19 agosto 2018 - 10:39
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Contro ogni pronostico

La traduzione più letterale del termine inglese underdog è “perdente”: esso viene spesso usato in ambito sportivo per indicare quell’atleta sul quale non investiresti nemmeno una briciola di pane, ma che ribalta il pronostico e sconfigge a sorpresa l’avversario più quotato. Sembra abbia preso origine dai combattimenti tra cani del XIV secolo: quando un cane finiva bloccato sotto un altro, quello veniva inteso come perdente e l’incontro terminava. 

Rino Gattuso ha raggiunto così tanti prestigiosi risultati nella sua lunga e vincente carriera che potrebbe apparire ingeneroso indicarlo come “underdog”, come perdente annunciato: eppure a voler essere onesti con noi stessi, nessuno avrebbe ragionevolmente scommesso sul suo successo sulla panchina del Milan. Arrivato il 27 novembre a sostituire un Montella ormai allo sbando, Gattuso portava sulla panchina dei rossoneri un curriculum caotico dai contorni quasi pittoreschi, che sembrava comunque in effetti perfettamente coerente alla sua personalità agitata: un mese appena alla guida del Sion in Svizzera, una sessantina di giorni al Palermo, e poi le avventure ai confini della legalità tra Creta e Pisa, dove si è trovato alla guida di squadre praticamente senza società alle spalle e con enormi problemi finanziari che mettevano sempre in secondo piano le questioni di campo. L’approdo sulla Primavera del Milan nella scorsa estate suonava come un’onesta e sonora bocciatura per Rino, disposto volentieri a ripartire dalla periferia della squadra che più gli ha dato a livello professionale per normalizzare e rimettere in carreggiata una carriera da allenatore iniziata in maniera fin troppo tumultuosa. Invece, da semplice macchinista della sala, Gattuso si è ritrovato improvvisamente l’attore protagonista del film, complici ovviamente le incertezze di un Montella mai in difficoltà come nei primi mesi del Milan di quest’anno. Arrivata di fronte alla necessità di cambiare allenatore, la società si è trovata davanti a un dilemma classico in certe situazioni: puntare da subito su un nuovo progetto tecnico oppure provare la soluzione estrema del traghettatore interno?  

Effettivamente anche la figura con riferimenti Infernali del traghettatore sembra sposarsi bene con l’animo perennemente agitato di Ringhio. Per tutta la carriera, Gattuso si è approcciato al mondo del calcio con la stessa meticolosità di un miniaturista persiano alle prese con l’Odissea: dotato di piedi non certo sopraffini, Rino ha fatto della dedizione tattica la colonna portante della sua eccezionale carriera. Affiancato ad alcuni dei migliori centrocampisti del mondo, ha pazientemente studiato modi di intendere il calcio diversi dal suo, camuffando dietro la sua scorza da uomo rude del Sud, un’intelligenza calcistica decisamente fuori dal comune (“Ci avete messo anni a capire che so giocare a calcio, ce ne metterete altrettanti per capire che so allenare”, rivendicò ai tempi del Pisa con un certo orgoglio). Oltre alla fame di conoscenza, Gattuso ha costruito buona parte dei suoi risultati su quella parola un po’ retorica che spesso viene usata a sproposito, ma che in realtà per poche persone al mondo quanto lui può essere utilizzata in maniera corretta. La grinta, o la “garra”, come dicono i sudamericani. L’apporto principale del Gattuso allenatore alla causa del Milan sembra proprio quello: nessuna rivoluzione tattica, applicazione di concetti semplici, fiducia cieca negli uomini migliori tecnicamente e bibitoni di “garra” da bere prima delle partite. Il Milan sembra ad oggi una squadra che rispecchia fedelmente la personalità del proprio allenatore, come solo i grandi tecnici riescono a fare, per altro in così poco tempo. Non bella da vedere (“Il Milan deve essere brutto come me”), ma con gli occhi costantemente fuori dalle orbite e pronta a sputare sangue sul terreno di gioco se necessario, grazie anche a una reattività atletica decisamente superiore rispetto a quella vista sotto la gestione di Montella. 

Dopo il beffardo esordio di Benevento con il famoso gol di Brignoli e la sconfitta in casa contro l’Atalanta, erano in molti pronti al requiem di Gattuso, visto come l’ennesimo agnello sacrificale di una società entrata in una crisi d’identità apparentemente irrisolvibile. La vittoria strappata con i denti nei supplementari contro l’Inter ha dato lo slancio decisivo alla stagione dei rossoneri: Gattuso sembra aver ormai lanciato in pianta stabile al centro dell’attacco il giovane Patrick Cutrone, perfetto esponente della filosofia gattusiana delle poche parole e dei tanti fatti. Nonostante maggio sia ancora lontano, il partito di chi vede Gattuso come ben più di un semplice traghettatore cresce esponenzialmente. Rino parla sempre prima del Milan e solo dopo del suo futuro personale. Sa di essere arrivato in una situazione disperata e sa di non essere certo l’uomo che aveva in mente la nuova società cinese per rilanciare la squadra: eppure, come Rino sa bene, il duro lavoro ripaga sempre. Anche e soprattutto quando si parte con tutti gli sfavori del pronostico. 

 

A cura di Matteo Orlandi 

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