15 dicembre 2017 - 3:41
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Fare impresa al Sud: intervista a Domenico Menniti di “Harmont&Blaine”

Al convegno “Crescita vs Crisi”, organizzato dal ministro Lorenzin per analizzare lo status attuale dell’Italia in luce della nuova stabilità e delle nuove sfide post-crisi, abbiamo incontrato l’imprenditore Domenico Menniti.

Menniti, fondatore dell’azienda “Harmont&Blaine”, ne è stato amministratore delegato e successivamente presidente, ruolo che ricopre tutt’ora. Data la sua esperienza è stato invitato all’evento in qualità di rappresentante del settore impresario insieme ad altri imprenditori italiani.

Originario di Catanzaro, stabilisce la sua attività tra la Calabria e Napoli. Sia durante il dibattito che successivamente, rispondendo ad alcune nostre domande, si è prestato a qualche considerazione in merito al ruolo del Sud nella realtà dell’impresa italiana.

Buongiorno signor Menniti, durante il convegno lei ha parlato della possibilità di spostare la sede logistica della sua impresa all’estero invece che mantenerla in Italia nella zona in cui essa opera, il Sud. In che misura questa scelta risponde alla sua volontà, nell’interesse dell’azienda, e in che misura invece impattano la burocrazia e gli enti politici, che dovrebbero fare il possibile per mantenere nel loro territorio aziende di successo?

Domenico-Menniti-ebQuesta è una questione che risale a qualche anno fa. Abbiamo chiesto per anni un suolo adiacente al nostro centro di produzione per costruirci un centro di logistica, essendo utile per noi averlo accanto: non abbiamo ricevuto risposta per otto anni.  Più tardi ho organizzato un evento aziendale in cui oltre alla stampa nazionale invitai l’assessore responsabile delle attività produttive; siccome il suolo in questione era in una zona di sviluppo industriale ed in termini di responsabilità politica faceva capo alla regione, mi misi dinanzi all’assessore e ai giornalisti e dichiarai che se per far fronte alle esigenze della mia azienda mi fossi dovuto spostare anche solo di due chilometri, a quel punto non sarebbe stato diverso spostarmi di duemila chilometri per raggiungere una zona geografica magari strategicamente migliore.

La domanda celata era: è possibile fare impresa nel Mezzogiorno di Italia?

Parliamoci chiaro: sì, è possibile, ma c’è un problema: l’attrattività. Prima nel dibattito si è parlato di managerializzazione: noi stiamo managerializzando l’azienda, partita come azienda familiare ma ormai a un buon punto in questo processo. Eppure rimane il problema dell’attrattività. Per un manager di alto livello potrebbe non essere più una così grande attrazione venire al Sud, anche a Napoli che ne è il fiore all’occhiello. Anzi, è più facile che si manifesti la tendenza opposta, ovvero che manager d’alto livello da Napoli, ad esempio, vadano altrove. Attenzione: se non recuperiamo questo finiremo per perdere voi giovani, che siete la parte migliore del nostro futuro, svuotando la nostra terra dal proprio talento più puro e mantenendo nei nostri territori solo i meno qualificati.

In che modo noi giovani possiamo aiutare la nostra terra?

In realtà voi non potete fare niente. Quelli che devono fare di più siamo noi, le classi dirigenti e le classi politiche. Noi abbiamo sbagliato tanto, abbiamo sbagliato tutto. E’ errato già il fatto che siete costretti a spostarvi per studiare perché al Sud non avremmo modo di farvi fare esperienza e stage di livello: a quel punto è inevitabile che quando iniziate a muovere i primi passi non tornate più indietro. In questo modo vi perdiamo, e perdendovi la nostra terra ha poca speranza.

 

A cura di Domenico Alessandria, Pietro Mecca e Francesco Giordano

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