12 Dicembre 2019 - 9:33
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Codice Rosso, luci e ombre di una rivoluzione incompleta

197 sì e 47 astenuti. Ecco quanto è bastato a Palazzo Madama per approvare lo scorso luglio il DDL n. 1200/2019, conosciuto con il nome di “Codice Rosso”. Una misura forte per un Paese come l’Italia, dove la violenza di genere continua purtroppo ad essere una dei protagonisti della cronaca quotidiana. “Una vittima ogni 72 ore”, denunciava il premier su Facebook dopo l’approvazione da parte del Senato della nuova legge. Stando ai dati della polizia, nei primi nove mesi del 2018 le donne uccise sono state 94. Un dato in calo, se si pensa che solo nel 2016 erano state ben 149. Dunque intervenendo sul codice penale la nuova legge composta da 21 articoli propone un inasprimento delle pene, riconosce e introduce nuove fattispecie di reato per colpa delle quali si consuma la violenza di genere, velocizza le procedure d’indagine e vieta i matrimoni forzati.

Innegabile che il Codice Rosso rappresenti una risposta innovativa alla struttura legislativa italiana, che si è più volte ritrovata impotente e non abbastanza idonea di fronte a numerosi episodi consumati sulla pelle di davvero troppe donne. Così il magistrato Fabio Roia in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, definisce la nuova legge come “Un intervento sufficientemente organico dall’importante valore simbolico”.

Ma siamo sicuri che basti?

Le donne, soprattutto molte sopravvissute ad episodi di violenza, hanno ben accolto il nuovo provvedimento ma senza sbilanciarsi. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il Codice Rosso si impegni nel punire e prevenire episodi gravi, ma manca qualcos’altro ? Manca qualcosa su cui la nuova legge non ha ancora posto la sua attenzione ma che molti hanno invocato: ciò di cui vi sarebbe l’assoluta necessità è, infatti, una rivoluzione che non riguardi solo i codici ma la stessa cultura italiana. La violenza di genere nasconde lati oscuri che non sempre sono facili da vedere e capire. In un Paese come il nostro, dove la cultura fortemente patriarcale ha lasciato poco spazio alla voce femminile che ha impiegato anni per poter rivendicare i propri diritti c’è ancora molto da fare.

Come ha anche denunciato l’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza), questa legge è il primo passo di una riforma culturale a 360° che sta e che deve avanzare, dato che solo una piccola fetta delle vittime ha ancora oggi il “coraggio” di denunciare perché a volte troppo grande il trauma che resta dopo gravi episodi di violenza, la paura che come un demone fa mancare il respiro, non permette di chiedere aiuto sotto il peso delle minacce. Inoltre, come ha denunciato la presidente D.i.Re. Lella Palladino, “Molte volte, con la denuncia, per le donne comincia un vero e proprio calvario”. C’è chi rischia di essere additata per ciò che ha subito, giudicata e, a volte, non presa sul serio come dovrebbe. La responsabilità che tutte queste donne credono di sentir gravare sulle loro spalle, l’illusione del poter trovare una giustificazione per tutto, cela in un silenzio soffocante nelle loro urla.

Le associazioni ci stanno lavorando da tempo, per una revisione del sistema educativo che dovrebbe riguardare senza alcun indugio anche l’universo maschile. Prima ancora di insegnare alle ragazze di fare attenzione mentre camminano per strada di notte o accendere il proprio campanello d’allarme se il partner dà loro uno schiaffo, è giusto che si insegni ai giovani ragazzi che se dovessero abusare di una ragazza o se dovessero gettare dell’acido sul viso di una donna, oltre al fatto che questo sarebbe un atto punito dal Codice Rosso o riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul, violerebbero dei diritti umani ai quali neanche loro sono estranei. È facile dire ad una donna di non aver paura di denunciare eppure appare ancora oggi meno facile educare l’uomo per evitare che sia indispensabile una denuncia.

Il codice rosso dunque è il primo gradino della rivoluzione culturale della quale si sta parlando alla luce di queste considerazioni, il primo gradino di una lunga scala ancora da percorrere e che porterà il nostro paese in cima solo il giorno in cui non si avrà più bisogno di movimenti femministi, associazioni, leggi, convegni e quant’altro per porre fine ad un male inaccettabile per un Paese che si vuole proporre come innovatore e vuole allinearsi al pari di grandi potenze economiche. Sarà dunque quello il giorno in cui si sarà veramente pronti per altre sfide all’insegna di un domani migliore, sotto ogni punto di vista.

Articolo a cura di Gabriella Barbera

paola nardella

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