15 dicembre 2017 - 3:26
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Dai Gattopardi agli sciacalli

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”

 (Giuseppe Tommasi di Lampedusa, Il Gattopardo)

 

Il 16 Novembre 2017 nell’Aula Toti dell’Università LUISS Guido Carli, il giornalista e scrittore Carlo Bonini, autore di libri come A.C.A.B. All Cops Are Bastards e Il fiore del male. Bandito a Milano, ha incontrato gli studenti per presentare l’opera Suburra, romanzo scritto a quattro mani dallo stesso Bonini e dal Giudice di Corte d’Assise a Roma Giancarlo De Cataldo, pubblicato nel 2013, film diretto da Stefano Sollima, uscito nelle sale nel 2015 e serie televisiva prodotta da Netflix dal 2017. Protagonista delle vicende raccontate è la città di Ostia, ultimo grande municipio della Capitale, nonché roccaforte della mafia romana (“a 40 chilometri dal Quirinale” ricorda l’ospite dell’iniziativa), balzata alle cronache recenti in seguito all’aggressione da parte di Roberto Spada del giornalista Daniele Piervincenzi, reporter della trasmissione di Rai2 “Nemo”. Nella città, infatti, risiedono le ragioni del dominio dei clan mafiosi (non solo gli Spada, ma anche i D’Agata, i Fasciani, i Triassi), nonché dell’avanzata elettorale della formazione neofascista CasaPound. Due fenomeni a quanto pare connessi, a giudicare dalla simpatia mostrata da parte di Roberto Spada a Luca Masella, candidato, appunto, di Casa Pound, sulla quale Piervincenzi ha posto la domanda costatagli la rottura del naso e le manganellate riprese in diretta.

Quando entro nell’aula, Bonini sta introducendo la figura di Vittorio Sbardella, “signore delle tessere” democristiano, rimarcabilmente soprannominato “lo squalo”, di certo non estraneo ai rapporti del suo partito con la criminalità, pertanto esempio di quella politica alla quale Carlo Bonini, allora venticinquenne, si opponeva  come cronista. Un personaggio quasi drammatico, perfettamente calato nel proprio ruolo, persino nei tratti fisici (Bonini lo ricorda “grasso, basso, dalle mani pelose”), eppure, putroppo, reale. Bonini ha ricordato il suo incontro con Sbardella in un giorno del 1993. Era stata appena promulgata la nuova legge elettorale “maggioritaria” che avrebbe seppellito per sempre la vecchia classe politica nelle successive elezioni. L’anno successivo il “signore delle tessere” sarebbe morto, stroncato da un tumore al polmone. Forse intuendo di essere prossimo alla fine, egli parlò sinceramente al giovane cronista, consegnandogli una vera e propria profezia sul futuro della nostra Repubblica, che è ormai il nostro presente. Egli affermò che non sarebbero state le persone come Bonini a spazzare via la vecchia classe politica, ormai marcia e corrotta, ma piuttosto il nuovo sistema maggioritario. Egli tuttavia non nutriva alcuna fiducia nella supposta virtù salvifica del nuovo sistema elettorale. Era invece sua profonda convinzione che il sistema maggioritario, lungi dal restituire il potere decisionale agli elettori, avrebbe piuttosto fatto risorgere l’ancora più vecchia rappresentanza notabilare, spazzando via tutto il bene che i partiti avevano pure rappresentato: centri d’aggregazione, mediazione tra cittadini e istituzioni, reti di solidarietà sociale. In effetti, all’indomani dell’introduzione della nuova legge elettorale e dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, le sezioni chiusero una per una. Scomparve così il capillare controllo dei partiti sul territorio nazionale. In pratica, le organizzazioni mafiose e le formazioni neofasciste si sono sostituite ai partiti nel controllo del territorio, offrendo ciò che un tempo erano i partiti ad offrire. Sarebbe così avvenuto il capovolgimento nei rapporti di potere tra politica e mafia: se prima i partiti, anche la Democrazia Cristiana, mantenevano le leve del consenso e del potere, costringendo le mafie in una posizione subalterna, ormai sono le mafie ad avere il potere ed anche il consenso. Infatti, all’interno di un contesto di povertà e disoccupazione diffusa, specie in tempi di crisi economica, dalle organizzazioni criminali dipendono diversi posti di lavoro, dall’edilizia ai porti, dalle professioni liberali alla finanza: un muro di omertà e pacchetti di voti da offrire a chi più conviene. Bonini ha inoltre fatto notare che CasaPound fonda il suo consenso anche sulla mancanza di centri d’aggregazione e reti di solidarietà sociale, servizi che la formazione neofascista è in grado di offrire, sostituendosi ai partiti scomparsi, dimostrando anche capacità di mediazione con il potere, anche quello criminale.

La repressione appare perciò difficile, persino se si promulgassero nuove leggi pure necessarie (come quelle proposte dalla Commissione Gratteri-Davigo). Occorrerebbe sopratutto rendere conveniente non rivolgersi a (e non lavorare per) le organizzazioni criminali, rendendo più efficiente la pubblica amministrazione, a cominciare da quella locale, investendo soldi pubblici nella cura della città e della sua economia, sostenendo lo Stato sociale, per esempio le case popolari. Quanto costa, al giorno d’oggi, la pubblica amministrazione al cittadino?

Quanta capacità di risposta ha alle esigenze del cittadino?

Quanti posti di lavoro “onesto” sono disponibili?

Quanto è efficiente l’assegnazione della case popolari a chi ne ha bisogno?

È infatti nell’inefficienza della pubblica amministrazione che la criminalità organizzata può trovare il suo spazio di mediazione per favorire chi le si rivolge, è nel contesto di povertà e disoccupazione che si presenta per fornire posti di lavoro ed è nella latitanza dello Stato sociale che le formazioni neofasciste offrono il proprio supporto. Ed è così che entrambi riescono a crescere e a prosperare. Soltanto curando i mali sociali del paese si potranno isolare e quindi ridimensionare e sconfiggere.

 

A cura di Antonio Fabrizi

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