18 Gennaio 2022 - 1:24
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Cambiare sistema, la generazione perduta.

Il primo Editoriale del Direttore.

L’edizione cartacea del giornale, pubblicata a cadenza periodica e redistribuita all’interno dell’Ateneo, si apriva con un Editoriale firmato dal Direttore (oggi, causa Covid, è stata sostituita da un’edizione speciale formato digitale). Come nuovo Direttore voglio implementare questo format, pubblicando L’Editoriale anche sul sito internet, e sui nostri profili social. Scriverò i miei Editoriali seguendo specifiche linee guida, che mi riservo di illustrare nel corso dell’articolo. Questo sarà il primo e ultimo Editoriale così lungo, ma tracciare un percorso teorico da seguire durante tutta la durata dell’anno universitario richiede tempo e attenzione. Buona lettura!

Le immagini che provengono da Kabul documentano il triste epilogo di una guerra durata vent’anni. L’evacuazione dell’ambasciatore statunitense e degli ultimi contingenti dislocati sul territorio afghano è stata completata il 31 agosto 2021. Il ritiro degli Stati Uniti d’America dall’Afghanistan, che dismette gli abiti di Repubblica islamica e indossa quelli di Emirato, segna la fine di un’era. È il crepuscolo del secolo americano; “oggi l’America non ha più la scala, la forza e neppure il consenso interno per agire come Atlante che regge sulle spalle il mondo, fungendo contemporaneamente da locomotiva economica e da garante della sicurezza militare” (Alessandro Maran, il Foglio). L’impero a stelle e strisce abdica al proprio ruolo, per focalizzarsi sulla competizione strategica con la Cina, potenza globale emergente. La globalizzazione fa quindi da sfondo ad un un mondo sempre più violento e conflittuale, con un assetto geopolitico ormai instabile, dove sono potenti multinazionali, sottratte da ogni controllo democratico, a determinare le sorti del mondo. Il potere economico e politico degli alti dirigenti di grandi imprese, di banche centrali, di organizzazioni internazionali è diventato un potere mondiale, assai superiore a quello di molti governi. (prof Luciano Gallino).

Questo potere trae nutrimento dalle diseguaglianze tra cittadini, in termini di ricchezza e rappresentanza politica, acuite dalla liberalizzazione del mercato. La globalizzazione si è riversata sulle barriere doganali, rompendone gli argini, e ha finito per travolgere tante piccole e medie imprese, privandole della tutela che solo lo Stato poteva garantirgli. Immesse nel mercato transnazionale globalizzato, e strutturalmente incapaci, per forza di cose, di competere con i grandi conglomerati industriali, le PMI sono andate incontro al loro destino. Del resto come può, la piccola bottega di un artigiano locale, vendere la merce che produce a prezzi competitivi, se la multinazionale di turno dispone della forza e degli strumenti necessari (delocalizzazioni, elusione fiscale…) per vendere ciò che produce a prezzi stracciati? Facile. Se resta incastrata in questo meccanismo, fatto di paradisi e di inferni fiscali, di tasse al 31,64% sugli utili e di aliquote pari a zero, la piccola impresa a conduzione familiare può sopravvivere solo se smette di rispettare le regole del gioco. In pratica, vince chi ruba di più. L’artigiano evade le tasse, infrangendo la legge: ha sottratto alla collettività poche migliaia di euro. Il gruppo multinazionale fonda holding e sussidiarie in paesi a bassa fiscalità, tuttalpiù commette un illecito amministrativo, e risparmia milioni (talvolta miliardi) di euro. La globalizzazione ha trasfigurato il capitalismo occidentale, rinvigorendo i potentati economici ed alimentando le diseguaglianze tra cittadini e tra Stati. Ma questo sistema economico, non per queste, purtroppo, bensì per altre ragioni, è sull’orlo del crollo. “La capacità della Terra di resistere ai processi ecodistruttivi del capitale sta raggiungendo il suo limite.” Basta sforzarsi un po’, per poter scorgere, all’orizzonte, il profilarsi di una vera e propria catastrofe climatica e ambientale, che potrebbe cambiare il nostro pianeta per sempre. “Se la Terra continuerà ad essere sfruttata come fonte inesauribile di risorse da trasformare in merci, giungerà ad un nuovo equilibrio; ma nulla esclude che nel farlo, possa liberarsi di noi.” (Lovelock). Meglio procedere con ordine.

Crisi periodiche di portata globale hanno compromesso la tenuta del sistema politico ed economico occidentale, senza, tuttavia, incentivarne il cambiamento. Nel 2008 il crack finanziario ha sconquassato l’economia globale: a fatica, la BCE di Mario Draghi ha tenuto in piedi l’Eurozona, contagiata dalla crisi economica statunitense. L’apparato istituzionale europeo non è riuscito a fornire risposte adeguate alle sfide poste dalla Storia. 12 anni dopo, la crisi pandemica si è abbattuta sul pianeta. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha marchiato questo periodo storico, segnando nel profondo un’intera generazione. Se si volesse analizzare la pandemia da Covid-19, nel quadro di un percorso teorico bidirezionale, che si sviluppa e si articola lungo due direttrici, sarebbe opportuno osservare come l’emergenza sanitaria si sia velocemente tradotta in una crisi economica, più violenta rispetto al crack finanziario del 2008. Ma emergenza sanitaria e crisi economica, seppur in maniera diversa, colpiscono il sistema, stravolgendone le dimensioni principali, quella politica e quella economica. È necessario separare, nello svolgere un’analisi che ha per oggetto la crisi pandemica, le conseguenze politico economiche di quest’ultima, dalla sua dimensione esclusivamente sociale. L’isolamento, condizione in cui versa l’individuo segregato in quarantena, o al quale sono poste forti limitazioni alla libertà personale, ha provocato gravi danni psicologici e sociali. La crisi non ha colpito soltanto il sistema; si è accanita sull’individuo. La pandemia ci ha rubato porzioni di vita, che nessuno potrà restituirci. Kristalina Georgieva, Direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale, ha parlato a tal proposito di “generazione perduta.” Alla fine, l’emergenza sanitaria ha costretto l’Unione Europea ad adottare misure più incisive e rivoluzionarie. Ma la questione di fondo non cambia. È vero, adesso la Commissione è autorizzata ad erogare sul mercato titoli di debito comunitario, allo scopo di finanziare il programma NextGenerationEU. La mutualizzazione del debito è un passo in più verso l’integrazione politica. Ma la ricetta per un vero e proprio cambio di sistema contiene ingredienti diversi.

Bisogna quindi smentire l’assunto secondo cui i momenti di crisi come il crack finanziario del 2008 o la pandemia costituiscono sempre “giunture critiche,” periodi storici di transizione durante i quali diventa più facile per un gruppo di individui modificare in maniera significativa il sistema. Ciò non è avvenuto almeno per tre motivi: 1, la mancanza di un’alternativa valida (escludiamo quindi il totalitarismo economico, sia esso di destra, o di sinistra), al capitalismo globalizzato. Nel 2001, anno in cui, migliaia di persone in tutto il mondo si mobilitano, da Seattle a Genova, animate dallo slogan “un altro mondo è possibile,” prende forma la bozza di un’alternativa. Ma venne soffocata a colpi di manganello. 2, l’assenza di forze politiche alterglobaliste (favorevoli ad un altro tipo di globalizzazione, e alla ricerca di un sistema di produzione alternativo). La politica, foraggiata dai grandi centri di potere economico, non ne contesta e mette in discussione il primato. L’interesse nazionale, sia all’estero che sul piano interno, coincide con gli interessi della classe privilegiata (è ciò che intendevo con “diseguaglianze in termini di rappresentanza politica”). Ormai, le differenze tra centro destra e centro sinistra, in tutta Europa, soprattutto nel campo della politica economica, stanno progressivamente sparendo. Il conflitto politico ha per oggetto tematiche di scarsa importanza; è esattamente ciò che sta accadendo in Italia con il DDL Zan. Scarsa importanza ovviamente non tanto per il tema in sé, ovvero la tutela che uno stato liberal-democratico deve garantire alle minoranze, quanto più per l’entità delle modifiche e dei cambiamenti che vengono apportati al nostro ordinamento, insufficienti a garantire tutela e protezione giuridica alla minoranza omosessuale che vive nel paese. È mai possibile perdere tanto tempo dietro ad un DDL che si limita ad integrare una legge preesistente, dando un nome ad un reato che attualmente non ce l’ha? Se è vero che a sinistra, viene dedicata una certa attenzione ai diritti civili, mentre parte della destra né contrasta l’affermazione e ne ostacola la tutela, battaglie di un tempo, che avevano per oggetto i diritti economici e sociali, non le combatte più nessuno. Le forze politiche di rottura invece, anti globaliste, (o presunte tali), non promuovono un reale cambio di passo, bensì il ritorno a modelli politico-economici, quello nazionalista o quello comunista, anacronistici e pericolosi, nell’ambito dei quali l’economia è completamente subordinata alla politica. 3, come si è detto, l’emergenza sanitaria si è abbattuta sul sistema, l’ordine neoliberista, compromettendone la tenuta. Tuttavia, non ne ha incentivato un cambiamento realmente significativo, poiché esso passa anche attraverso il ricambio dell’élite al potere. La crisi pandemica si è riversata sul sistema capitalistico occidentale, ma non ha scombinato e rimodulato i rapporti sociali di forza. Anzi. La pandemia, per certi versi, ha blindato specifici equilibri di potere: “la diseguaglianza, per la prima volta da quando viene monitorata, è cresciuta, simultaneamente, in tutti i paesi del mondo.” Secondo l’ONG Oxfam, “i patrimoni dei 1000 miliardari più ricchi del mondo sono tornati ai livelli pre-pandemici in soli nove mesi, mentre per le persone più povere del mondo la ripresa potrebbe richiedere oltre un decennio. Ma stiamo parlando di un mondo già profondamente diseguale, plasmato dal capitalismo globalizzato e deregolamentato, dove uno sparuto gruppo di 2000 miliardari possedeva più ricchezza di quanta non ne potesse spendere in un migliaio di vite, e in cui la metà dell’umanità era costretta a sopravvivere con 5,50 dollari al giorno.” (Fonte: Oxfam, rapporto “il virus della diseguaglianza” 2020). “In Italia l’1% dei cittadini, i più abbienti, possiedono il 25% della ricchezza complessiva, mentre il 60% dei cittadini, i più poveri, si devono accontentare del 15%.” (Estratto da un progetto di legge di iniziativa popolare, volto ad istituire un’imposta sui grandi patrimoni).

Non è vero che le crisi aprono sempre finestre d’opportunità, congiunture storiche nell’ambito delle quali è possibile apportare al sistema cambiamenti realmente significativi. Sono lo studio, la partecipazione attiva e la mobilitazione sociale, gli elementi che, a prescindere dal contesto storico, costituiscono la premessa di ogni rivoluzione. L’opportunità si cerca, non si aspetta. È questa, la missione che la Storia ha assegnato alla generazione perduta: progettare e costruire un sistema alternativo. Sconvolgere il quadro partitico, lanciando una nuova forza politica, non è sufficiente e non può condurre ad una riforma del sistema politico (lo ha ampiamente dimostrato il M5S). È necessario un vero e proprio ricambio generazionale, che coinvolga ogni istituzione della Repubblica, a partire dalla Presidenza, appannaggio esclusivo, stando al dettame costituzionale, di chi ha superato il 50esimo anno d’età. Per prendere in mano le leve del potere, e dirottare il continente verso un’altra direzione. L’alternativa è affondare con il vecchio sistema, destinato a cadere sotto i colpi dell’ultima, grande crisi di portata globale: quella climatica. Nell’Antropocene, l’Uomo si è difatti trasformato in una forza geofisica capace di influenzare il corso della vita del pianeta. Ma vivere quest’era geologica significa: “vivere in un’atmosfera con percentuali abnormi di gas serra, in una biosfera impoverita, in un mondo più caldo, con sempre più frequenti eventi climatici catastrofici e rischi nuovi, mari più acidi e inondazioni, in un clima privo di regolarità-, in un mondo sociale più violento, con un assetto geopolitico più instabile e conflittuale.” (Nell’Antropocene, Gianfranco Pellegrino, Marcello di Paola.)

Gli editoriali che scriverò nel corso del mio primo anno come Direttore, oltre a riguardare, come si è detto, argomenti di attualità, seguiranno questi percorsi teorici, che ho avuto cura di tracciare nell’articolo. Il nucleo di un altro sistema si nasconde tra le pieghe della Storia, e per trovarlo bisogna individuare e seguire il percorso teorico giusto. Per cogliere il fondamento teorico di un modello alternativo al neoliberismo e al totalitarismo economico.

A cura di Michelangelo Mecchia.

Redazione

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