15 dicembre 2017 - 3:38
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Giovani 2.0

In un mercato del lavoro sempre più liquido e competitivo come quello odierno, quali sono le prospettive dei giovani?

Tentano di rispondere a questa domanda Corrado Passera e Carlo Salvatori in occasione della conferenza organizzata dall’associazione LEP (Libertà è partecipazione) “Le prospettive dell’economia italiana, quale futuro per i giovani?”, svoltasi lunedì 16 ottobre nella sede Luiss di Via Pola.

 

In sostanza, quali sono i consigli pratici da seguire negli anni a venire per essere una generazione di giovani a velocità 2.0?

In primis evitare i lavori che non saranno facilmente difendibili nel mercato di lavoro futuro, vale a dire quelli in cui la presenza umana non sarà rilevante. Per dirla come il dottor Passera: “Saranno molto più difendibili i lavori creativi in cui c’è rapporto umano, non facilmente sostituibili dalle macchine, o lavori in cui bisogna mettere insieme cose diverse.” Per entrare più nello specifico, il già ministro dello Sviluppo Economico è convinto che sopravvivranno i superspecialisti, vale a dire coloro che nel loro campo potranno giocarsela a livello mondiale, e coloro che saranno abili nel “mettere insieme” (dunque coloro che intraprenderanno carriere manageriali, imprenditoriali, burocratiche o amministrative), e nell’ essere sempre alla ricerca di novità, di nuova conoscenza e di nuove esperienze. In sostanza, coloro che saranno in grado di “gestire la complessità”.

Questo comporta sicuramente, affermano i due esperti, un adeguamento dello Stato alle novità, corrispondente ad una politica di investimenti che mirano al miglioramento delle risorse interne del paese, al momento pressoché inesistenti nell’ordine del giorno del contesto politico italiano. La “fuga dei cervelli” è una conseguenza tangibile di questa mancanza di modernizzazione nell’ambito di creazione di occasioni e condizioni ottimali per lo sviluppo di un sano mondo del lavoro adatto ai giovani. I “cervelli” italiani, crème de la crème del contesto universitario, si sentono ingabbiati in un sistema lavorativo bloccato, che non consente sbocchi innovatori, che ricercano o in grandi università meritocratiche riconosciute in ambito internazionale o in grandi attività imprenditoriali, entrambe praticamente inesistenti sul nostro suolo tricolore. La soluzione al problema risiede, per Corrado Passera, nell’attirare sedi di questo genere in Italia, investendo nei settori di giustizia, fisco e burocrazia, settori che si collocano nella dimensione di gestione della complessità già nominata in precedenza.

 

Un discorso a parte meritano le start-up.

22686505_1561944900532816_1700683949_nLe start-up sono il risultato di attività imprenditoriali autonome per la maggior parte avviate da giovani. In particolare, il decreto Passera del 2013 per la regolazione e l’incoraggiamento delle start-up prevedeva che almeno un terzo dei membri della start-up fossero giovani freschi di laurea o dottorato. Nel corso della conferenza Corrado Passera ribadisce questo concetto, ponendo l’accento in particolar modo sull’ecosistema creativamente propositivo che dovrebbe circondare la start-up e sulla necessità di un ambiente scolastico che inoculi nei giovani la volontà di cercare innovazione e di provare a produrre novità. Per citare Salvatori, le nuove generazioni devono imparare ad essere catalizzatori di energia pronti ad impiegare quest’ultima nei contesti più disparati.

In secondo luogo, bisogna partire dal presupposto che i lavori futuri saranno globali, comportando non solo una platea di concorrenti esponenzialmente più alta rispetto ad ora ma anche la possibilità concreta di svolgere il nostro lavoro in ogni parte del mondo. “Il nostro obiettivo è il mondo”, afferma convinto Salvatori.

Di conseguenza, requisito fondamentale per poter accedere al mondo professionale è una conoscenza esauriente della lingua inglese, che dovrebbe essere quasi equivalente a quella della lingua italiana.

 

Insomma, per evitare la disoccupazione e avere successo professionale il consiglio dei due professionisti è quello di volare il più alto possibile, proiettandosi verso orizzonti extranazionali, se non addirittura extraeuropei, ed essere sempre alla ricerca di possibilità di evoluzione personale, arrivando addirittura a preferire un precariato rispetto alla stabilità del posto fisso, che spesso equivale ad una situazione di stallo creativo e routine.

Insomma, il futuro dei giovani si giocherà sui dettagli, con la consapevolezza di dover essere pronti a cadere ed essere capaci di rialzarsi e reinventarsi. Flessibilità è infatti una parola chiave per il successo lavorativo, in quanto probabilmente, afferma il dottor Passera, dovremmo abituarci all’idea di dover cambiare spesso lavoro nella nostra vita professionale, sia da un punto di vista letterale che più metafisico, nel senso che assisteremo ad un’evoluzione futuristica delle professioni come le conosciamo ora, con la conseguente necessità di informarsi adeguatamente per poter mantenere il posto di lavoro.

Come dunque risolvere l’impasse che è il mercato del lavoro italiano per i giovani?

Innanzitutto nell’avere l’umiltà di cominciare dal basso e il coraggio di mettersi sempre in discussione, unita ad una buona dose di spirito di iniziativa.

 

Mi permetto tuttavia di aggiungere una piccola postilla all’analisi sicuramente più oculata ed esperta di Corrado Passera e Carlo Salvatori, derivante probabilmente da cinque anni passati all’interno di un liceo classico.

E’ sicuramente vitale proiettarsi verso gli “interminati spazi” al di là dei confini nazionali, ma è equivalentemente fondamentale essere consapevoli delle proprie radici. Credo che solo in questo modo si avranno gli strumenti per allontanarsi dal buco nero della globalizzazione, che è tanto affascinante quanto livellante, e portare l’unicità del nostro essere “nuovi” italiani con noi in qualsiasi contesto sociale, politico ed economico ci troveremo a lavorare e a vivere. Dovremmo essere capaci di trovare un equilibrio (l’oraziana aurea mediocritas) tra prospettive internazionali e confini nazionali.

Concludo con una massima sallustiana: l’ambizione, tra tutti i vizi umani, è quella che assomiglia maggiormente a una virtù”.

 

A cura di Angela Venditti

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