10 Agosto 2020 - 22:59
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Educazione o diseducazione musicale ?

Qual è il ruolo che siamo soliti attribuire all’educazione musicale nel nostro paese?                             

Entrando a gamba tesa sulla questione ci accorgiamo di dover chiedere alla società e in particolare alle istituzioni un maggiore sforzo per la cosiddetta integrazione musicale, soprattutto quella che a stento viene inserita nel curriculum formativo delle scuole.

Questo settore sta affrontando una grave crisi occupazionale a cui si aggiunge la problematica orchestrale, quella dei conservatori, il ruolo dei teatri e la scarsa considerazione del lavoro del musicista.

È un mestiere, occorre ricordarlo e non un passatempo né tanto meno un hobby per i professionisti. Piuttosto svalutata è ad oggi la musica classica, migliore amica dei musicisti. Di conseguenza anche la propensione ad andare a teatro per assistere ad un’opera viene meno. Sotto il profilo demografico, la maggior parte delle persone che diserta questo tipo di intrattenimento è relativamente giovane e tale disaffezione nei confronti del teatro o della cultura in generale inizia a manifestarsi già a partire dai venti anni.

Fragilità messe in luce oggi dal cosiddetto “stato di crisi” innescato in seguito alle ordinanze emanate per debellare il Covid-19, che ha provocato un’ecatombe di sospensioni, cancellazioni e rinvii tra lirica, prosa e danza. Ben venga promuovere iniziative che catapultino in forma virtuale gli spettacoli, è la dimostrazione che la cultura è ancora viva, tuttavia, al tempo stesso, il mezzo digitale non può essere considerato nel lungo periodo un surrogato del teatro. Il palcoscenico ha bisogno di pubblico, gli attori di sostentamento e la popolazione di cultura.

Nonostante trabocchi l’entusiasmo di chi fa musica, al cospetto della società questo sembra dissolversi. Tale condizionamento è anche connaturato al lavoro delle istituzioni. Tra i vari problemi solo uno sembra riassumerli tutti: la precarietà dei professori. Circa mille insegnanti dei conservatori hanno ancora un contratto non definitivo e manca un’abilitazione a livello nazionale comparabile a quella universitaria.

Tale problematica rende particolarmente difficile il fiorire di nuove forme d’arte, soprattutto classiche. Inoltre, migliaia di cattedre sono scoperte e l’Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) non ha una direzione generale, né un organo di indirizzo. Non esistono fondi nazionali e la ricerca è adoperata dai docenti con fondi personali.

La formazione artistica e musicale, che per definizione non dovrebbe conoscere frontiere, sul suolo nazionale fa fatica a innovarsi e mobilitarsi seguendo una prospettiva internazionale.

A tal proposito, non basta intervenire solo sull’ampliamento dell’offerta formativa, ma anche necessariamente sul versante della domanda. Tutto ciò non si realizza con ridondanti campagne pubblicitarie, piuttosto con un lavoro più capillare che possa partire dalla formazione delle generazioni più giovani, strumenti per l’emancipazione culturale.

L’Italia non figura tra i paesi che applicano politiche specifiche o iniziative volte a dotare le scuole di risorse elettroniche per migliorare l’insegnamento delle materie artistiche. Inoltre, l’educazione musicale viene proposta con una certa discontinuità: introdotta negli ordinamenti didattici delle scuole primarie per poi proseguire nelle scuole superiori di primo grado e scomparire dai curricula nella quasi totalità degli istituti superiori di secondo grado. Ad eccezione dei licei ad indirizzo musicale, il metodo didattico non formalizza seriamente l’insegnamento di questa materia.

Basti pensare alle restrizioni adottate e alla scarsa disponibilità di strumenti musicali nelle classi: flauto 11%, pianoforte 44%, violino 15%, tromba 3%, violoncello 1,65%, oboe 1,44%, corno 0,41%.

“Dotare tutte le scuole di un impianto per ascoltare la musica e un corredo di una trentina di incisioni discografiche importanti, da fare ascoltare agli studenti come esempio di argomenti teorici. Se si parla della sonata, poi bisogna fare sentire, ad esempio, quelle di Mozart e Beethoven”, sono le parole del compositore, direttore d’orchestra e arrangiatore italiano Ennio Morricone, il quale tenta di consigliare possibili soluzioni al problema. Egli affermava che la musica nelle scuole è un disastro e di conseguenza (idea discutibile) bisognerebbe abbandonare l’abitudinario uso del flauto.                                                                                                  

Per quanto riguarda i conservatori, i dati parlano chiaro. Solo due anni fa, nel gennaio 2018, grazie alla promulgazione di un nuovo decreto sono stati equiparati i titoli del circuito Afam a quelli universitari, introducendo la suddivisione canonica del 3+2 e riconoscendo a livello ufficiale questi percorsi di studio.

Tuttavia ciò non basta a incoraggiare giovani studenti ad intraprendere la carriera artistica, a scapito di quella universitaria.

Perché dovrebbero?

Sul fronte occupazionale nessun organo istituzionale assicura loro di essere retribuiti a sufficienza per poter “campare”. Di conseguenza, la stragrande maggioranza decide di percorrere altre strade, “più sicure” e meno rischiose o addirittura si trasferisce all’estero con la speranza, da parte di ciascuno, di render giustizia al proprio talento. Ecco una ulteriore conferma: a livello di fondi stanziati per l’educazione musicale l’Italia si trova al penultimo posto nel panorama europeo, seguita dalla Spagna, il primo Stato in Europa che ha drasticamente cancellato la materia dal percorso di studi.

Quella che definiamo “educazione musicale” si assapora innanzitutto nella quotidianità familiare e qualora non fosse sufficiente, spetterebbe alle istituzioni colmare i vuoti sociali. Sono i genitori i veri fautori di una maggiore apertura mentale nei figli, ma non tutti dispongono dei mezzi per farlo nel modo più completo possibile. Pochi possono permettersi di iscrivere il proprio figlio ad un corso di musica, di comprare un biglietto per il teatro, per un concerto o semplicemente non rientra nelle loro abitudini. A questo va sommato lo scarso interesse da parte dello stato ad investire in settori “secondari” e la conseguenza non può che essere, nella maggior parte dei casi, la quasi totale indifferenza nei confronti del mondo artistico.

«It’s not that people don’t like classical music. It’s that they don’t have the chance to understand and to experience it», Gustavo Dudamel, per il quale la musica resta un gioco, da praticare sul serio ma senza prevenzioni, credo abbia centrato il punto.

È chiaro che siamo costretti a fare i conti con i pregiudizi, facciamo fatica a colmare la nostra ingiustificata nonché inferiore accezione che attribuiamo a questo settore, perché per classico immaginiamo generalmente qualcosa di “vecchio”, “passato di moda”.

Questo dimostra che è il nostro approccio il problema, non la musica classica in sé.

Durante una delle sue ultime interviste Ezio Bosso, direttore d’orchestra compositore e pianista contemporaneo, ha dichiarato che bisognerebbe insegnare prima la musica. “La musica è una fortuna, è la nostra vera terapia.” L’ascolto e la coscienza di questa materia sono indispensabili ed essenziali alla comprensione del resto.

Portiamo la musica nelle scuole sin dall’asilo, bisognerebbe indirizzare i bambini all’ascolto, lasciamo che lo stupore si impossessi di loro.

Perché purtroppo, come afferma il maestro, la musica da noi non viene considerata un momento di vita, fondamentale per incuriosirci nei confronti del mondo, ma soltanto qualcosa di astratto e di non ben definito.

Invece, sfortunatamente, ci sbagliamo.

Articolo a cura di Ilaria Russo

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