22 Ottobre 2020 - 22:43
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FishNET per le nuove generazioni: stiamo diventando più consapevoli?

In un anno in cui si è trascorso molto più tempo a casa, perlomeno nei primi mesi, spesso con poco da fare a causa del lockdown, emerge un dato curioso: in Italia nell’ultimo anno un giovane su quattro ha eliminato un account social.

È un fenomeno in totale controtendenza rispetto a ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, in cui i social network si sono radicati all’interno delle nostre vite rendendo per molti quasi impossibile liberarsene.

Ora invece diminuisce l’utilizzo di Facebook, Instagram e anche Tiktok, l’ultimo arrivato tra i big del settore. Il trend nello specifico non riguarda esclusivamente i social network, ma interessa in generale il tempo che i giovani hanno trascorso online tra computer e telefonino, dimostrando che, forse, c’è una sempre maggiore consapevolezza da parte degli U24 nell’utilizzo di quest’ultimi. I social network incarnano appunto l’emblema della famigerata frase “quando un servizio è gratis, il prodotto sei tu”, fornendo appunto un servizio agli utenti in cambio della loro profilazione.

Ma cosa significa veramente essere il prodotto di una di queste società? Molte persone pensano che queste compagnie abbiano reali interessi nel vendere i nostri dati, ma è esattamente il contrario.

I nostri dati sono il bene più prezioso per i colossi digitali; procedono in un continuo immagazzinamento di dati di ogni sorta di genere, col fine di ricreare dei nostri profili personali ed essere in grado di proporre i contenuti pubblicitari più adatti ad ogni singolo utente. Attraverso l’accumulo di dati infatti le compagnie risultano in grado di offrire ad altre società, o enti, o addirittura partiti politici servizi di promozione pubblicitaria personalizzata ad hoc per ogni singolo utente. Vendere i dati singolarmente risulterebbe invece antieconomico per i social network, perché perderebbero l’esclusività del servizio.

Il recente, e discusso, documentario rilasciato da Netflix, The Social Dilemma, vorrebbe proporre un’istantanea della situazione; che ci riesca o meno è un altro discorso, di fatto liquida la questione riducendola a “non c’è un cattivo”.

Il concetto si inserisce all’interno di un ambiente in continuo sviluppo e molto controverso, ossia quello della privacy nel digitale, dove la nostra prima arma per essere attori di successo è la consapevolezza.

Sarebbe però estremamente riduttivo applicare questa chiave di lettura esclusivamente ai social network; il fenomeno infatti, come mai prima era stato in passato, è esteso interamente al mondo di internet, dove, come utenti, siamo inondati dai cosiddetti “banner” su molti siti internet che chiedono di autorizzare il consenso ai dati.

Ma di che dati si parla? In quanti, anziché cliccare semplicemente su “accetta” scelgono di spendere pochi secondi per informarsi per quali dati stanno autorizzando il sito internet in questione?

Ciò che emerge è che il numero di persone che lo fanno e si informano è in crescita, che ci si comincia ad interessare, complice soprattutto per questo fenomeno la rilevanza che molti canali di comunicazione stanno riconoscendo al problema.

Internet, infatti, così come i social network, può essere considerato come uno sterminato oceano da esplorare, dove bisogna saper stare attenti e pronti ad evitare le trappole delle reti da pesca.

Probabilmente il primo grande passo verso il raggiungimento della piena consapevolezza quando si naviga in Intenet o si utilizzano social network è quello di accettare che, mentre pensiamo siano loro a offrire un servizio a noi, siamo noi a offrirci come servizio e campo di ricerca.

Questo si può analizzare ed osservare per tutti i servizi per cui ci “offriamo”, e solamente prestando realmente attenzione possiamo rendercene conto. Basti pensare a quello che forse oggi è il più invasivo: l’intelligenza artificiale; quest’ultima, grazie al machine learning, è infatti in grado di migliorarsi in autonomia tramite il continuo utilizzo da parte degli utenti.

Perciò internet ed i social network, nonostante offrano servizi distinti, non sono poi cosi diversi e la nostra attenzione deve di conseguenza essere rivolta al tutelare la propria identità digitale, senza svendersi al primo offerente di svago su internet perché si è sempre fatto così e allora forse crediamo sia troppo tardi. Forse lo è, per noi, ma non per tutte le persone che quotidianamente prendono contatto per la prima volta con un social network, soprattutto perché spesso si tratta di giovani. Hanno bisogno di esempi carismatici da seguire, nella speranza che la luce e la chiarezza raggiungano gli angoli di un mondo sterminato, il digitale.

Articolo a cura di Giuseppe Besa Bevilacqua

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