17 dicembre 2018 - 20:12
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È sempre una questione di prospettiva

Le vicende politiche italiane delle ultime ore rasentano la drammaticità. In molti (o almeno chi ha la memoria storica per farlo) scrivono e commentano sostenendo di non ricordare altre situazioni in cui il rapporto tra istituzioni repubblicane ha raggiunto tali livelli di scontrosità. Chiaramente la diatriba politica ha fatto si che gli italiani si schierino, esacerbando ancora di più le divisioni sociali che erano già emerse in seguito alle ultime elezioni nazionali. C’è chi, riscoprendosi esperto costituzionalista, prende come punto di riferimento l’art 92 dell’atto costituente per difendere o attaccare (a seconda dello schieramento di appartenenza) il Presidente della Repubblica Mattarella, e chi si rifà a ragionamenti più puramente politici, facendo trapelare l’idea che oscure presenze e poteri forti non meglio identificati, abbiano di fatto pilotato il fallimento del cosiddetto “governo del cambiamento”. Per qualche tempo le ipotesi si sprecheranno. Teorie complottiste, accuse di tradimento, comizi dai toni accessi e avvelenati, dirette streaming sui social network. Insomma, un’accozzaglia di opinioni di parte che di certo non contribuiranno a trovare una ‘verità politica’.

Cercando di ritrovare un punto di obiettività in questa vicenda, qualche considerazione più generale può essere fatta. La politica, come i corsi di politologia di base insegnano, alla fine dei conti è l’arte del compromesso. In questo caso, prescindendo da interpretazioni troppo legaliste dell’art 92, la mancata volontà della Lega Nord di esprimere un nome alternativo a quello del discusso Prof. Paolo Savona ha compromesso la possibilità di vedere nascere il governo sotto la guida del Prof. Conte. Data la poca chiarezza delle dinamiche che hanno condotto a questa situazione di pericoloso stallo, la comunicazione ha giocato un ruolo fondamentale nelle ore immediatamente successive a questo ribaltone politico. E gli attori protagonisti hanno espresso la loro personalissima visione dei fatti con i mezzi a loro disposizione. Da un lato il Presidente Mattarella vincolato, a causa del suo ruolo istituzionale, al dovuto linguaggio pacato e formale di una conferenza stampa nelle sale del Quirinale. Dall’altro lato, Salvini e Di Maio, che hanno da subito utilizzato ben altri mezzi per esprimere il loro disappunto, se così si può dire. Il linguaggio politico difatti si sta evolvendo verso una versione 2.0 del famigerato videomessaggio di matrice berlusconiana. I due giovani e rampanti leader hanno ben intuito le potenzialità dell’uso dei social media per raggiungere una maggiore vicinanza al loro rispettivo elettorato. Attraverso i video in diretta sui social-network, un politico di livello nazionale ha la possibilità di bypassare quelli che sono i formalismi linguistici di un discorso istituzionale tradizionale. Pertanto, questo modo di porsi rispetto alla gente, sempre più basico e privo di contenuti sostanziali, sta capovolgendo, se non l’ha già fatto, il modo di far politica.

Tuttavia, come si inserisce questo discorso nella crisi politica che stiamo vivendo? Considerando le prospettive poco rosee del governo targato Cottarelli, e le minacce di impeachment rivolte verso il Presidente Mattarella, lo scontro tra poteri dello stato, e di conseguenza tra frange della nostra società, sembra quasi inevitabile. Uno scontro che si consumerà nelle aule del parlamento, nelle reti televisive e soprattutto nei social media, coinvolgendo l’elettorato, il quale potrà sentirsi coinvolto direttamente in questo delicato momento. Ma sarà anche un confronto impari, in cui le dirette streaming ed i post propagandistici daranno vita ad un’onda inarrestabile di commenti, il cui contenuto spesso rasenta il limite dell’inumano. Così, il rischio è che si assista ad una “radicalizzazione” sempre più evidente dell’elettorato, assuefatto da concentrati di pressapochismo e ormai incapace di esprimere la sua opinione in maniera critica. Pertanto, l’elettore, in veste di utente attivo dei social-network, vivrà l’illusione di essere al centro della discussione, di poterla influenzare veramente.

Purtroppo, solo più tardi si renderà conto (se mai se ne renderà conto), che il suo contributo è stato di natura quantitativa e non qualitativa, come sperava inizialmente.

 

A cura di Tommaso Carbone

 

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