdown, con ritiro di numerose unità delle Forze Speciali e chiusura di diversi posti di osservazione nella regione, il Pentagono ha invece recentemente affermato che la riduzione delle truppe in Africa sarà modesta e programmata nel corso di diversi anni, e che nessuna base è prevista chiudere come risultato di tali tagli al personale. Negli ultimi 10 anni, il comando centrale delle Forze Statunitensi in Africa (AFRICOM) ha cercato non solo di definire la sua presenza come limitata in scopo, ma anche le sue basi militari come piccole, temporanee e poco più di basi locali dove gli Americani sono alla stregua di “affittuari”. Eppure, come riportato da “The Intercept” in un lungo articolo a riguardo, sulla base di materiali ottenuti direttamente dal Pentagono, “non si può negare lo scopo del network di basi dell’AFRICOM, né la crescita delle infrastrutture”. E ancora, parrebbe che “la Air Force Africa da sola, ovvero la componente aerea del Comando, ha recentemente completato o sta attualmente lavorando su quasi 30 progetti di costruzione in quattro nazioni dell’Africa”. Tutto ciò è ancor più testimoniato dal fatto che, mentre Cina, Russia, Francia e gli Emirati Arabi Uniti hanno aumentato la loro presenza militare nella regione e alcuni di questi Paesi ora possiedono basi nel continente, nessuno di loro riesce ad eguagliare l’ampia orma degli Stati Uniti. Come riporta ancora “The Intercept”, la Cina, infatti, per comparazione, ha solo una base in Africa – una struttura a Djibouti. Sempre stando a documenti ottenuti da “The Intercept” attraverso il Freedom of Information Act, il network di basi dell’AFRICOM includerebbe basi più grandi “permanenti”, dotate di siti di pianificazione, o FSEs, e location di cooperazione per la sicurezza, o CSLs, così come anche più numerosi siti austeri, noti come location di contingenza, o CLs. Secondo Adam Moore, assistente professore di geografia alla University of California, Los Angeles, ed esperto in materia, intervistato da “The Intercept”, in tal modo, la distribuzione delle basi suggerirebbe che gli Stati Uniti siano organizzati attorno a tre principali teatri di anti-terrorismo in Africa: il Corno d’Africa (Somalia, Djibouti, Kenya, Libia) e il Sahel (Cameroon, Chad, Niger, Mali, Burkina Faso). Moore nota poi come gli Stati Uniti abbiano una sola base nel sud del continente e abbiano recentemente diminuito il loro impegno in Africa Centrale negli ultimi anni. Secondo un briefing del 2018 del consigliere scientifico dell’AFRICOM, Peter E. Teil, ad esempio, l’esercito Statunitense ha attualmente più siti in Niger – cinque, incluse due location per la cooperazione sulla sicurezza – che qualsiasi altro Paese sul lato Ovest del continente. Niamei, la capitale del Paese, sarebbe attualmente la base dell’Air Base 101, un avamposto Statunitense di droni di lunga data, il sito di una Base per le Operazioni avanzate delle Special Operations, e il nodo dell’Ovest dell’Africa per la cura del personale fornito dai contractor e i servizi di evacuazione per le emergenze. L’altro CSL, poi, nel remoto hub di contrabbando di Agadez, è destinato a diventare l’avamposto per eccellenza dell’esercito Statunitense nell’Ovest dell’Africa. Questa base di droni, situata alla Nigerien Air Base 201, non solo vanta un prezzo di costruzione di 100 milioni di dollari ma, sommando le spese operative, si stima costerà ai cittadini Americani più di un quarto di miliardi di dollari entro il 2024, quando l’accordo decennale per il suo uso scadrà. Questo quadro complessivo, dunque, dipinge chiaramente una situazione in cui la costruzione di basi Americane in Africa è nel pieno di un vero e proprio boom, come testimonia, sempre in un’intervista a “The Intercept”, il portavoce dell’Air Force Africa Auburn Davis, il quale afferma che l’Air Force ha recentemente completato 21 progetti di costruzione in Kenya, Tunisia, Niger e Djibouti, e ne ha attualmente altri sette in programma in Niger e Djibouti. Tutto ciò, quindi, non può portare a concludere altro che “la proliferazione di basi nel Sahel, in Libia, e nel Corno d’Africa suggerisce che le missioni antiterrorismo dell’AFRICOM in queste regioni del continente (Africano) continueranno indefinitamente” riferisce sempre Moore a “The Intercept”. Ma quali sono, dunque, gli scopi di questa “presenza indefinita” degli Stati Uniti in tale continente? Certamente l’antiterrorismo rientra tra i primi motivi, ma forse, a muovere ancor più il dispiegamento dell’immane e preponderante forza della prima potenza militare al mondo in questa così vasta area, potrebbero essere certamente l’ambizione a un accesso sicuro al petrolio, e a testimonianza di ciò, una parte consistente del greggio raffinato Statunitense proviene dalle raffinerie africane, al sostegno politico del maggior numero possibile di Stati Africani, all’aumento delle esportazioni, e, ultimo ma tra i primi nella lista delle priorità, il bisogno di deterrenza e imposizione nel confronto sullo scacchiere geopolitico con i due maggiori contendenti: la Cina e la Russia. Se consideriamo la prima, infatti, mentre gli USA hanno schierato permanentemente 5000 soldati nel continente, assieme alla costruzione della sopra citata piattaforma per droni nella città di Agadez, il Paese del Dragone, d’altro canto, occupa ormai senz’altro una posizione di rilievo nell’area, basata sulla realizzazione di partnership, accordi commerciali e d’investimento con gli Stati saheliani, oltre che attraverso l’invio di unità militari di protezione del personale civile. Il coinvolgimento di Pechino nelle iniziative di peacekeeping nel Sahel va inserito nell’ambito della protezione dei propri interessi economici, commerciali e dei propri investimenti: tra i progetti principali vi è la raffineria di idrocarburi di Zinder, in Niger, finanziata dalla China National Petroleum, l’esplorazione tramite l’Azelik Mining Company di miniere di uranio nell’area di Imourarem, in Niger, e importanti investimenti nelle infrastrutture, tra cui la costruzione del secondo ponte sul fiume Niger. Per quanto concerne la Russia, invece, nonostante con il crollo dell’Unione Sovietica è crollato anche l’interesse russo per l’Africa, negli ultimi la nazione dell’orso ha dimostrato di voler tornare a contare con preponderanza negli affari del continente. La nuova corsa all’Africa, infatti, potrebbe sfociare in una via d’uscita all’isolamento russo dagli affari internazionali. Le esportazioni dirette in Africa, di fatto, possono essere considerate come “politiche”: la Russia è, infatti, assieme agli Stati Uniti, uno dei principali fornitori di armi sia per i Paesi della regione nord che per quelli subsahariani. Putin ha sostenuto un ruolo attivo della Russia nelle missioni di pace delle Nazioni Unite nel continente, e oggi il personale militare russo impegnato in Africa supera la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti messi insieme. Ma la strategia russa va oltre l’approccio finanziario e militare: la superpotenza dell’Est sta elaborando, infatti, una specifica narrazione di “Africa russa”, che sottolinea il proprio storico impegno alla liberazione del continente. E mentre gli indicatori economici tra i due sono in aumento e l’interesse economico sta diventando una componente significativa dell’impegno della Russia, è evidente che l’interesse del Cremlino è quello di acquisire un’influenza politica strategica, soprattutto alla luce della già privilegiata situazione energetica della Russia.

A cura di Pasquale Candela


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