1 Aprile 2020 - 20:31
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Frustate nel nome di Dio

Uno, due, tre colpi. Senti la pelle bruciare e lacerarsi sotto le sferzate violente, la giusta punizione per aver compiuto un atto terribile: aver consumato un rapporto prima del matrimonio. Perché la tua sessualità non ti appartiene, non hai la possibilità di scegliere come, quando e con chi condividere la sfera più intima che ogni individuo possiede.

È un avvenimento realmente accaduto in Indonesia, sempre attuale, ma che ormai non sconvolge più. L’opinione pubblica difficilmente si piega di fronte alle sofferenze di una donna che inginocchiata e completamente inerme, riceve le ormai ordinarie fustigazioni per chi commette azioni che sono considerato reato, seppur queste non rientrino in alcun ambito di interesse della sfera pubblica.

Azioni considerate al pari del gioco d’azzardo, del consumo di alcolici, che vengono punite con sferzate violente inflitte con una frusta di legno rattan. 

Ogni colpo di frusta è uno schiaffo al rispetto, ai diritti della persona, alla possibilità di poter vivere senza la paura di ricevere un castigo che lascia segni profondi, e non solo sul corpo. 

Ogni sferzata è un taglio sull’anima, nella psiche di una donna che non si sentirà mai più libera di poter godere della propria esistenza. Tutto questo, nel nome di Dio. Di un Dio dell’amore, ma che non ha pietà, che non è magnanimo, che non perdona.

Ed è secondo le regole dettate da questo Dio che vengono istruite le nuove reclute delle squadre di fustigazione, delle quali fanno parte molte donne. Proprio in questa caso ad impugnare la frusta era un giustiziere donna, che senza alcuno scrupolo ha colpito la vittima, ricevendo successivamente i complimenti da parte del capo della guardie coraniche per “aver fatto un buon lavoro”.

Un essere così simile a te, che dovrebbe sostenerti, capirti, non solo ti volta le spalle, ma ferisce le tue senza pietà ricordandoti la tua condizione di succube in un mondo ingiusto.

Dieci, undici, dodici colpi. Cominci a sentire il sangue scorrere, e insieme a questo, la speranza di poterti mai liberare da queste catene.

A cura di Martina Mancino

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