27 Settembre 2020 - 23:16
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Discriminazione nel ventunesimo secolo


Ciò che è successo a George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso dalla polizia a Minneapolis durante un arresto, chiaramente non si può considerare un evento isolato causato da uno scellerato, ma un problema sistemico e di massa che affonda le sue radici in secoli e secoli di tradizione e storia.

Il cosiddetto razzismo sistemico che si sta manifestando esisteva da molto prima che Trump venisse eletto e tentare di ridurre tutta la protesta al fatto che quest’uomo sia al potere può risultare alquanto semplicistico; tuttavia è altrettanto importante sottolineare quanto il presidente americano abbia esacerbato le tensioni che già c’erano. Apparentemente disgustato dalla morte di Floyd, promotore di “law and order”, ha dichiarato di essere pronto a mobilitare tutte le forze di sicurezza necessarie per mantenere l’ordine, sedare la violenza e qualora fosse necessario spedire contingenti militari per risolvere il problema, per porre fine alle rivolte e all’anarchia che si è diffusa nel paese. “La scelta non è tra proteste e politica. Dobbiamo fare entrambe le cose”, ha commentato l’ex presidente degli Stati Uniti Obama, sostenendo le proteste pacifiche e condannando quelle violente. Il razzismo rappresenta un fenomeno storico presente sin dall’epoca coloniale, gli Stati Uniti hanno alle loro spalle una lunghissima storia di schiavitù, abolita al termine di una guerra civile. Da lì è nato un regime di segregazione razziale, durante il quale gli afroamericani continuavano a non godere degli stessi privilegi e diritti concessi alle comunità dei bianchi. In seguito con la nascita e la diffusione di movimenti per i diritti civili dei neri, noti anche con il nome di Civil Rights Movement, vennero organizzate campagne di resistenza civile. Tra i traguardi raggiunti grazie a questi movimenti ricordiamo il disegno di legge Civil Rights Act del 1964, il Voting Act del 1965 e il Fair Housing Act del 1968. Dunque, dal 1641 al 1863 sono numerose le tappe del processo di conquista dei diritti civili per gli afroamericani fino alla proclamazione dell’emancipazione che decretò l’abolizione della schiavitù e ai giorni nostri con l’elezione del presidente Barack Obama il 4 novembre 2008.

L’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama

In realtà, come documentato, violenze nei confronti dei neri da parte della polizia ci sono sempre state, a partire dagli anni della fine della schiavitù. Quello che sembra differente ora è un maggiore sentimento di consapevolezza e riscatto, anche grazie all’utilizzo dei social media. Oggi è tutto davanti ai nostri occhi. Le statistiche hanno dimostrato che gli afroamericani, anche se di estrazione borghese, vivono in situazioni precarie rispetto ai bianchi e la conseguenza delle difficoltà economiche si traduce nell’occupazione di posizioni lavorative meno prestigiose e in un guadagno inferiore. Molti afroamericani ritengono che la schiavitù non sia mai realmente finita, è solo cambiata. Il divario tra i bianchi e i neri è addirittura più ampio adesso che negli anni ’60 e ’70, come è emerso dagli studi in merito condotti dai sociologi contemporanei. Secondo il parere della sociologa italo-americana, Rita Sinorita Fierro, negli Stati Uniti ogni sistema istituzionale agisce sulla popolazione bianca e nera in modo diverso: “Le scuole sono finanziate per lo più da tasse locali e solo in minima parte da fondi statali. Questo vuol dire che una scuola facente parte di una zona povera riceve pochi soldi rispetto a quella di una zona ricca. E chiaramente nelle zone povere vivono i neri”. Una recente mappatura delle città americane dichiarata dal New York Times, testimonia come la segregazione continua anche a livello geografico. Gli immigrati e gli afroamericani si accorpano vivendo in veri e propri ghetti. La stessa situazione che Martin Luther King stava cercando di abolire quando è stato ucciso, aggiunge la sociologa. Viviamo in uno stato di emergenza in cui serpeggia l’abuso di potere a sfondo razziale e dilaga la rabbia contro le ingiustizie mai risolte negli Stati Uniti.

In questo scenario di manifestazioni pacifiste e violente, che si presentano come miscela esplosiva di rivendicazioni, bisogna fare i conti soprattutto con la police brutality che rumorosamente cerca di arginare il delirio dei cittadini. Sembra esserci a tratti una scarsa fiducia nel progresso del genere umano, il quale appare incatenato, incapace di agire o reagire in linea con la giustizia. Quest’ultima come complesso sistema di regole e principi dovrebbe condurre, tramite la sua applicazione effettiva, alla massimizzazione del benessere dell’intera collettività, seguendo la logica utilitaristica. Perché allora la giustizia sembra ostacolare il progresso? Non sarebbe bene che tutti agissero nel modo migliore delle loro possibilità per l’utilità sociale? È possibile raggiungere un compromesso che metta d’accordo chi detiene il potere e chi deve obbedire? Ogni paese, nel tentativo di acquisire quote di potere sempre maggiori si affanna a raggiungere il successo internazionale, stipula accordi e investe negli strumenti più all’avanguardia. L’altro lato della medaglia mostra, al contrario, l’arretratezza ideologica e culturale, soprattutto quando, come in questi casi, si parla di discriminazione e colore della pelle. Molti sono abili nel diagnosticare i problemi radicati nella nostra società, ma pochi ne prendono realmente atto, probabilmente perché siamo abituati ad accettare acriticamente ciò che ha prodotto la storia e a non trarne un effettivo insegnamento applicabile ora.

In conclusione, una ragionevole via di uscita potrebbe essere proprio l’informazione, quella che si apprende nelle aule universitarie, quella che ci consente di essere critici e riflessivi e di non accettare ancora una volta passivamente ciò che accade.

Perché tra persone realmente istruite non ci può essere discriminazione.

A cura di Ilaria Russo

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