15 dicembre 2017 - 3:39
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CON IL DOPING CI PERDONO TUTTI

A Usain Bolt verrà ritirata una delle sue nove medaglie d’oro olimpiche, ma lui non c’entra niente. L’anno scorso il CIO, ovvero il comitato olimpico internazionale, tramite la WADA, l’agenzia antidoping mondiale, ha fatto ricontrollare i campioni di sangue prelevati durante i giochi di Pechino 2008. In quell’edizione delle olimpiadi erano stati effettuati oltre 4500 test, ma stranamente, soltanto 9 avevano dato esito positivo, ossia lo 0,2%. Un dato che, se fosse vero, ridurrebbe il Doping ad un fenomeno marginale. Purtroppo non è così e spesso la cronaca ci racconta un’altra storia. Negli anni si sono evolute sia le sostanze dopanti e sia i metodi per rintracciarle. Per questo motivo, a distanza di 8 anni si sono eseguite nuove analisi per i campioni prelevati. Nei mesi scorsi, sono stati rilevati oltre 100 nuovi casi di positività nei precedenti giochi di Pechino e Londra. Tra questi c’è anche quello di Nesta Carter, un velocista jamaicano. Perché allora è coinvolto anche Usain Bolt? Tra le 9 medaglie d’oro di Bolt, ce ne sono 3 ottenute nella staffetta 4×100. Nel 2008, in quella staffetta erano presenti un giovane Bolt, Asafa Powell, Micheal Frater e proprio Nesta Carter. Quest’ultimo è risultato positivo alla methyhexanammina, una sostanza proibita dal CIO a partire dal 2004. Questa sostanza, ricavata dalla radice e dall’olio di geranio,  è uno stimolante, che viene utilizzato anche in alcuni integratori, poiché inibisce il senso dell’appetito. Per la stessa sostanza, ad un’ altra atleta, Tatiana Lebedeva, era stato ritirato l’argento ottenuto nel salto in lungo. Dunque, essendoci già un precedente di questo genere, sarà complicato per il comitato olimpico Jamaicano poter far accogliere un eventuale ricorso. Il caso della positività di Carter era già stato riscontrato a Giugno di quest’anno, tuttavia si è dovuto aspettare fino ad oggi per la decisione del CIO. Di conseguenza, le medaglie verrano rispettivamente riassegnate a Trinidid and Tobago (oro), Giappone (argento), Brasile (bronzo). Un duro colpo per tutti gli appartenenti della staffetta, ma soprattutto per Usain Bolt, che aveva siglato, nell’ultima edizione di Rio, il terzo “Triplete” consecutivo, ovvero la vittoria dei 100, dei 200 e della 4×100 nella stessa edizione dei Giochi.

Bisogna riflettere sui sacrifici compiuti dagli altri atleti, vanificati dall’errore di un singolo. Non è la prima volta che si verificano casi così spiacevoli. Solo pochi mesi fa, prima delle Olimpiadi di Rio, la Russia ha dovuto rinunciare ad una buona parte dei propri atleti, a causa del Doping. Il cosiddetto Doping di Stato russo aveva in seno un sistema che forniva sostanze proibite agli atleti per incrementare i risultati. Un prassi nascosta alle autorità internazionali, che ha coinvolto molti atleti russi. Ma non tutti. Per le Olimpiadi di Rio, la scelta sulla partecipazione degli atleti olimpionici russi è stata demandata dal CIO alle singole federazioni internazionali, alcune delle quali hanno optato per l’esclusione, tra cui la federazione internazionale di atletica (IAAF). Nel caso dell’ atletica leggera sono stati  68 gli atleti esclusi dai Giochi, tra cui la campionessa di salto con l’asta Ylenia Isinbayeva. Lei, come molti altri atleti russi, non era stata coinvolta nel sistema illegale del doping di Stato, tuttavia è stata punita. Lei stessa aveva commentato: “Questo è il funerale dell’ atletica leggera”.

L’atletica leggera, come molti altri sport, è finita spesso nelle meste cronache del Doping. Tuttavia, essendo uno sport prettamente individuale, si potrebbero punire singolarmente gli atleti, senza la necessità di escludere squadre e nazioni intere. Purtroppo i recenti casi, come la medaglia ritirata alla staffetta jamaicana e il caso della Russia mostrano che la lotta al doping è ancora ben lungi dall’essere sportivamente ed eticamente obiettiva. La decisione di escludere una nazione intera indistintamente,  attribuendo responsabilità soggettive alla collettività, è molto preoccupante. Si lasciano macchie indelebili nelle carriere di atleti che hanno sempre gareggiato correttamente e contando soltanto sull’allenamento. La competizione viene truccata e non rispecchia i reali valori in campo. La lotta al Doping deve necessariamente continuare e migliorare ma non può diventare autoritaria e incondizionata. Oltretutto Doping è una parola sola che ha molto sfaccettature: nel caso della staffetta jamaicana, la sostanza utilizzata da Nesta Carter è sì una sostanza vietata, ma molto più blanda rispetto ad altri agenti, come potrebbero essere L’EPO o gli steroidi anabolizzanti. La domanda è quanto essa possa aver realmente aiutato la staffetta jamaicana ad arrivare prima? La differenza totale tra la staffetta jamaicana e quella del Trinidad and Tobago, arrivata seconda, è stata di 96 centesimi. Nei 100 metri di corsa piana, un secondo di differenza è una distanza abissale. Facendo mero uso di methyhexanammina è altamente improbabile guadagnare un secondo in 100 metri

Una giustizia indiscriminita a tutto tondo non aiuta lo sport a diventare libero dalle diverse pratiche di Doping. Solo con una maggiore prevenzione e dei giudizi più analitici ed equilibrati si possono aiutare  gli atleti a sganciarsi da prassi sleali sia verso se stessi, sia verso tutto il mondo dello sport.

A cura di Eugenio Baldo.

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