15 dicembre 2017 - 3:34
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DE ROSSI

Fuori dal tempo

Isola verde è la terza traccia de “Gli ammutinati del Bouncin ovvero mirabolanti storie sugli uomini e il mare”, secondo album di Murubutu, probabilmente il miglior storyteller italiano prestato al rap. Come annuncia l’esplicito titolo, l’album affronta il rapporto tra l’uomo e il mare: Murubutu crea in ogni traccia storie e personaggi romanzati che prendono vita, forma e anima dalle sue parole, diventando sorprendentemente vividi. Isola verde parla della storia di Claudio, ragazzo forte e valoroso che vive su un’isola eterea del Mar Ionio: Claudio è stato abbandonato lì ed è stato adottato dagli abitanti del villaggio. Nella sua vita non ha visto altro che l’isola e le sue meraviglie: è cresciuto tra cascate di garofani e infiniti campi incolti, diventando uomo immerso nell’amore e nella semplicità rurale degli isolani. Eppure a Claudio presto l’isola inizia a non bastare più: passa le giornate su un picco roccioso a suonare l’armonica, a guardare il mare, a chiedersi quanto sarà mai grande il mondo; vuole andare via, solcare il mare, scoprire nuovi luoghi, mettersi alla prova. La paura del futuro lo blocca però ogni volta. L’isola è il suo ossigeno, non può sapere quanto riuscirebbe a vivere senza. Claudio ci pensa a lungo e alla fine la voglia di scoprire il mondo sovrasta tutti i timori: una sera prende coraggio, dà un ultimo bacio alla sabbia della sua amata terra e infine parte su una vecchia barca a sfidare le onde impetuose. Il viaggio dura poco: il mare si gonfia e Claudio viene inghiottito dall’acqua, lasciando nel dolore la sua isola che perde tragicamente questo suo figlio. Forse chissà, è stata la stessa imperscrutabile volontà dell’isola a non volerlo vedere andare via. Leggendo l’ultima intervista di Daniele De Rossi al Corriere dello Sport ho pensato a Murubutu, a Claudio e alla sua isola verde. Ho immaginato Claudio sulle rocce della sua isola del Mar Ionico a scrutare il mare e poi ho immaginato Daniele nella sua casa a Ostia ad osservare il lido.

 

C’è qualcosa di vagamente mitologico in Daniele De Rossi: lo sguardo sempre in lotta, la bava che va a contornare la barba lunga e mai troppa curata, il digrigno dei denti, la bile riversata a fiotti in campo. Anche il tatuaggio tamarro sul polpaccio, un intervento in scivolata che mira più alla gamba dell’avversario che alla palla, contribuisce a rafforzare la sua figura di guerriero, di uomo in perenne lotta, prima contro se stesso e poi contro tutto il mondo, anche oltre ogni logica giustificazione. Eppure al di là di ogni apparenza, pochissimi giocatori al mondo riescono a dare l’idea di essere uomini prima che atleti quanto De Rossi. “Credo di essere riconosciuto come saggio perché non parlo tantissimo. Quando non parli molto è alta la probabilità di non dire stupidaggini”. La verità è che quando parla De Rossi è difficile credere di trovarsi di fronte il capitano della Roma piuttosto che uno studente attivista abbondantemente fuoricorso di scienze politiche: Daniele parla con equilibrio e originalità, senza dietrologie o servilismi di sorta, lontano da luoghi comuni e banalità. Denota sempre un’urgenza di evidenziare un certo spessore umano che va ben oltre una fascia da capitano o una bacheca più o meno gonfia di titoli. E’ in un certo senso un uomo lontanissimo dal calcio moderno, fatto di figurine assoggettate al regime e al giudizio dei social, private come mai prima della possibilità di poter esprimere una propria personalità per il timore di fare la mossa sbagliata e compromettere una carriera. (Cerci e il calcio che conta vi dice qualcosa? Quanto siamo stati contenti del suo fallimento?) De Rossi è fuori dal tempo, non appartiene a questa epoca. D’altronde ha dichiarato che prenderebbe a mazzate tutti quelli che nello spogliatoio prima della partita si mettono a giocare con il telefono e a pubblicare storie su Instagram.

 

Daniele non è un uomo di mediazione: è una persona verticale, sebbene con numerose contraddizioni, spesso è stato accusato di essere leader più a parole che nei fatti. Affascinante dialettica e sapiente analisi retorica seguita poi da gomitate, sputi, gestacci nei derby alla Curva della Lazio (eppure una sostanziosa fetta di tifosi laziali rispettano De Rossi quanto mai hanno rispettato o rispetteranno un romanista), espulsioni gratuite in partite chiave della stagione. Spesso si è detto che è un giocatore più da calcio inglese che da Serie A; che forse doveva nascere tra la fanghiglia di Birmingham piuttosto che nella sabbia di Ostia. Eppure la sensazione è che se pure fosse nato a Birmingham, avrebbe fatto il capitano a vita del Birmingham, o piuttosto magari, dell’Aston Villa.

 

De Rossi ha dedicato tutta la sua carriera (o comunque in ogni caso una sua enorme fetta) alla squadra per cui tifava da bambino. Senza tirare in ballo facili binismi, è innegabile una diffusa sensazione di profondo rispetto di fronte a un atteggiamento così in contro tendenza rispetto all’andazzo calcistico del 2000. Peccato che Daniele abbia preso questa scelta nella città sbagliata, in una città già romanticamente impegnata. La prima volta che venne chiamato Capitan Futuro correva l’anno 2002: Donnarumma aveva appena imparato a dire “papà” e io mi apprestavo ad andare con il grembiulino blu in prima elementare. Capitan Futuro: un soprannome benevolo, prestigioso, carico di speranze e aspettative, una tensione rivolta verso l’avvenire che lo accompagnerà con tono un po’ mesto per tutta la carriera e oltre. Sono serviti tre lunghissimi lustri per togliere di mezzo almeno sulla carta quel futuro e prendersi la fascia tutta per sé, un lasso di tempo che probabilmente anche il giovane De Rossi ventenne avrebbe pronosticato come più breve.

 

Totti ha monopolizzato la carriera di De Rossi: prima di quest’anno Daniele non aveva mai giocato una stagione di Serie A senza il Re di Roma a fargli compagnia nello spogliatoio, nelle rifiniture, nelle partitelle in allenamento, nelle trasferte in pullman. Totti ha rappresentato per De Rossi dapprima un modello ineguagliabile, poi una sorta di fratello maggiore e infine come perfetto paradigma del ciclo della vita, una vecchia bandiera cui affidare saggi consigli su come lasciare degnamente il calcio. “Io a lui in privato ho sempre consigliato di finire un anno prima, dopo Roma-Torino. E’ che a 41 anni uno come Totti a Roma è molto più utile adesso piuttosto che quando giocava tre minuti in Roma-Carpi”. Non è così maligno credere che mentre Totti si prendeva tutto l’Olimpico nel giro di campo del post Roma-Genoa, un lato umano di Daniele De Rossi stava provando una sensazione di vago e indefinito sollievo, come quando riesci a mettere un punto a quella storia d’amore che è stata bellissima e che ti ha segnato fin dentro le cellule ma che ormai non ha più senso di esistere. “Non è stato un anno piacevole per lui. Noi compagni vivevamo come quando hai papà e mamma che litigano a casa”

 

Sicuramente in maniera maggiore rispetto a Totti, De Rossi si è sempre sforzato di offrire un’analisi lucida e critica su Roma e la Roma, e forse anche per questo, oltre che per evidenti ragioni squisitamente tecniche, il suo rapporto con la città non è monotematico tanto quanto è stato quello di Totti. Le sue posizioni sulle celeberrime radio romane, sulla tessera del tifoso, su Luis Enrique (che cita ancora come uno dei migliori tecnici con cui abbia mai lavorato nonostante a Roma abbia lasciato solo brutti ricordi) sono più da divisore che da capopopolo. Mentre Totti si è sempre lasciato avvolgere dall’amore di Roma e dalla marea umana che ha inevitabilmente accompagnato ogni singolo movimento della sua vita senza mai mostrare cenni di ribellione, De Rossi non ha mai mostrato passività verso la spasmodica attenzione che Roma rivolge alla sua squadra giallorossa: un’attenzione a tratti insostenibile per una squadra di calcio. Lui si è sempre preoccupato di analizzarla, di interpretarla, quasi anche di giustificarla. Forse anche per questo sebbene l’affetto nei suoi confronti sia comunque elevatissimo, certe vette raggiunte da Totti, non sono replicabili da Daniele. “Una volta i tifosi erano tutti per lui, adesso ce li dividiamo. Non siamo eterni, nonostante lui lo sembrasse”. De Rossi d’altronde è consapevole di essere padrone in una casa che non sarà però mai del tutto sua “Dopo che Francesco avrà imparato tutto quello che bisogna fare dietro una scrivania, la Roma sarà tutta in mano sua. Non c’è un finale diverso”.

 

Nel corso degli anni, tantissime volte si è parlato di un De Rossi lontano da Roma: si dice che quest’estate ci sia andato vicinissimo, con un’offerta dell’Inter di Spalletti che lo ha fatto davvero riflettere sulla possibilità di lasciare la Capitale. “Non mi ha retto la pompa” dice lui. Esiste un desiderio nemmeno troppo sopito in Daniele di misurarsi con altre realtà. L’ambiente materno romano lo ha fatto crescere, ha tollerato le sue intemperanze caratteriali, lo ha fatto diventare uomo, marito, padre, capitano. Eppure Daniele ha sempre guardato con sguardo speranzoso il mare, chiedendosi cosa potesse esserci dall’altra parte della costa. De Rossi ha vissuto buona parte della sua vita combattuto tra l’amore sconfinato per la propria città (“Se potessi la bacerei in bocca, Roma viene solo dopo mia figlia”) e un desiderio naturale di misurarsi in realtà diverse, magari meno claustrofobiche. “16 anni di Roma sono come 32 da un’altra parte. Te li senti addosso. Un’esperienza fuori, lontano, penso che vorrei viverla, che dovrò viverla”. De Rossi quando parla di lasciare Roma lo fa sempre con toni eroici, apocalittici, più da ambientazioni da “Le Mille e Una Notte” che da gioco del calcio. Evidenzia il logorio dell’ambiente romano e prova sempre a mettere in luce quanto sia a suo modo stoico resistere così tanto in un posto così tossico. Vagheggia di futuri imprecisati, di viaggi misteriosi, di territori inesplorati. Eppure qualcosa lo trattiene sempre. La culla materna lo avvolge e quieta la sua anima tumultuosa. L’ambiente familiare (alimentato anche dalla presenza ormai quasi decennale del padre Alberto sulla panchina della Primavera) lo rasserena e inquieta allo stesso tempo. E se l’isola fosse davvero tutto quello di cui ha bisogno De Rossi? E se scoprire il resto del mondo si rivelasse una delusione? E se De Rossi fuori dall’isola si accorgesse di non essere De Rossi? Totti ha segnato la via e Daniele non può non pensarci. “Mi piacerebbe vivere con le dovute proporzioni una giornata come quella che ha conosciuto Francesco il 28 maggio. Sarebbe bello vivere un saluto così intenso con i tifosi anche per me, ma non so quando”. Il tempo è indefinito. De Rossi non ha mai esplicitamente dichiarato di avere intenzione di chiudere la carriera a Roma: ha anzi affermato che se la famosa offerta nerazzurra di quest’estate fosse arrivata dall’estero, non ci avrebbe pensato due volte a fare le valigie e partire. Eppure, l’odore di bluff si è sentito fin sull’isola verde del Mare Ionio di cui parlava Murubutu. D’altronde si sa che l’isola non lascia partire facilmente i suoi figli.

 

 

A cura di Matteo Orlandi

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